PER (NON) CONCLUDERE / AUTORIZZAZIONI E ATTRAVERSAMENTI
Per ragioni biografiche e intellettuali non amo le sintesi, che chiudono il discorso – il movimento contrario a quello cui aspira un convegno, una rivista o una conversazione intorno a un tema. Tanto più se il tema è il potere. Deve esistere un modo non autoritario di proporre delle conclusioni ai discorsi di altri e altre; per cominciare, premetterò esplicitamente che la mia voce è solo “una” tra quelle dell’assemblea, e che quanto mi appresto a fare, ri-narrando, e dunque rielaborando, quanto ho ascoltato, non ha pretese di neutralità.
Questa è anche la ragione per cui ha senso avere una conclusione a due voci: due punti di vista – e potrebbero essere infiniti – con cui ciascuno può confrontare la propria elaborazione dell’evento, ampliarla, integrarla. Solo a questa condizione chi conclude ha il diritto di aggiungere qualcosa, ovvero sé stesso/a: segnala quali orizzonti ha intravisto aperti, azzarda collegamenti e talvolta interpretazioni, rende insomma pubblico il filo rosso dei pensieri che ha seguito durante la giornata. Per quanto mi riguarda, mi trovo ora a riavvolgere due fili rossi.
Il primo filo rosso
Il bandolo del primo è stata la citazione di Mt 28, e il modo particolare in cui il Risorto conferisce il potere ai suoi: “A me è stato dato ogni potere, andate”. Come spiegava Flavio Della Vecchia, il potere che le discepole e i discepoli di Gesù ricevono è sempre dato alla comunità tutta intera, e una suddivisione istituzionale è poco rilevante. Tanto è vero che, l’abbiamo sentito, la cosiddetta “istituzione dei diaconi” in At 6, ministero configurato intorno all’esigenza concreta “delle mense” e non (appunto) al titolo, non impedisce a Stefano di predicare ed essere condannato per il ministero “della parola”. In Mt 28 e in Atti, il potere si delega e moltiplica, includendo nuovi soggetti e nuove responsabilità. Da parte sua, Donata Horak diceva: “Chi intende il potere procedendo per riserve ed esclusioni alla fine si ritrova da solo”. O, con Stella Morra, “chi occupa lo spazio di Dio è solo”.
Il potere tende, in effetti, a occupare spazi e a bruciare i tempi: giustifica facilmente la solitudine di azione (l’uomo o la donna “solo/a al comando”) con l’urgenza e con la conoscenza: la necessità di prendere decisioni chiare in tempi brevi, e la convinzione incrollabile che per agire serva avere una visione panoramica delle situazioni, serva “sapere”. Sono i pochi massimamente informati a dover fare qualcosa e farla subito, e sotto l’egida di questo onere-onore vengono coperti ogni autoritarismo e paternalismo. Il potere è una questione di tempi e spazi, conquistati o lasciati vuoti. Ma se è vero che la fede cristiana ci invita a pratiche di potere che lascino vuoto lo spazio centrale di Dio, se è vero che il tempo della storia che ci resta da qui alla Parusia conta qualcosa, allora anche le nostre strutture devono avere il coraggio di riformularsi con tempi e spazi nuovi, e secondo criteri diversi.
Un potere “autorizzante” cioè moltiplicativo
Questo primo filo rosso si è intrecciato, per me, con i molti fili della sapienza delle donne. Quando le esperte del pensiero di genere parlano di potere, usano spesso il termine “autorizzare” non nel senso del “concedere”, ovvero di sopportare spazi altrui di autonomia sempre revocabili, ma nel senso di “dare a propria volta pieno potere e autorità all’altro/a”. Autorizzare vuol dire mettere un’altra persona, anzi “altre” persone già al plurale, nelle condizioni di esercitare pienamente quel potere. Una tale fiducia richiede di riconoscere gli/le altri/e come soggetti adulti, passaggio faticoso in un sistema rigidamente asimmetrico, dove chi ha meno potere è infantilizzato e viceversa. Un potere “autorizzante” è coraggiosamente moltiplicativo, si allarga ai singoli, alle comunità e alle generazioni. L’autorizzazione è costitutivamente plurale: ci si autorizza sempre tutti/e insieme e non uno alla volta. Sarebbe la forma della sinodalità, che però non è un automatismo, e dunque è da curare.
Il secondo filo rosso
Il secondo filo che seguo parte invece dal fondo, dall’immagine che è stata citata da Fulvio De Giorgi: quella della Chiesa “samaritana”. I samaritani nella Scrittura sono gli “spostati”, gli eretici, non tanto a livello dottrinale quanto a livello etimologico, “quelli che scelgono (una parte)”. Sono parziali. Una Chiesa samaritana, in tutto quanto emerso oggi, non solo è una Chiesa che umilmente riconosce di non poter possedere Dio, ma anche una Chiesa in cui tutti e tutte si riconoscono parziali. Il riferimento è a Françoise Dolto, ma più ancora a Michel De Certeau: “mai senza l’altro”. Chiesa parziale è quella in cui finché non si è tutti manca sempre qualcuno. E, poiché proverbialmente la Samaria è un pezzo mancante della cartina (non si attraversa), una Chiesa samaritana è anche quella che si fa luogo degli incontri imprevisti o proibiti, dove si aprono strade impensate.
Il valore missionario di una riflessione sul potere
Molte strade restano da esplorare quando trattiamo delle forme del potere nella Chiesa. Flavio Della Vecchia sottolineava che la Chiesa, nel ministero, è chiamata a rendere visibile il Vangelo, e dunque a correggersi quando si trova a fare altrimenti. Qualcosa di simile diceva Donata Horak a proposito del Codice di Diritto Canonico: una forma che sia di ostacolo all’incontro col Cristo va lasciata andare. In questa capacità di spostamento, in questo saper procedere oltre seguendo il Vangelo, sta il valore missionario di una riflessione sul potere. Siamo sempre chiamati a verificare quali dinamiche di potere realizzano o impediscono il Regno dei Cieli: la missio di un discorso sul potere è politica in senso alto, ovvero di cura della polis, di una città, di una comunità. E che sia comunità moltiplicata, sempre in esplorazione dell’impensato.







