LE ARMI DEL SUD: COME INVENTARSI UN NEMICO
Gli anni '90 si erano aperti all'insegna di un mutamento radicale del quadro politico e strategia globale. Si affermava che la fine della guerra fredda avrebbe portato con se come logica conseguenza, la liberazione di cospicue risorse economiche, tecnologiche ed umane sino ad allora impiegate nella folle corsa agli armamenti, che aveva visto competere i due blocchi ideologicamente contrapposti. Si trattava alia fin fine di usare i cosiddetti "dividendi di pace " per mettere mano e possibilmente iniziare a risolvere i secolari problemi di una bella fetta di umanità: la povertà, una diversa distribuzione delle risorse, ecc.
Ma i sogni sono morti all'alba del nuovo millennio.
Per dare concretezza a quest'idea bisognava che chi la stava facendo sua a parole, doveva poi davvero "investire" politicamente, eticamente, socialmente e culturalmente sulla "pace" per poter vantare degli "utili" da ridistribuire ai suoi naturali creditori: i popoli del mondo. Ma i vari poteri (politici, economici, finanziari) non avevano alcun interesse a dare al "sogno " la concretezza di un progetto, perché da questo ne sarebbe potuta derivare forse una progressiva riduzione del lo-ro peso sulle società a fronte di una maggiore partecipazione dei cittadini alle scelte comuni.
Cosi la dissoluzione del blocco politico-milita-re orientale, invece che un'occasione, fu vista come una minaccia da quanti da tale "conflitto virtuale" avevano ottenuto soltanto vantaggi politici ed economici. Vinto un nemico bisognava allora cercarne un altro, magari più d'uno, scovandolo tra qualche ex alleato con manie di grandezza o tra chi non si era adattato abbastanza velocemente alle regole della "democrazia neo-liberista", convinto che un governo autoritario sia in fondo maggiormente capace di farsi interprete del nuovo "verbo" occidentale. Tanto di governanti scellerati sulla faccia di questa terra ce ne sono stati e ce ne sono tuttora; basta scegliere nel mucchio al momento opportuno e su questo costruire il consenso dell’opinione pubblica internazionale, inventandosi una bella guerra "umanitaria".
Per farla breve, con la guerra del Golfo, i paesi nord-occidentali hanno sancito l'inizio di un nuovo ordine internazionale che ha posto al suo centro i rapporti (e i conflitti) tra quest'emisfero e il Sud del mondo,/ noti sotto il nome di "globalizzazione".
Se le famose baionette di Buonaparte scortava-no i vessilli su cui a lettere d'oro la grande armata aveva inciso i principi del 1789 - cioè uguaglianza, fraternità e libertà -, adesso sulle punte di moderne baionette (i missili balistici, ad esempio) la nuova grande armata del XXI° secolo ha deciso di sostenere con forza i nuovi principi di moda: la liberta (ma del mercato, del movimento dei capitali, del selvaggio sfruttamento da parte delle multinazionali di uomini, donne, bambini e naturalmente delle risorse della terra ecc.); l'individualismo più sfrenato (il consumismo), una sempre maggiore concentrazione del potere politico e finanziario in poche mani a scapito della maggioranza dell'umanità.
IL NUOVO NEOCOLONIALISMO
Siamo di fronte ad una nuova fase del neocolonialismo che maschera i suoi veri progetti dietro concetti come "democrazia", "diritti umani", ecc. La verità e un po' meno nobile: se e vero che la forbice tra le aree ricche e quelle povere del pianeta si sta allargando sempre più e che in quelle opulente si combattono quotidianamente "guerre" commerciali, speculative, produttive che procurano danni non meno terribili di quelli causati dagli strumenti bellici sui diversi campi di battaglia (disoccupazione, mi-seria, morte per fame, distruzione dell'ambiente, analfabetismo), il problema di chi controllerà allora le risorse naturali, quelle scienti-fiche e tecnologiche, e sarà in grado di dotarsi di un potere coercitivo tecnologicamente avanzato, di-venterd fondamentale nei prossimi anni. Anzi, lo è già ora.
L'obiettivo e sempre lo stesso: garantirsi l'accesso alle fonti energetiche e alle materie prime, il lo-ro controllo politico, la disponibilità di manodopera a basso costo, la creazione di aree d'investimento e di mercato senza più regole, sottratte cioè ad ogni intervento statale che non sia quello di agevolare la logica del profitto e della rendita, aperte anche ad economie e traffici illegali ma redditizi (della droga, di organi umani, ecc.). Ciò che è in atto, e una riedizione di una strategia di dominio politico-militare che deve permettere al Nord un sempre maggior peso nelle istituzioni economiche e politiche internazionali, cosi come nella stessa politica interna dei diversi paesi del Terzo Mondo.
II crollo dell'Urss e dei suoi paesi satelliti poi non ha fatto altro che esasperare le contraddizioni e i conflitti palesi o latenti, che prima del 1989 venivano ricondotti all'interno di una logica bipolare in grado per lo meno di controllarli o di circo-scriverli, diminuendone in tal modo l'impatto su-gli equilibri strategici globali.
Oggi 1'Occidente enfatizza un pericolo militare, ma non solo, che a suo avviso deriva essenzialmente dal Sud, come se i paesi che vi fanno parte si fossero armati in questi ultimi decenni facendo affidamento alle loro sole capacita. Invece non va dimenticato che, fino alla fine degli anni '80, le due superpotenze hanno controllato i rifornimenti bellici e i programmi di investimento dei vari paesi "alleati", fossero o meno governati da dittatori.
Già al termine del decennio precedente, tramite nuove ed ingenti disponibilità finanziarie (i famosi petrodollari) i paesi produttori di petrolio avevano cominciato a diversificare i loro maggiori partner militari, cercando di liberarsi da un controllo che si faceva politicamente troppo stretto. Cosi alcuni paesi del Terzo Mondo potevano alia fine vantare un apparato industriale-militare sufficientemente autonomo, in grado soprattutto di produrre armamenti convenzionali, e non sol-tanto questi.
Agli ingenti rifornimenti di armi da parte di alcuni paesi europei - tra cui l'Italia - in alcuni casi si accompagno una crescita della produzione militare auto-noma, tanto che con la dissoluzione del blocco sovietico sono rimaste sulla scena mondiale al-cune potenze regionali decise ad assumere un ruolo di leadership, che potrebbe modificare gli equilibri geopolitici precedenti ma soprattutto scontrarsi con gli interessi occidentali.
La guerra del Golfo prima e quelle balcaniche poi, rappresentano dunque la volontà dei maggiori paesi industrializzati e delle potenze finanziarie di esercitare un controllo diretto su quei paesi che possono ledere i loro interessi, anche attraverso un uso sempre più spregiudicato dello strumento militare. Questo naturalmente non e un giudizio di valore su quegli stessi paesi "nemici" che restano, i più, in mano a satrapi e dittatori, al pari del resto di molti governi "ami-ci" dell'Occidente (vedi Indosia o Turchia).
Come disse al tempo l'allora ministro della Difesa statunitense, la guerra del Golfo "e il primo esempio del tipo di conflitti che rischiamo sempre più d'incontrare nella nuova era: scontri regionali che ci oppongono a nemici ben armati e dotati contemporaneamente sia di armi convenzionali sofisticate che di armi chimiche e nucleari". Però non viene detto, che questi paesi siano stati sostenuti prima politicamente ed economicamente e quindi armati dai paesi "democratici", a cominciare dagli stessi Stati Uniti.
QUALE SMILITARIZZAZIONE?
Le nuove filosofie e dottrine militari (nuovo modello di difesa) hanno lo scopo di ottenere questo risultato. Se pur c’è stata complessivamente una riduzione delle spese militari, non ci troviamo comunque davanti ad un processo di "smilitarizzazione " del pianeta, anzi. Come vedremo più avanti, da un lato dobbiamo fare i conti con consistenti programmi di ristrutturazione dell'industria militare a livello mondiale e di riammodernamento dei sistemi di difesa occidentali, secondo una logica che vede una sorta di divisione del lavoro a livello internazionale: ai paesi ricchi un compito di studio e produzione di sistemi d'arma sempre più sofisticati sul piano tecnologico e della gestione operativa, tali da garantire un'indiscussa supremazia scien-tifica e logistica.
Ciò che è in atto, è un colossale spostamento a vantaggio soprattutto delle Industrie aero-nautiche, spaziali ed elettroni-che (armi intelligenti, laser, radar, ecc.) del Nord del mondo, dove le funzioni di ricerca e sviluppo - già ampiamente militarizzate - lo saranno sempre di più nei prossimi decenni.
Ai paesi emergenti del Sud invece la produzione di quelle armi a tecnologia matura che pur avendo un loro mercato (conflitti intrastatali, narcotraffico, delinquenza comune, ecc.) non garantiscono per i grandi produttori dei vecchi paesi industrializzati il livello dei profitti di un tempo. Non solo: se il settore oggi conosce un ridimensionamento rispetto agli anni '70 e parte degli anni '80, ciò non vuol dire che sia in pericolo la sua esistenza. Se c’è stata un'indubbia riduzione complessiva dei bilanci militari, va anche detto che gran parte degli armamenti ac-J quistati tra gli anni '60 e gli anni '80 stanno arrivando alla fine del loro ciclo funzionale. Per cui se oggi i budget sono bassi, non e detto che tra dieci anni il settore bellico non abbia bisogno di tutte le sue capacita produttive oggi magari sotto utilizzate.
Gli sforzi delle grandi potenze di ridurre le loro spese militari non devono far dimenticare due fenomeni: che il loro ridimensionamento e quindi quello del mercato interno e stato ampiamente compensato da una sostenuta ripresa dell'esportazione; e che la corsa agli armamenti nucleari e convenzionali sta proseguendo.
Le vendite da parte delle tradizionali potenze leader rappresentano un elemento decisivo dei loro stessi bilanci nazionali. Infatti, dentro un processo di riorganizzazione delle imprese militari che sono investite - come del resto nel settore civile - da una forte tendenza alla concentrazione finanziaria ~ e alla specializzazione produttiva a causa degli ingenti costi necessari alia ricerca e allo sviluppo industria-le/militare, assistiamo ormai a vere e proprie guerre commerciali (sia tra gruppi americani ed europei che all’interno di questi ultimi), dove le armi sono merci come tutte le altre, e dove Tunica differenza sta nella legalità o illegalità di tale commercio.
II paradosso sta nel fatto che i responsabili statunitensi in materia di sicurezza non hanno mai smesso di sottolineare il pericolo derivante proprio dalla proliferazione degli armamenti per gli stessi interessi Usa. Ma tale rischio e stato sottaciuto nel momento in cui gli industriali armieri, grandi sponsor elettorali di/Clinton, si sono lanciati sui contratti militari all’estero. Cosi “l’aiuto per la sicurezza (militaritzzata)" è diventato "l'aiuto per la pace e la democrazia ", mentre ad esempio quello militare all'Egitto e ad Israele, è diventato "aiuto per la pace in Medio Oriente". Come ha precisato il sotto-segretario per la Sicurezza internazionale "le vendite di armi sono del tutto giustificate, quando i compratori sono degli alleati responsabili".
Ma se poi gli "alleati responsabili" di oggi diventano i "nemici irresponsabili" di domani, come lo era Saddam Hussein?
In sostanza si cerca di dar vita ad una nuova generazione di armamenti, progettando e mettendo in produzione sistemi d'arma sempre più perfetti ed aggressivi, per i quali - bisogna ricordarlo - la guerra del Golfo ha rappresentato l'occasione per sperimentarne gli effetti a grandezza naturale di nuovi sistemi di distruzione, ulteriormente migliorati dalla recente vicenda "umanitaria" dei Balcani.
NEMICI INVENTATI
Tutto questo per rispondere in sostanza alia nuova strategia militare degli Stati Uniti, fatta propria dai suoi partner occidentali. Non si tratta più di perseguire interventi mirati per ricondurre alia ragione quelli che volta per volta Washington definisce i "regimi fuori legge", ma di cominciare a prendere sul serio l'emergere di uno o più "concorrenti di potenza comparabile", vale a dire abbastanza potenti da poter affrontare in prospettiva gli Stati Uniti stessi.
Dalla fine della guerra fredda, questi ultimi hanno cercato di delineare i caratteri del nuovo nemico cosi da orientare le proprie strategie in merito ai sistemi d'arma da acquisire. Prima c'era il patto di Varsavia, oggi e difficile indicare in modo chiaro un avversario. E questo complica ogni pianificazione militare. Per cui lo stesso Pentagono, per ottenere le risorse necessarie deve giustificare la presenza o almeno la prospettiva di una minaccia. Allora i nemici si possono inventare. Per contrastare tale rischio, il "grande fratello" d'oltreocea-no ha bisogno di un apparato militare capace di condurre simultaneamente due grandi conflitti regionali contro i cosiddetti "stati banditi" del Terzo Mondo.
Ora noi sappiamo che l'unica grande potenza militare rimasta sulla scena dipende dalle importazioni di materie prime, in particolare il petrolio. Infatti proviene dall'estero circa la meta del loro consumo e questa dipendenza strategica e destinata ad aumentare nella misura in cui le riserve interne diminuiranno. Washington e quindi interessata al Golfo ma anche al mar Caspio e a quello cinese, ricchi di petrolio e di gas naturale.
Se qualcuno si fosse sforzato di vedere come anche l'area balcanica e soprattutto la \/ Serbia e il Kosovo si presentano come territori attraverso i quali passeranno le future pipeline, avrebbe capito qualcosa di più sulle ragioni di fondo dell'ultima guerra condotta dalla Nato. Ma tant'è!
Seppur gli Stati Uniti oggi non valutino la possibilità che possa scoppiare un conflitto mondiale, d'altro canto essi non ritengono inverosimile una sfida militare proveniente da una grande potenza. Per queste ragioni i vari concorrenti regionali costituiscono per loro una minaccia: quindi non solo la Russia o la Cina, ma anche l’India che nei prossimi anni potrebbe di-ventare una potenza militarmente significativa.
Se oggi la Russia e debole economicamente, fra un po' di tempo, pensano le teste d'uovo dell’amministrazione Clinton, potrebbe pero nuovamente giocare un ruolo regionale in diretta concorrenza con gli Usa; così almeno essi sostengono. Se questo paese porrà un forte controllo sulle risorse energetiche della regione del mar Caspio, questo fatto sarà per il Pentagono più decisivo del-lo stesso allargamento della Nato ad Est. Cosi come la Cina potrebbe tra dieci o vent'anni diventare una minaccia regionale "per gli interessi statunitensi". In questo modo, // discorso sulle "concorrenti di potenza comparabile " sta influenzando già da oggi le strategie americane.
Questo fatto si è subito riflesso sulle stesse previsioni di spesa per la Difesa nel periodo compreso tra il 2000 e il 2005: si passera dai 267 miliardi di dollari del 2000 (450mila miliardi di lire) ai 319 circa del 2005. Gli investimenti per l'aggiornamento degli armamenti subiranno a loro volta una forte impennata: dai 53% al 75%. Come "dividendi di pace", non c’è male.
R. C.
ANCHE ARMI ITALIANE A TIMOR
"Senza le armi straniere, il conflitto che rende martire la popolazione del mio paese non sarebbe durato così a lungo", ha ripetuto incessantemente in questi anni mons. Ximenes Belo nei suoi viaggi all'estero, chiedendo ai governi di tutto il mondo di smettere di vendere materiale bellico all'Indonesia, che solo nel quinquennio 1992-96 ha investito oltre 2 miliardi di dollari solamente in armi pesanti .
In questi decenni a fornire a Giacarta gli armamenti utilizzati contra la popolazione di Timor Est sono stati soprattutto i paesi occidentali, con in testa gli Stati Uniti (le truppe d'occupazione usavano elicotteri Bell per distruggere i raccolti), la Gran Bretagna (40 caccia antiguerriglia Hawks, e nel solo 1997 50 carri armati Scorpion e 303 veicoli blindati GKN Defense Tactic), la Francia (sistemi missilistici Matra Mistral) e l'Australia (20 aerei militari da trasporto Nomad). Negli ultimi anni, importanti contratti sono stati firmati con la Germania (che ha ceduto I'intera flotta dell'ex Repubblica democratica tedesca composta da 39 navi), il Belgio (che ha venduto aerei F5 per 40 milioni di dollari) e la Russia (oltre un miliardo di dollari per la cessione dei caccia Sukhoi 30-K, elicotteri Mi-17B), mentre dalla Finlandia sono arrivati 60 blindati per il trasporto truppe, e dalla Svezia cannoni navali Bofors.
Nell'elenco figura anche I'ltalia. Ne parleremo approfonditamente nel prossimo numero.
MAURO CASTAGNARO.







