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NOSTRA AETATE / CINQUANT’ANNI DI DIALOGO

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Il 28 ottobre 1965 ebbe luogo un evento cruciale per il futuro della cattolicità. I padri conciliari concludevano il faticoso iter che li aveva portati a votare, a larga maggioranza, un documento fra i più sintetici del Vaticano II, ma anche fra i più strategici: la dichiarazione Nostra aetate.

Un testo, che avrebbe in prima bozza dovuto intitolarsi De Judaeis: sorta di trattato che, dopo secoli di dissertazioni adversus Judaeos, contro gli ebrei, era chiamato a riabilitare agli occhi dei cristiani quel popolo a lungo perseguitato e considerato reietto perché ritenuto nientemeno che deicida e condannato, perciò, a una continua dispersione fra le nazioni. Un passo richiesto dalla ferma volontà di un ebreo francese, Jules Isaac, che il 13 giugno 1960 incontrò papa Roncalli per chiedergli che la Chiesa cattolica prendesse finalmente le distanze dal proprio antigiudaismo.

In realtà, le vicende fecero sì che il progetto non andasse in porto. Non perché quella riabilitazione non ci fu, ma perché l’esito conclusivo avrebbe contenuto qualcosa di più: la prospettiva, inattesa, di un nuovo sguardo cristiano non solo sugli ebrei, ma su tutte le altre religioni.

Nostra aetate si rivelò un apripista per altri itinerari, un robusto albero che si era sviluppato dal granello di senape del De Judaeis. Ecco perché a cinquant’anni di distanza è fondamentale riprenderla in mano e porle nuovi e vecchi interrogativi.

Già cinquant’anni o solo cinquant’anni? Lasciamo la risposta ai nostri lettori, mentre ringraziamo per la collaborazione nell’ideazione del dossier Vittorio Robiati Bendaud.



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