Skip to main content
Condividi su

La situazione in Iraq sembra avviata verso buone prospettive, ma non possiamo non interrogarci sulle lezioni che ne derivano, in particolare sul ruolo degli Usa e dell’Onu, sull’Europa e sulla politica mediterranea.

L’essere diventati la sola potenza mondiale, economica e militare, ha fatto perdere agli Usa il senso della misura; e soprattutto hanno mostrato in quale scarsa considerazione tengono l’Onu.

Sbaglieremmo se pensassimo che ora si è aperta una nuova fase e che l’Onu, d’ora in avanti, potrà facilmente svolgere un lavoro a tutto campo, senza più intralci.


Tutti aspettavamo la cattiva notizia ”bombardano Baghdad”. Ma le cose, questa volta, sono andate diversamente. Come otto anni fa, i mass-media avevano già indossato la divisa e l’elmetto; come allora, dubbi e opposizioni all’ineluttabilità dell’intervento armato, erano stati tacitati come “atteggiamenti complici” del sanguinario dittatore,  dell’Hitler del mondo arabo, dello sterminatore dei curdi. Ma questa volta il giochetto non ha funzionato, perché non c’erano le condizioni per farlo funzionare. Era a tutti evidente che le limitazioni di Saddam all’ispezione dell’Unscom ai siti presidenziali, non erano la ragione prima dell’atteggiamento di Washington. Davanti alla richiesta di Baghdad di stabilire la data precisa della fine di un embargo lungo sette anni e causa di un autentico genocidio, una buona parte dell’opinione pubblica internazionale si rendeva conto che lo scopo degli Usa non era quello di far rispettare le vecchie risoluzioni del Consiglio di sicurezza (distruzione di tutte le armi non convenzionali di sterminio di massa e delle tecnologie atte a produrle), quanto di mantenere il blocco attorno all'Iraq, in modo da creare una crisi del regime e l’allontanamento, violento o meno, di Saddam Hussein.

Il 14 novembre del ’97, lo stesso Bill Clinton aveva riconfermato l’obiettivo che il governo americano si era dato sin dalla fine della guerra del Golfo: l’eliminazione dell’autocrate di Baghdad. Dal canto suo, Madeleine Albright aveva dichiarato che finché Saddam fosse rimasto al potere, l’embargo non sarebbe stato mai tolto. Se queste erano, e rimangono, le finalità esplicite della Casa Bianca, le risoluzioni dell’Onu vengono impugnate non per affermare un eventuale diritto violato, ma per giustificare un intervento che risponda agli interessi geopolitici degli Stati Uniti nell’area.

IL MONDO NON È PIÙ QUELLO DEL 1990

Nel ’91 la violazione del diritto internazionale era stata netta, e quindi era abbastanza facile spiegare alla comunità internazionale le ragioni di un eventuale uso della forza. Questa volta tutti hanno potuto vedere la sproporzione tra un conflitto legato alla gestione dei controlli e la minaccia di un intervento. I paesi arabi non potevano dimenticare il sostegno indiretto, o per lo meno la tolleranza, che il Congresso degli Stati Uniti ha sino ad oggi mostrato verso la continua violazione degli accordi di Oslo da parte di Israele. Ma si sa che gli Usa hanno fatto proprio l’insegnamento di Platone, quando nel IV° libro della Repubblica afferma che “la giustizia non è altro che ciò che va a vantaggio del più forte”.

Inoltre, non c’erano, rispetto al ’91, nemmeno gli appigli giuridici, oltre che il placet di un Consiglio di sicurezza profondamente diviso al suo interno, per legittimare la ritorsione bellica. Infatti la risoluzione 678, che permise l’intervento del gennaio ’91, non prevede la possibilità di ricorso a misure coercitive per l’attuazione del programma di disarmo dell’Iraq.

L’essere diventati la sola potenza mondiale, economica e militare, ha fatto perdere agli Stati Uniti il senso della misura; hanno soprattutto mostrato in quale scarsa considerazione tengono le Nazioni Unite: mentre il ministro degli Esteri cercava di mettere in riga la vecchia coalizione anti-Saddam, il Senato americano non approvava il pagamento del proprio debito all’Onu. Del resto già nel ’94, con la direttiva presidenziale n.25, gli Usa avevano dichiarato esplicitamente che sarebbero intervenuti nel quadro delle Nazioni Unite solo quando sarebbero stati in gioco i loro specifici interessi nazionali.

E che comunque Washington avrebbe mantenuto una capacità di azione unilaterale e se ne sarebbe avvalsa quando lo avesse ritenuto opportuno. Anche in quest’ultima crisi le idee che hanno guidato gli strateghi statunitensi sono state espresse dal capo della Commissione Esteri J. Helms: “Le decisioni sulla sicurezza mondiale si devono prendere alla Casa Bianca e non al Palazzo di Vetro. Vorremmo che questo fosse chiaro a tutti…”.

La Casa Bianca, una volta di più, ha dimostrato di non capire le dinamiche in corso nella regione mediterranea.

La scelta militare brandita ha mostrato tutti i limiti della politica estera  Usa in Medio Oriente, è un segno emblematico che il gigante, in fondo, ha i piedi d’argilla.  La realtà di quella regione è complessa; la rigidità dell’attuale governo israeliano ha fatto rinascere la Lega araba, che chiede con forza l’applicazione del principio del land for peace (territori in cambio della pace). Turchia e Iran sono ormai due paesi che nutrono ambizioni regionali; mentre gli Usa tollerano la crescita della prima in funzione anti-iraniana, Russia e Cina si contendono l’amicizia di Teheran, interessata all’acquisto dei loro impianti nucleari e delle loro armi.

L’ultimo smacco, Clinton, lo ha avuto in casa propria. Un docente dell’Università di San Diego, nel maggio del ’91 aveva scritto che la guerra del Golfo sarebbe servita anche come un eccezionale banco di prova per mettere a regime le tecniche di manipolazione e di controllo delle informazioni e dell’opinione pubblica che erano state inaugurate in quell’occasione.  L’esposizione mass-mediatica della Albright, che doveva servire a costruire il consenso del popolo americano attorno alla nuova impresa militare del suo governo, le si è rivoltata contro; l’imbarazzo, i silenzi, le improbabili giustificazioni date a chi notava che gli Stati Uniti adoperano sempre due pesi e due misure nei confronti dei vari dittatori, perché non è importante per loro che in un paese vengano rispettati i diritti umani, quanto che quel dittatore sia amico o no di Washington, come per l’appunto lo era il Saddam degli anni ’80, hanno non poco giovato al movimento americano di opposizione alla guerra.

UNA FASE NUOVA DELL’ONU?

Kofi Annan ha quindi giocato le sue carte diplomatiche con ponderazione, perché si rendeva conto dell’insostenibilità, sia sul piano politico che su quello del diritto, dell’intransigenza armata degli Usa e della Gran Bretagna. La freddezza dei vari partners europei, la contrarietà degli ex alleati mediorientali, il calo di consensi nell’opinione pubblica interna, una consistente ripresa di un movimento d’opinione contro la soluzione bellica, la scesa in campo di voci autorevoli come quella del papa, tutto ha concorso affinché la strada da percorrere fosse quella diplomatica, l’unica che si addice ad un’istituzione mondiale che ha come compito prioritario quello di bandire la guerra.

Ma sbaglieremmo se pensassimo che si è aperta una fase nuova e che l’Onu, d’ora in avanti, può finalmente svolgere un ruolo a tutto campo, senza più intralci o veti incrociati. Sarebbe bello, ma non lo è. In primo luogo perché i problemi della regione interessata da quest’ultima crisi, a cominciare dalla “questione palestinese”, sono sull’orlo di degenerare in un nuovo drammatico conflitto.

O la comunità internazionale si dà tempi e modi per affrontare nella loro globalità gli equilibri, gli interessi, i rapporti tra i vari paesi dell’area o sarà difficile credere alla possibilità di pacificarla. In altre parole non si può disinnescare il potenziale distruttivo dell’apparato bellico di un paese come l’Iraq, e contemporaneamente riempire tutti gli arsenali degli stati circostanti di armamenti convenzionali e nucleari, dall’Arabia Saudita alla Turchia, dall’Iran ad Israele. Il disarmo progressivo dell’area deve essere un obiettivo da perseguire sin da subito.  

L’EUROPA E IL MEDITERRANEO

Il secondo aspetto riguarda l’Europa, perché la soluzione diplomatica, auspicata per la risoluzione della crisi irachena non può realizzarsi, se il vecchio continente non si muove in una logica diversa da quella che ha seguito fino ad oggi. Gli europei devono convincersi che gli interessi degli Stati Uniti e dell’Europa non coincidono più come ai tempi della “guerra fredda”.  Infatti, mentre si nota sempre più una progressiva discordanza tra gli interessi reali di Washington e del mondo arabo-musulmano, si deve invece rilevare la sempre maggiore interdipendenza tra quelli del Medio Oriente e dell’Europa.

I paesi e i popoli che si affacciano sul Mediterraneo sono costretti a prendere coscienza di abitare uno spazio geopolitico, sociale ed economico comune. Si impone la necessità dell’indipendenza politica ed economica, il rispetto reciproco,  la convivenza e il rifiuto di qualsiasi ingerenza esterna. Una sorta di dottrina Monroe dell’area mediterranea.  Tutti questi popoli e paesi dovrebbero pretendere per se stessi il rispetto della Dichiarazione di indipendenza americana del 1774.

A guardar bene, anche in quest’ultima crisi è emersa, nel comportamento degli Usa verso l’Europa e il Medio Oriente, quella stessa arroganza che gli inglesi di due secoli fa brandivano minacciosamente nei confronti dei loro coloni d’oltreoceano.

Ciò che è valso per gli ex coloni americani della Gran Bretagna, dovrebbe oggi valere per i popoli mediterranei.

Quegli stessi Stati Uniti che hanno sempre preteso di essere i più strenui difensori della libertà ed autodeterminazione dei popoli, non dovrebbero quindi avere delle riserve; perché solo se verrà riconosciuta questa indipendenza, i rapporti tra gli Stati Uniti e gli ex dominions del Mediterraneo – e l’Europa tra questi – potranno effettivamente basarsi sull’amicizia e su un nuovo patto d’alleanza. Dove i diritti e doveri, però, dovranno valere per tutti.



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito