Pace dopo 20anni di guerra - Beatitudini della nonviolenza
Una lettera dall’Uganda con una buona notizia: lì tira vento di pace e di riconciliazione. * E Dagli Stati Uniti ci giungono le beatitudini della nonviolenza, tanto necessarie!
Pace dopo vent’anni di guerra
Mi trovo per una visita pastorale a Iceme che per vari anni è stata al centro di innumerevoli incursioni dei ribelli: la casa dei Padri è stata assalita e saccheggiata ben 19 volte! Grazie a Dio, nessuno dei missionari è stato ucciso, anche se a volte sono stati costretti a stendersi a terra, con la canna del fucile ficcata in bocca. Oggi qui è festa. Non solo per coloro che hanno ricevuto la cresima, ma per tutta la comunità cristiana.
La chiesa di Iceme è un santuario dedicato alla Madonna. Poco più di un anno fa, il 15 agosto, festa dell’Assunta, ci sono venuto per la prima volta in pellegrinaggio. Ero appena stato a visitare un campo di sfollati, uno dei tanti in cui un terzo della mia gente si è dovuta rifugiare a causa della guerra.
Oggi si respira un’atmosfera diversa. A Juba, nel sud Sudan, i rappresentanti dei ribelli e del governo ugandese hanno finalmente firmato un accordo di cessazione delle ostilità. Non è ancora la pace, la maggior parte della gente non si fida ancora a lasciare i campi per gli sfollati. Prima di muoversi vogliono essere sicuri che la pace c’è e durerà e che sia la fine di una guerra che dura ormai da quasi 20 anni.
Alcuni leader politici, tradizionali e religiosi, si sono avventurati fin nella foresta ai confini con il Congo per incontrare Kony, il capo dei ribelli, mentre le due delegazioni ufficiali iniziavano le trattative a Juba con la mediazione del governo del Sud Sudan. All’inizio di agosto sono andato anch’io per alcuni giorni a Juba assieme ai rappresentanti della società civile e religiosa delle varie tribù del Nord Uganda e del Sud Sudan. Sono stato coinvolto in un lento processo di riconoscimento delle proprie colpe da parte di ciascun gruppo, con il racconto delle sofferenze subite e l’ascolto di quelle patite dagli altri. Un inizio di riconciliazione - con il perdono reciproco - sostenuto dal desiderio di quello che tutti ritengono più importante e prioritario su ogni altro obiettivo: la pace ad ogni costo.
A Juba ho incontrato Bosko, un quindicenne acholi, rapito dai ribelli a 13 anni, costretto a sparare ed uccidere e poi ferito a sua volta ad una gamba. La sua gamba, fracassata da una raffica di mitra e lenta a guarire, mi ha ricordato la statua della Madonna con Gesù bambino che avevo visto il giorno prima a Rejaf, oltre il Nilo. Qui, in questa enorme chiesa, ho visto la statua di Maria con Gesù Bambino, ambedue con una mano tagliata. Un segno piccolo ma eloquente della lunga guerra in Sud Sudan. Guardando Bosko a Juba, non ho potuto fare a meno di pensare a tutte le ferite e sofferenze che la guerra nel Nord Uganda ha provocato non a statue, ma a migliaia di persone innocenti, uomini, donne e soprattutto bambini, carne viva di Cristo, figlio di quel Padre che ci ha creati tutti a sua immagine. Davvero, ogni guerra, dal Sudan all’Uganda, dall’Irak al Libano o in qualsiasi parte del mondo, oltre ad essere una inutile strage è una bestemmia contro Dio che è amore, una sconfitta ed una violenza che ferisce e mutila tutti, vincitori e vinti.
Stamani, prima della Messa, mentre visitavo il dispensario, è arrivata una donna, che il marito ha portato in bicicletta da 45 km di distanza perché prossima al parto. Al termine della messa, mi hanno informato che il bambino era nato e che gli avevano dato il mio nome: Joseph. Niente di straordinario. Sono migliaia i bambini che nascono ogni giorno. Eppure questo piccolo episodio mi suggerisce una considerazione. Le cose succedono e la storia va avanti anche senza di noi. Ma come uomini e donne responsabili, ancor di più se cristiani, mi sembra importante e necessario che in noi ed attorno a noi nasca qualcosa di nuovo e di bello, - un po’ più di pace, rapporti migliori in famiglia e coi vicini o colleghi, un ambiente, un paese più bello di cui tutti possano godere - che porti in qualche modo anche il nostro nome, e sia almeno in parte frutto anche del nostro impegno e sforzo.
+ P. GIUSEPPE FRANZELLI - Lira, Uganda.
Le Beatitudini della nonviolenza
Beati coloro che hanno il coraggio di affrontare il processo di essere guariti, perché diventeranno guaritori.
Beati coloro che riconoscono la loro violenza interiore, perché giungeranno alla conoscenza e all’apprezzamento della nonviolenza.
Beati coloro che sono capaci di perdonarsi, perché diventeranno operatori di perdono.
Beati coloro che sono pronti a rinunciare all’egoismo in tutte le sue forme, perché diventeranno presenza guaritrice.
Beati coloro che ascoltano con empatia, perché diventeranno compassionevoli.
Beati coloro che sono capaci di affrontare il conflitto, perché troveranno trasformazione.
Beati coloro che vivono nell’interdipendenza con tutto il creato, perché diventeranno portatori di unità.
Beati coloro che vivono con un atteggiamento di contemplazione, perché troveranno Dio in ogni cosa.
Beati coloro che si sforzano di vivere queste beatitudini, perché saranno riconciliatori.
- SUORE DI SAN GIUSEPPE - Concordia, Kansas, Usa.







