NOVITÀ FONDAMENTALE
Il 28 ottobre di cinquant’anni fa nella basilica di San Pietro, trasformata in aula conciliare, vide la luce un piccolo testo di grande valore per la missione e l’identità della Chiesa: la dichiarazione sulle religioni non cristiane Nostra aetate.
La votazione riscosse quasi l’unanimità, con 2221 voti a favore e 88 contrari. Preparata da significative prese di posizione, come quelle dell’Amicizia internazionale ebraico-cristiana nella Conferenza di Seelisberg (1947), del Consilio ecumenico delle Chiese nell’assemblea di Amsterdam (1948), della Chiesa cattolica tedesca nel Katholikentag del 1948, essa rappresenta una novità fondamentale rispetto a 19 secoli di insegnamento (cristiano) del disprezzo nei confronti degli ebrei, che si era via via trasformato in antisemitismo.
È vero che nel 1927 il Santo Uffizio aveva condannato l’antisemitismo “pagano” e che Pio XI aveva progettato un’enciclica di condanna del medesimo, ma lo stesso papa decretò nel 1928 lo scioglimento della Società degli Amici di Israele. Fu soltanto dopo la Shoà che le Chiese presero coscienza dell’urgenza e della necessità di un cammino di purificazione delle memorie. In questo si distinse il professore ebreo Jules Isaac, che, all’annuncio del Concilio, presentò a papa Giovanni XXIII un memoriale che si rivelò determinante per l’elaborazione della dichiarazione.
L’insegnamento (poco) cristiano sugli ebrei era stato in genere segnato da polemiche, negazioni, concorrenza missionaria, indifferenza e persecuzioni.
I padri della Chiesa, tanto in Oriente quanto in Occidente, furono concordi nel presentare il popolo ebraico come “ripudiato” definitivamente da Dio e la Chiesa come il popolo scelto in “sostituzione” per portare la salvezza alle genti.
Nostra aetate rappresenta dunque una radicale inversione di tendenza nelle relazioni fra Chiesa e popolo ebraico. La dichiarazione scavalca secoli di polemiche, compiendo un passo teologico decisivo, riaffermando il vincolo indissolubile della Chiesa con la stirpe di Abramo e il grande patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei.
Se il frutto più maturo – e il più a lungo atteso – è senz’altro espresso nel quarto paragrafo, dedicato all’ebraismo, tuttavia la dichiarazione affronta anche la questione delle relazioni con le altre fedi. Menziona esplicitamente l’induismo e il buddhismo, affermando che “la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo” nelle altre religioni, esortando al dialogo e alla collaborazione con gli altri credenti (secondo paragrafo). Parole di stima e di riconciliazione sono riservate ai musulmani (terzo paragrafo).
Oggi, a cinquant’anni di distanza, “a causa della violenza e del terrorismo – ha affermato papa Francesco nell’udienza con i rappresentanti di diverse religioni, ricordando il cinquantesimo della Nostra aetate – si è diffuso un atteggiamento di sospetto o addirittura di condanna delle religioni”.
In realtà, ha continuato il papa,
“benché nessuna religione sia immune dal rischio di deviazioni fondamentalistiche o estremistiche in individui o gruppi, bisogna guardare ai valori positivi che esse vivono e che esse propongono, e che sono sorgenti di speranza”.
Da qui, secondo Francesco, l’importanza del dialogo basato sul fiducioso rispetto, che “può portare semi di bene che a loro volta diventano germogli di amicizia e di collaborazione in tanti campi, e soprattutto nel servizio ai poveri, ai piccoli, agli anziani, nell’accoglienza dei migranti, nell’attenzione a chi è escluso”.
Insomma, ha reiterato il papa, “possiamo camminare insieme prendendoci cura gli uni degli altri e del creato. Tutti i credenti di ogni religione”.







