NON C’È PACE SENZA NONVIOLENZA
Nessuna guerra rispetta le regole del diritto. Non la “grande guerra”: 9 milioni di morti! Nessuno si assunse la responsabilità di averla scatenata. Tutti si sentirono aggrediti. Bastò sbandierare il termine “difesa” per obbligare milioni di giovani a presentarsi agli uffici di leva e al fronte. E così si scannarono per quattro anni – un’inutile strage, disse papa Benedetto XV. Poterono più la fame e la mancanza di risorse che le armi. Poi siglarono una pace, che si accanì contro i vinti e creò le condizioni per le dittature e i totalitarismi del XX secolo, preparando le condizioni della seconda guerra mondiale: 70 milioni di morti!
Secondo il sociologo Marcos R. Rosenmann, siamo di fronte al fallimento della specie umana, l’homo sapiens si sta sottraendo alle proprie responsabilità etiche, per giustificare i suoi olocausti: “Mi riferisco ai fatti… Ciò che ci rende umani, il riconoscimento dell’altro… è stato licenziato in nome dei potenti. Negli ultimi 100 anni gli esseri umani hanno provocato due guerre mondiali, sganciato bombe atomiche sulla popolazione civile, sviluppato armi chimiche e biologiche con l’obiettivo di imporre una volontà, fosse essa a favore di una razza, di un dio o di una ragione culturale. Aerei, droni, sottomarini, portaerei, carri armati. Tecnologie di morte create per generare terrore, paura e sottomissione. I cittadini del mondo protestano, alzano la voce, scendono in piazza, chiedendo la fine delle guerre, denunciando la vergogna dei loro leader. Tuttavia, nulla cambia. Orecchie sorde. La disumanizzazione avanza a un ritmo rapido. Il vero vincitore del processo di disumanizzazione è il complesso finanziario-industriale-militare” (La Jornada, Città del Messico, 26 ottobre 2023).
Come fermare la disumanizzazione che avanza e tornare a sognare, con papa Francesco, “un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!” (FT 8)?
L’unica via d’uscita è la nonviolenza, anche se si vuole far credere che è impotente. Se invece di denunciarne i presunti fallimenti, riflettessimo sulle vittime delle guerre? Quelle recenti, dell’Iraq, per esempio. Doveva diventare la terra della nuova democrazia, riunificare il paese, concedere indipendenza al Kurdistan ecc. Cos’è rimasto? Un paese distrutto materialmente, lacerato ancor di più sul piano delle confessioni religiose. Tutti hanno sotto gli occhi le devastazioni in Ucraina, Israele e Gaza. Ma si pensi anche all’Afghanistan: decine di migliaia di morti, feriti, rifugiati, per che cosa? Quali diritti civili, sociali sono stati conquistati? E la condizione della donna è cambiata? Mentre l’indipendenza dell’India dall’occupazione britannica, o il conseguimento dei diritti civili delle minoranze negli Usa, Solidarnosc in Polonia, la caduta del muro di Berlino e la riunificazione della Germania, il cambiamento nei paesi dell’Est Europa: tutti interventi nonviolenti che hanno ottenuto ciò che promettevano.
Da qui la necessità di metter fine alla logica della pace solo come tregua, con un vincitore e un vinto, in attesa che si creino le condizioni di una rivincita. I nonviolenti, è chiaro, non vinceranno, ma con-vinceranno, insieme ai “nemici”, estirpando le ragioni delle guerre. Un processo arduo, che chiede grandi cambiamenti, pretendendo i piccoli, quelli individuali: gli uni e gli altri devono avanzare insieme. È il terreno della buona politica che o è concretamente nonviolenta o è una contraddizione in termini.







