LE CLASSI DIRIGENTI / PUNTO DEBOLE DELL’AFRICA
“A me non interessa il benessere della popolazione, io sono al potere per prendere tutto quello che posso per me e per la mia famiglia…”. Pensiero ad alta voce di un ministro di un paese sub-sahariano durante una cena a base di aragoste, magnum di champagne, acqua sigillata in bottiglia e formaggi francesi giunti da Parigi in aereo.
Nella villa sul mare ogni lusso era presente lungo i bordi della piscina con camerieri e sfarzose eleganze degli invitati, mentre fuori un bambino a piedi nudi con un’unica maglietta rossa, decisamente ampia per la sua esile figura, fissava incantato i palloncini sul cancello della villa del ministro. Era il compleanno del figlio del ministro. Il bambino rimasto fuori non aveva mai visto tanti palloncini colorati montati insieme su un cancello. Molti i regali, soprattutto giochi di ultima generazione, per il festeggiato. Al magnifico party erano presenti tutti i vertici politici dello Stato rilassati nei loro privilegi.
LA CORRUTTIVA STRATEGIA COLONIALE
Spesso in Africa si preferisce la legalità alla legittimità delle proprie classi dirigenti a ricoprire i posti di potere. Sostanziale incapacità di costruire collegamenti con la società civile e prevenire le crisi politiche; assenza di approccio olistico: queste sono alcune delle frequenti osservazioni di analisti e think tank occidentali nei confronti delle classi dirigenti africane.
Approdare in Africa, identificare un gruppo all’interno del quale nominare un capo locale che potesse fungere da referente e da rappresentante per interessi commerciali e politici essenzialmente esterni ed estranei al gruppo stesso. Innescare un processo di domanda esterna che potesse modificare radicalmente i percorsi eco-ambientali e le più profonde e ancestrali tradizioni per arricchirsi senza alcun interesse per un bene comune che in Africa si basa, non certo senza conflitti, da sempre sullo scambio e sulla solidarietà tra comunità differenti tra loro. Conseguentemente, i processi di verticalizzazione e polarizzazione del potere, già naturalmente presenti in numerose aree del continente africano, vennero fortemente acuiti da economie che furono coloniali, neocoloniali e concentrate sugli sfruttamenti delle risorse naturali che il continente più ricco del mondo poteva e può offrire alle leadership politiche.
STORIE DI POLITICI RAPACI E TRAGICAMENTE RIDICOLI
Il presidente dell'allora Zaire, Mobutu Sese Seko (1930-1997), accumulò personalmente ricchezze fino a 15 miliardi di dollari e si recava a Parigi con l’aereo Concorde per lo shopping. Oggi l’ex Zaire è il Congo RD; se la ricchezza fosse equamente distribuita per la sua popolazione – 84,07 milioni su un’estensione quasi pari a tutta l’Europa occidentale – ogni cittadino potrebbe spostarsi con il proprio jet privato.
La leadership della famiglia Kabila ha assistito a violenze e guerre civili dominate da gruppi ribelli e atti terroristici di violenza inaudita e, nonostante le nuove elezioni politiche (2018), essa detiene attività commerciali, permessi di estrazione mineraria e ettari di terreno.
Jean-Bedel Bokassa (1921-1996), 40 figli e 19 mogli, divenne capo indiscusso delle forze militari della Repubblica Centrafricana; fece spesso un uso strumentale di conversioni religiose legate a concessioni politico-economiche, oltre a notizie non confermate che si cibasse anche di carne umana. La cerimonia dell’incoronazione di Bokassa nel 1976 fu sfarzosa nel solco di quell’invenzione della tradizione descritta da Hobsbawm e Ranger verso la fine degli anni Settanta del XX secolo: con in mano uno scettro prezioso, Bokassa si cinse la corona d’oro massiccio tempestata da 5000 diamanti e realizzata in Francia. Il cocchio color verde-oro con l’aquila araldica era trainato da bianchi cavalli normanni e portava la coppia imperiale e il principe ereditario Jean-Bedel di quattro anni; la moglie Catherine sfoggiava un manto di ermellino e un diadema aureo. Concluso il rito, Bokassa I si sedette sul gigantesco trono a forma di aquila di bronzo dorato, del peso di due tonnellate e costellato da 785mila perle e un milione di cristalli. Seguì un lauto banchetto con le più rare prelibatezze e i camerieri in costumi ottocenteschi. L’incoronazione costò più di 20 milioni di dollari e gettò la Repubblica Centroafricana sul lastrico.
In epoche più recenti, José Eduardo dos Santos (1942-), presidente dell’Angola dal 1979 al 2017, si impossessò delle ingenti ricchezze petrolifere del paese sottraendole ai cittadini. Dos Santos organizzò un matrimonio per la figlia Isabel che costò quattro milioni di dollari; Isabel, ingegnere e manager, è tra le persone più ricche dell’Africa con un patrimonio stimato nel 2020 di 1,5 miliardi di dollari. L’attuale presidente angolano João Lourenço (1954-) ha esautorato dagli incarichi più remunerativi legati al petrolio la famiglia dos Santos a partire dalla figlia Isabel che respinge tutte le accuse mosse contro di lei.
UN POTERE VIOLENTO E SENZA CONSENSO
Dagli anni Sessanta del XX secolo, gli anni delle indipendenze africane dal colonialismo, i percorsi della gestione del potere e la creazione delle leadership in Africa sono spesso passati attraverso la necessità, in assenza del consenso dal basso, del monopolio della forza; ciò ha implicato la nascita di Costituzioni militari, la creazione di partiti unici, il predominio dell’esercito e il proliferare di presidenti, tutti uomini fino a pochissime recenti presenze femminili, spesso provenienti dall’esercito, fortemente inclini a comportamenti cleptocratici e sostanzialmente privi della concezione di opposizione politica, poiché in Africa, soprattutto sub-sahariana, chi si oppone è un nemico e in quanto tale va eliminato. La violenza connessa al potere, poiché derivante solo dalla forza, è una ferita profonda che attraversa l’intera storia contemporanea delle leadership politiche nel continente africano.
Da qui derivò una lunga generazione di presidenti africani che negli anni Ottanta del XX secolo si contraddistinsero per la brutalità con cui acquisirono immense ricchezze sottratte agli stessi Stati che dovevano governare e difendere.
ALCUNE FIGURE DI POLITICI ILLUMINATI
Rimangono nella storia del continente africano importanti figure di visionari e illuminati presidenti che ancora oggi sono d’esempio nel mondo. Il 6 marzo 1957 Kwame Nkrumah (1909-1972), neoeletto primo ministro del Ghana dichiarò: “L’indipendenza del Ghana è priva di significato se non viene collegata alla liberazione completa dell’Africa…”. Nkrumah fu tra i più autorevoli e attivi esponenti degli ideali panafricani. Durante gli anni del bipolarismo tra Stati Uniti e Unione Sovietica le sue visioni politiche lo marginalizzarono e morì nel 1972 in Romania insieme con un altro importante presidente, Ahmed Sékou Touré (1922-1984) della Guinea: eroe della lotta anticoloniale che poi non esitò a imporre una spietata repressione contro i dissensi interni al paese.
Vero anche che 22 sono stati i presidenti uccisi negli ultimi cinquant’anni in Africa: tra i primi fu il presidente Sylvanus Olympio (1902-1963) del Togo l’11 gennaio 1963 in un colpo di Stato militare organizzato da forze occulte francesi; l’esercito del Togo aumentò da 250 unità nel 1963 a 1200 nel 1966. Il lungo elenco di assassinii giunge fino all’uccisione di Muhammar Gheddafi (1942-2011) della Libia nel 2011.
UN RUOLO PER LA SOCIETÀ CIVILE
Caratteristica comune alle leadership politiche dell’Africa contemporanea è il desiderio e la necessità di conservare il potere che si basa, come detto, sulla forza, sul ruolo dell’esercito, sull’assenza di opposizione politica e sulle Costituzioni militari, che spesso vengono forzate per prolungare i mandati di molti presidenti “dinosauri”.
A questo riguardo gli investimenti dei singoli Stati africani nelle spese militari sono ingentissimi e secondo le ricerche compiute dalla Ibrahim Foundation che pubblica ogni anno l’Ibrahim Index of Governance vi è solo uno Stato che ha successo politico-economico in Africa: Mauritius, per il semplice motivo che l’isola è priva di un esercito. Vi è inoltre un premio particolare, istituito nel 2007 (Ibrahim Price for Achievement in African Leadership), che consiste in 5 milioni di dollari offerti dalla Ibrahim Foundation al presidente africano che si adoperi per le riforme e il benessere dei propri cittadini. Ebbene, il premio – vinto nel 2008 da Festus Mogae, presidente del Botswana; nel 2011 da Pedro Pires, presidente di Capo Verde; nel 2014 da Hifikepunye Pohamba, presidente della Namibia; nel 2017 da Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia – per molti anni non è stato vinto da nessun presidente e quindi non assegnato.
Secondo le analisi di Toyin Falola, i nuovi movimenti giovanili – l’Africa è il continente più giovane del mondo –, uniti alle crescenti influenze delle diaspore africane nel mondo, hanno modificato i percorsi di sviluppo e di peacekeeping. Tali forti tendenze hanno contribuito anche a spettacolari deposizioni di presidenti “dinosauri” e allo smantellamento, perlomeno ufficiale, dei loro entourage clientelari. Azioni che potranno risultare efficaci solo se accompagnate da movimenti civili per la coesistenza sopportabile – e in futuro si auspica pacifica – in questo multiculturale e multicentrico continente.







