MISSIONARI / DALLE INDIE REMOTE ALLE INDIE INTERNE
Il missionario è una delle figure chiave della modernità. Fu il mediatore dell’incontro tra popoli che si ignoravano, fra culture spesso incompatibili. Il suo modello doveva scontrarsi con quello del crociato, pronto a ogni violenza, pur di ottenere l’adesione che gli era negata. Un’interpretazione originale e nuova di uno dei maestri della storiografia italiana.
In questo suo libro, che raccoglie più organicamente studi precedenti, Adriano Prosperi presenta una nuova chiave di lettura della figura del missionario (cattolico), interpretando il termine “Indie”, non solo come sinonimo delle “Indie remote” – orientali e occidentali –, ma applicandolo anche alle “Indie interne”, cioè alle zone del vecchio continente, Italia compresa, dove Cristo non era arrivato e dove invece soprattutto i gesuiti, anche in obbedienza al loro nome, volevano farlo giungere.
L’A. descrive il missionario come mediatore dell’incontro, professionista del contatto fra popoli, capace di abitare le giunture di culture e universi religiosi diversi, se non opposti, con l’impegno di mettere d’accordo l’idea occidentale di Dio con le nozioni di culture e tradizioni molto distanti da quelle europee, come quelle orientali.
Inoltre, presenta tre modelli di missione: a) quello centrato sulla figura del papa (come nel caso di Urbano II che lancia un appello alla “guerra santa” durante il Concilio di Clermont, nel 1095, per la liberazione del Santo Sepolcro di Gerusalemme); b) in secondo luogo, quello della delega ai sovrani dei vari Stati europei, con la “missione” di propagare la fede nelle terre appena scoperte (come si legge nella Bolla Inter caetera di papa Alessandro VI del 1493); c) infine, quello degli ordini religiosi, come francescani, domenicani, cappuccini e gesuiti, prevalentemente o esclusivamente dediti alla predicazione del Vangelo e alla diffusione del cristianesimo tra popoli e culture di altra religione.
Con i primi due modelli, secondo Prosperi, la Chiesa riuscì ad assicurarsi non solo l’egemonia sulle terre scoperte, ma anche su quelle ancora da scoprire e nello stesso tempo cercò di ridiventare una grande potenza coloniale utilizzando la fede come strumento ideologico, politico e militare. La qual cosa però non ha fatto che incentivare la conflittualità instauratasi fin dal VII sec. tra cristiani e musulmani, il cui culmine può essere rappresentato dalla Lega santa tra i diversi Stati europei che nel 1517 sconfisse nella battaglia di Lepanto la flotta turca. In questo ambito, conflittuale, secondo Prosperi, l’episodio più iconico è però l’incontro tra S. Francesco d’Assisi e il sultano d’Egitto nel 1219 davanti a Damietta assediata, che si può definire un prototipo alternativo di missione religiosa rimasto tale fino ai nostri giorni. Accanto alle “Indie remote”, si affiancarono in questo periodo, che giunge fino alla Riforma, le “Indie interne”, le nostre Indie. Di modo che i missionari, soprattutto i gesuiti, si interessarono anche dell’Europa. Non solo perché la Riforma aveva creato una frattura nella cristianità del vecchio continente, ma anche perché le campagne europee erano popolate di battezzati che sapevano poco del cristianesimo e vivevano di fatto come pagani, esattamente come gli indios d’America. Così si diffusero le “missioni popolari”, attente a comunicare in una lingua comprensibile a tutti, anche attraverso le rappresentazioni sacre, più efficaci di molte prediche. Per questo le “missioni popolari” prevedevano, oltre alla predicazione, processioni, gesti di penitenza e soprattutto la confessione, che nelle missioni gesuitiche rappresenta il momento culminante. Queste “missioni” avevano di mira anche l’evangelizzazione di musulmani, ebrei, luterani, calvinisti. Non c’erano dunque solo le “missioni estere” nelle reducciones del Paraguay o in Giappone, ma anche le “missioni popolari” sulle montagne della Lucania, della Sardegna o nell’entroterra della Corsica, e, dove c’era gente che viveva ancora immersa nelle tenebre del paganesimo.
Dal terzo modello – degli ordini e congregazioni religiose dediti in maniera prevalente o esclusiva alla missione ad gentes – si passò alla centralizzazione dell’azione missionaria con la fondazione, nel 1622, della Congregazione di Propaganda Fide, anche per svincolare le missioni e i missionari dai condizionamenti “coloniali” delle grandi potenze europee.
Con la sua originale interpretazione del missionario, come figura chiave della modernità, l’A. offre un contributo prezioso agli studiosi della storia delle missioni, ma anche ai missionari del XXI secolo, i quali leggendo il suo libro si sentiranno senz’altro incoraggiati a vivere più evangelicamente – alla maniera di S. Francesco d’Assisi, per intenderci – la loro vocazione, mentre la missione è messa radicalmente in discussione nel suo modello eurocentrico e coloniale, in una Chiesa sempre meno europea e ormai irreversibilmente plurale e mondiale.







