MEDITAZIONI SULL'EUCARISTIA A PARTIRE DAL BIDONE DI RIFIUTI
L'avevo letto migliaia di volte. Ho perso il conto delle ore passate davanti a foto di riviste, documentari, servizi giornalistici e libri fin dai tempi della mia vita di seminario. In Brasile mi capitò tra le mani la poesia di Manoel Bandeira, L'animale, che m'impressionò a tal punto da impararla a memoria e usarla fino alla noia in prediche, meditazioni, incontri.
Dice così: “Ieri ho visto un animale /nell'immondezzaio del cortile/raccattando cibo tra i rifiuti. Quando trovava qualcosa/non la esaminava né la fiutava: la ingoiava con voracità. L'animale non era un cane/non era un gatto/non era un topo. L'animale, mio Dio, era un uomo”.
Avevo già passato più di dieci anni in Brasile, nell'interno dell'Amazzonia e a Belém: occasioni di toccare con mano la miseria più degradante, me n'erano capitate tante, ma quando lo vidi mi venne il capogiro. Il grosso tronco di un mango mi servì d'appoggio per non cadere e da paravento per non farmi vedere.
Nella canicola di quell'inizio di pomeriggio, a 20 metri da me, di profilo, sul ciglio del marciapiede, dopo essersi guardato furtivamente attorno, un uomo sui 40 anni , si era chinato su una busta di plastica, di quelle che si usano nei supermercati. Ne aveva sciolto il nodo. Aveva guardato cosa ci fosse dentro, poi vi aveva infilato la mano ed estratto un pugno di qualcosa che aveva messo in bocca con voracità. Dal mio posto d'osservazione non vidi di cosa si trattasse. Il mio sguardo era fisso sulla figura di quell'essere accovacciato.
Non era uno dei soliti senzatetto abbrutiti dall'alcol e dalla miseria. Pareva addirittura una persona fine, nonostante gli abiti a brandelli e le scarpe sfondate. Non sono di stomaco delicato: fin da bambino, nei campi d'angurie o meloni, sotto le viti, sugli alberi da frutta non usavo certamente tovagliolo e posate; e anche da grande, per assaporare un mango maturo non mi sono mai preoccupato di seguire il galateo, riempiendomi le dita e la faccia del suo succo delizioso. Eppure quel giorno, lì, nell'Avenida Nazaré, a Belém do Pará, poco ci mancò che vomitassi tutto quello che avevo nello stomaco.
Quando ebbe vuotato la busta, messa lì dalla famiglia della casa accanto, in attesa del camion della nettezza urbana, l'uomo si rialzò, vide che nessuno dei passanti gli faceva caso, ripulì le mani nei pantaloni già sudici e si avviò con passo stanco verso la basilica mentre io continuavo dalla parte opposta.
ESISTE POI QUESTA BENEDETTA EUCARISTIA?
Quella scena del Largo do Tribunal de Contas mi torna in mente tutte le volte che devo parlare dell'eucaristia. Fare della teologia astratta sul mistero eucaristico è una cosa. E c'è chi lo fa con una tale profondità, che fa diventare il mistero ancor più incomprensibile. Ma la vita quotidiana mette ciascuno di noi, che abbiamo fatto colazione, pranzo e cena ieri e li rifaremo oggi e domani pure (e ci avanzerà tanto da riempire i sacchi del supermercato da mettere sul ciglio della strada perché la nettezza urbana se li porti via), dietro un tronco di mango per assistere allo spettacolo di uomini, donne, bambini di ogni razza e colore, in affannosa ricerca, tra i rifiuti, del pugno di cibo necessario per arrivare al giorno dopo.
È a questa gente – a quella che mangia e riempie la busta dei rifiuti e a quella che si contende i miei rifiuti – che io prete, cristiano, vescovo, papa... devo spiegare cos'è l'eucaristia. E allora un dubbio mi assale: esiste poi questa benedetta eucaristia? Certamente ci sono milioni d'ostie “consacrate”, in un rituale che si rifà all'ultima Cena di Gesù. Abbiamo tabernacoli che sono vere e proprie opere d'arte, ostensori che valgono un capitale, visite “eucaristiche” a non finire, veglie piene di canti e d'incenso, processioni nelle principali vie delle città, con l'asfalto coperto di petali di fiori artisticamente distribuiti. Facciamo Congressi eucaristici parrocchiali, diocesani, nazionali, internazionali... Come dubitare che ci sia l'eucaristia?
UN “OGGETTO” CHIAMATO EUCARISTIA
Eppure i discorsi, il comportamento di molti cristiani e anche certi documenti più o meno ufficiali danno l'impressione che l'eucaristia sia una cosa, un “oggetto di culto”. Ma un oggetto che si porta in processione, si mangia, si conserva nel tabernacolo, si espone nell'ostensorio, si venera, si adora con genuflessione doppia se è solennemente esposto.
Però adesso m'interessa sapere come faccio a spiegare il mistero eucaristico all'anonimo divoratore di rifiuti dell'Avenida Nazaré e ai milioni d'altri affamati o disperati perché impotenti davanti alla fame dei figli.
Se quell'ostia che portiamo in processione sulla via centrale della città è veramente Gesù di Nazareth, inviato dal Padre per portare la Buona Notizia ai poveri (Lc 4,18), come ci azzardiamo a pretendere di trattenerlo dal correre a sfamare l'anonimo trangugiatore dei nostri resti? O come speriamo di difenderci dalla sua frusta, noi che abbiamo trasformato la sua casa in un covo di ladri che si appropriano dei beni di questo mondo invece di condividerli con tutti i suoi fratelli e sorelle?
Chi nega l'esistenza dell'eucaristia non è l'eretico che predica dottrine contrarie alla Dominicae cenae . Siamo noi che ci rifiutiamo di fare “memoria di Lui”, ossia comunione.
Come rintracciare una somiglianza con colui che “passò per il mondo facendo il bene e curando tutti” (Atti 10,38) nelle solenni sfilate per le vie della città, illuminate e adornate come per l'arrivo di un politico?
Celebriamo le nostre messe, facciamo le nostre processioni e veglie d'orazione poi ce n'andiamo ognuno per i fatti nostri e chi ha da mangiare si riempie fino a mettere a repentaglio la sua salute, chi non ha nulla, aspetta ansioso le ore della notte per andare a frugare nei rifiuti. “Questa non è la cena del Signore”, direbbe l'indignato San Paolo, denunciando la mancanza di comunione che pare fosse il difetto anche dei nostri antenati di Corinto (1Cor 11,20-21).
I PIATTI E I BICCHIERI
Il card. Paolo Emilio Léger, che rinunciò alla sua archidiocesi di Montreal per dedicarsi all'apostolato nelle missioni africane e fra i lebbrosi, diceva che la qualità del cristianesimo di una persona si riflette nel piatto e nel bicchiere. E noi potremmo aggiungere: nella cilindrata e nel modello della macchina, nel conto bancario, nella scelta dei luoghi di villeggiatura, nei destinatari e negli onorari della nostra attività professionale, ecc.
È esattamente questa distanza tra il dire e il fare che c'impedisce di essere capiti e creduti quando parliamo d'eucaristia.
LA FORBICE CHE NEGA L'EUCARISTIA
È risaputo che l'umanità soffre di un tragico e imperdonabile male: la disuguaglianza di condizioni di vita tra gli abitanti del pianeta. Gli studiosi ci dicono che invece di camminare verso la comunione, corriamo verso l'esclusione. Usano l'immagine della forbice. Come celebrare l'eucaristia se è proprio tra noi che si annidano molti dei responsabili di questa “forbice”?
Più grave ancora: la nostra teologia disincarnata e la spiritualità “eucaristica” che è predicata e praticata, finiscono per “distrarre” e alienare dall'urgenza della vera comunione che Gesù voleva che ricordassimo nel celebrare la sua “memoria” (Lc 22,19).
LE CONCLUSIONI DI GUADALAJARA
Nell'ottobre del 2004, a Guadalajara (Messico) si celebrò il Congresso eucaristico internazionale che fu preceduto da un Simposio pastorale, le cui conclusioni furono lette dal card. Tomko e approvate plebiscitariamente dall'assemblea. Eccone il testo diffuso dall'Agenzia Zenit:
1) È urgente dar risalto all'importanza dell'eucaristia domenicale, parte centrale del Congresso.
2) Dare nuovo rilievo alla festa e alla processione del Corpus Domini .
3) Rivalutare l'adorazione eucaristica in tutte le sue forme, compresa l'adorazione notturna.
4) Ricevere la comunione con frequenza e degnamente, accompagnata dal sacramento della riconciliazione.
5) Rafforzare lo spirito missionario che nasce dall'eucaristia.
6) Condividere con i poveri la mensa e la messa, nel servizio della carità; unire l'impegno spirituale con le necessità dei poveri.
7) Rinnovare nell'eucaristia la fede, il sacrificio, la comunione e il servizio, come segno per la Chiesa cattolica e il mondo.
Quella sesta conclusione “salva la patria”. Ma pare piuttosto un “premio di consolazione”, che non una “lettura” del gesto di Gesù nell'ultima Cena. “Lettura” che ci si aspettava ben diversa, provenendo da Guadalajara, in Messico, un Paese dove non scarseggia la dimensione spirituale della fede, e ciò nonostante vi regnano indisturbate anche le stesse situazioni e strutture anti-eucaristiche che reggono il mondo.
Insomma: che “bella notizia” darà l'anno eucaristico alla “folla di affamati, costituita da bambini, donne, vecchi, migranti, profughi e disoccupati, che eleva verso di noi il suo grido di dolore… e c'implorano, sperando di essere ascoltati”, di cui parlava già Giovanni Paolo II nel Messaggio di Quaresima del 1996?
SAVIO CORINALDESI.
UNA MESSA SENZA PRETI?
Le nostre liturgie spesso attingono al lato esteriore ed emotivo della gente. É difficile entrare nel cuore e nella mente per poi arrivare all'azione trasformatrice. Le preghiere eucaristiche, sempre uguali e con concetti difficili, diventano un ostacolo anziché facilitare la comprensione e la partecipazione. Che cosa fare per permettere che testi scritti da altri, in genere da gente erudita e straniera, diventino la voce del cuore, espressione viva dell'amore di Cristo e del Padre?






