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NAUFRAGIO DELLA NAVE ALBANESE E LA NOSTRA INDIFFERENZA

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È passato già un anno dalla tragedia del canale d’Otranto. Ne riparliamo oggi per cercare di capire le ragioni di tanta freddezza. - Quell’eccidio di donne e bambini albanesi, 74 per l’esattezza, segna un punto di svolta nella storia del nostro paese, di questi cinquant’anni di Repubblica.

Se la dimensione universalistica dei nostri valori non dovesse reggere, la deriva verso forme di esclusione e di neorazzismo sarebbe inevitabile.

Poco più di un anno fa la tragica vicenda delle donne e dei bambini albanesi buttati nel fondo buio e freddo del canale d’Otranto, mare azzurro accarezzato per tanto tempo da sguardi sognanti, da illusioni e speranze ingenue, da timori nascosti, ed ora richiuso sopra i loro corpi atterriti. Vorrei poter elencare qui i nomi e i cognomi, immaginare i loro volti, ricostruirne le storie personali di sofferenze e di attese, di pensieri, di affetti, di relazioni, i loro paesaggi, i canti e le loro feste in quella terra a noi così vicina eppure lontanissima, remota.

Fui sconvolto da quella vicenda e ancor più lo sono stato nelle settimane e nei mesi successivi da come la nostra gente, l’opinione pubblica italiana ha reagito. Ho avuto anche il timore di esagerare, magari per residue incrostazioni ideologiche, di caricare troppo negativamente quello che i più consideravano un malaugurato incidente, un’infausta fatalità. Mi ha confortato, invece, lo scoprire come un sensibilissimo ed attento interprete dei nostri tempi, Nanni Moretti, abbia voluto nel suo ultimo film segnalare con allarmate preoccupazione la “nostra” indifferenza di fronte a quell’eccidio. E mi ha dato il coraggio di riparlarne per cercare di capire.

UNA CULTURA DEMOCRATICA A RISCHIO

Erano abbastanza chiare fin dall’inizio le nostre responsabilità collettive: quelle dei mass-media che da settimane ossessivamente ci allarmavano sull’invasione incontenibile degli albanesi; quelle di un’opinione pubblica impaurita, oscillante fra “genuine” preoccupazioni e reazioni pararazziste; quelle di un governo che, sotto l'incalzare dell'”emergenza” e della pressione isterica dei propri cittadini, adottò precipitosamente la linea del respingimento e della dissuasione “pattugliata”; quelle dei militari, nel caso specifico della Marina, forse troppo ligi esecutori della linea intransigente.

Le responsabilità personali le sta individuando la magistratura dopo il recupero del barcone albanese, da cui è risultato evidente lo speronamento in due punti successivi, quindi difficilmente casuale, da parte della corvetta militare italiana. Ma “se pietà non fosse morta” era troppo chiaro fin dall’inizio che quell’eccidio di donne e bambini, 74 per l’esattezza, pesava come un macigno sulle nostre coscienze e che segnava anche un punto di svolta nella storia del nostro paese, di questi cinquant’anni di Repubblica.

Il mese scorso – singolare, ma significativa coincidenza – ricorreva il centenario di un altro episodio altrettanto tragico che fece scorrere ancor più sangue innocente, in cui pure fu impropriamente impiegato l’esercito contro la popolazione inerme: l’eccidio di oltre un centinaio di popolani, anche ragazzini e donne, a Milano, durante i moti per il pane tra il 6 e l’8 maggio 1898, compiuto dall’esercito regio comandato dal generale Fiorenzo Bava-Beccaris. I popolani di Milano erano spinti dalla miseria e dalla fame, aggravata dall’improvviso forte rincaro del pane, come quei disperati che un anno fa affrontarono l’infido mare in fuga dalla disastrata Albania alla ricerca di lavoro e di una vita più decorosa.

E si trovarono il passo sbarrato dall’Esercito: un secolo fa in difesa di un potere autoritario e aristocratico, rappresentato da Umberto I, e degli interessi dei signori del tempo e della nascente borghesia industriale; oggi a salvaguardia di un territorio che rappresenta nell’immaginario collettivo, di chi vi sta comunque dentro – non fa niente se in posizione del tutto subalterna –, uno status privilegiato ed esclusivo e per questo potenzialmente minacciato dalle masse di derelitti che premono alle frontiere.

Per dare risposte ai martiri di Milano si sviluppò nel corso del ‘900 un grande movimento per la giustizia e la solidarietà, che produsse il meglio della cultura democratica nel nostro paese sia in ambito laico che cattolico. Ma è proprio questa cultura che la tragedia di un anno fa ha messo a dura prova. Non è scattata coralmente ed istintivamente la pietà e quindi lo sdegno per quanto era accaduto nel canale d’Otranto. Perché?

La prima e più banale risposta è che, avendo a che fare con il governo socialmente più avanzato della storia del paese, la vicenda non poteva che essere ascritta ad una malaugurata fatalità. Dispiaciuti, certo, ma non ne ha colpa nessuno. Però questa è banale, appunto, e quindi non convincente.

C’è qualcosa forse che si agita più in profondità: la percezione di un pericolo che può mettere in crisi proprio quelle conquiste che in un secolo abbiamo faticosamente ottenuto nel nostro paese, realizzando un equilibrio di civiltà che percepiamo ora precario e comunque incapace di sopportare un’inserzione improvvisa e massiccia di coloro – e sono tanti – che ne sono esclusi.

Ed allora è facile accogliere motivazioni ragionevoli: che lo sviluppo va creato nei paesi di origine; che vi è una soglia, dai sociologi definita oggettiva, oltre la quale la presenza degli stranieri in qualsiasi società provoca il rigetto; che siamo comunque poveri di risorse e anche di lavoro per gli stessi italiani. Ed è difficile mantenere fermo il discrimine rispetto ad altre argomentazioni, meno nobili e che slittano paurosamente verso il razzismo: che per questi popoli sarebbe comunque difficile l’integrazione per l’irriducibile diversità culturale; che del resto le regole del mercato e della competitività sono inevitabilmente selettive nei confronti di chi non è in grado di stare al passo; che costoro sono prevalentemente islamici e quindi fondamentalisti, anticristiani e misogini; infine che, non essendo formati alle regole della democrazia e della legalità, sono naturalmente violenti, inclini alla delinquenza ed a traffici illeciti, insomma estranei per la loro indole (per razza?) ai valori della civiltà occidentale.

UN CAMPANELLO D’ALLARME

È proprio questa miscela di stati d’animo che, di fronte all’eccidio degli albanesi, ha indurito i cuori e ha lasciato troppi italiani indifferenti, anche quei settori che pure si sentono eredi della grande tradizione civile del movimento operaio e del cattolicesimo democratico.

Una tradizione che, se non viene profondamente rinnovata, rischia di non essere più adeguata a fronteggiare i punti di sofferenza delle società contemporanee alle soglie del terzo millennio (il rapporto tra le minoranze potenti degli inclusi nel mercato globale e le maggioranze espropriate degli esclusi, la voracità dell’economia capitalista e la crisi ecologica del pianeta, l’invadenza omologante del pensiero unico occidentale e la tutela delle culture altre, la spinta inarrestabile dell’economia di mercato a produzioni e consumi materiali e i bisogni dell’animo e del cuore di relazioni autentiche).

La globalizzazione che incalza – è ormai un luogo comune – mette a dura prova il grado di competitività della nostra economia, ma sottopone anche ad una verifica impietosa la portata veramente universalistica dei valori su cui riteniamo di fondare la nostra civiltà: democrazia, pari opportunità per tutti, giustizia, solidarietà, rispetto e valorizzazione delle diverse culture.

La questione è del tutto aperta. E ho l’impressione che, se questa dimensione universalistica non dovesse reggere, la deriva verso forme di esclusione e di neorazzismo, di delimitazione di “spazi vitali” economicamente ed etnicamente fondati, sarebbe inevitabile. La tragedia del canale d’Otranto è un serio campanello d’allarme che ci impone una riflessione in profondità.

MARINO RUZZENENTI.


A GIUDIZIO SOLO I DUE CAPITANI

Si è conclusa così, con due archiviazioni e due richieste di rinvio a giudizio, l’inchiesta sul naufragio della nave albanese nel Canale d’Otranto. Il sostituto procuratore di Brindisi, Leonardo Leone de Castris, alla fine si è dovuto arrendere, mancando le registrazioni che potevano inchiodare i vertici della Marina militare.

 Per il tragico naufragio della “Kater I Rades”, una vecchia cannoniera albanese ridotta ad una carretta del mare, pagano il capitano Fabrizio Laudadio, comandante della corvetta “Sibilla”, e Xafer Namik, comandante della nave di Valona. Devono rispondere di naufragio colposo e omicidio colposo.

Prosciolti gli ammiragli Umberto Guarnieri, oggi capo di Stato maggiore della Marina e all’epoca dei fatti comandante in capo della squadra navale, e Alfredo Battelli, ormai in pensione, ma il giorno del naufragio capo del Dipartimento marittimo di Taranto.

A.G.



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