LA TURCHIA IN AFRICA / DUE CARTE FONDAMENTALI
C’è voluta l’entrata in scena in Libia, all’inizio dell’anno, per cogliere l’ampiezza della presenza in Africa della Turchia, diventata uno degli attori più attivi nel continente. Del resto è la 17a potenza economica mondiale in termini di Pil e dal 2003 ad oggi ha quintuplicato il commercio col continente (23,8 miliardi di dollari). Siamo lontani dai numeri della Cina, una decina di volte superiori, ma la Turchia ha tessuto una rete molto vasta di rapporti diplomatici, con ambasciate in 40 paesi (Cina 44), e di collegamenti, la Turkish Airlines serviva 56 scali prima della pandemia, contro i 18 di dieci anni fa.
La Turchia ha superato l’obiettivo dello 0,7 per cento nel rapporto aiuto pubblico allo sviluppo/Reddito nazionale lordo, raggiungendo lo scorso anno l’1,15 per cento (Italia 0,24 per cento) per un totale di 8.652 milioni di dollari, che la colloca al 6° posto al mondo per gli aiuti (fonte Ocse). L’Agenzia di cooperazione Tika è presente con propri uffici in 22 paesi africani. Durante la pandemia di Covid-19 Ankara ha fatto di tutto per farsi apprezzare con l’invio di attrezzature sanitarie in una trentina di paesi nei cinque continenti, tra questi i paesi africani come Somalia, Gibuti, Sudan, Sudafrica e naturalmente la Libia. La Turchia è proiettata nel futuro e ha già programmato per l’inizio di novembre a Istanbul il 3° Forum turco-africano sui temi della difesa, della sicurezza e dello spazio aereo.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha impresso un’accelerazione verso l’Africa, a partire dalla vittoria nel 2002 della sua forza politica islamista, il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), quando l’anno successivo diventa primo ministro. La definitiva svolta di Ankara avviene una decina d’anni fa con la presa di coscienza che l’ingresso nell’Ue era impraticabile sia per la reticenza politico-culturale di molti paesi, sia per l’impossibilità di far accettare un sistema di potere lontano dagli standard della democrazia europea, senza dimenticare la questione di Cipro, l’isola membro dell’Ue ma occupata per metà dalla Turchia. La cosa più naturale è sembrata l’espansione verso l’Africa.
Preparato all’inizio del millennio da un intenso lavoro diplomatico, l’interesse si manifesta per tappe a cominciare dalla prima visita nel continente, in Sudafrica e in Etiopia, nel 2005 da parte dell’allora primo ministro Erdogan. In dieci anni, dall’inizio del secolo, Ankara triplica le sue ambasciate, viene accreditata come osservatore nell’Ua, partecipa a missioni di mantenimento della pace nel continente oltre al pattugliamento antipirateria al largo delle coste somale dal 2009.
A TUTTI I LIVELLI
Sul piano economico Ankara moltiplica le attenzioni a partire dal primo vertice turco-africano sulla cooperazione tenuto a Istanbul nell’agosto 2008. I risultati di questa prima fase sono incoraggianti: il volume di scambio con l’Africa subsahariana sono triplicati, e le esportazioni verso questa regione rappresentano oltre il 10 per cento del totale grazie al minor costo in confronto ai beni europei e ad una migliore reputazione rispetto al made in China. Ankara diventa inoltre membro della Banca africana di sviluppo.
Non manca la dimensione culturale. La Turchia, paese islamico, trova un’accoglienza favorevole nei paesi africani a prevalenza musulmana con un pensiero islamico meno radicale di quello dell’Arabia Saudita. Veicolo di questa penetrazione sono le scuole insediate dal movimento di Fetullah Gülen, almeno fino alla rottura dei suoi rapporti con Erdogan.
Le ragioni dell’interesse verso l’Africa sono molteplici: il continente ha la dinamica demografica più forte e, benché il reddito pro capite sia ancora modesto, nel futuro promette un mercato dei consumi in espansione, intanto ha da subito bisogno di infrastrutture e di allargare la sua capacità produttiva. Dal canto suo l’Africa offre alla Turchia grandi opportunità per le materie prime e sul piano politico, con i suoi 55 Stati, pesa nelle istituzioni internazionali, a cominciare dall’Onu.
Questa politica continua con determinazione nell’ultimo decennio, attraverso vertici e forum multilaterali già sperimentati nel periodo precedente, tuttavia in un quadro geostrategico più consapevole. La Turchia abbandona infatti definitivamente l’alleanza con l’Occidente, pur mantenendo l’adesione alla Nato, per darsi una strategia internazionale indipendente. Il moltiplicarsi delle visite di Stato di Erdogan frutta nuovi accordi bilaterali.
SENZA CONDIZIONI SUI DIRITTI UMANI
Il presidente è infatti solito farsi accompagnare da nutrite delegazioni di imprenditori in grado di concretizzare in tempi rapidi dei contratti. Il potere assoluto esercitato da Erdogan consente la messa in opera di un sistema paese molto coeso che è tra i segreti del successo della Turchia. L’altro segreto è che Ankara non pone condizioni relative ai diritti umani, un atteggiamento molto apprezzato da molti regimi africani, questi d’altro canto non hanno interessi nella storica priorità turca nella questione curda. Sul piano culturale prosegue la diffusione delle scuole. Quelle istallate da Gülen sono affidate alla fondazione di ispirazione islamica Maarif, del tutto allineata e fedele al presidente Erdogan.
In questo quadro non può mancare la cooperazione militare dell’11a potenza mondiale, e del secondo esercito della Nato, dopo quello Usa. Le spese militari, quasi raddoppiate nell’ultimo decennio, rappresentano il 2,7 per cento del Pil. Ha due fabbriche tra le 100 imprese mondiali per produzione di armi, la Aselan e la Turckish Aerospace, che fabbricano sistemi d’arma ad alta tecnologia, tra cui i droni, mentre la BmvcMC e la Otokar producono soprattutto veicoli. La Turchia è il 13° paese per export d’armi, e negli ultimi anni si sono intensificate le vendite in Africa, coinvolgendo circa la metà dei paesi del continente.
LA SOMALIA E LA LIBIA
Ankara ha giocato due carte fondamentali in Africa, approfittando di due gravi errori della strategia americana ed europea. La prima è la Somalia, lo Stato “fallito” a seguito dell’intervento Onu, voluto dagli Usa, nel 1992. Nell’agosto 2011 Erdogan è il primo leader non africano a rendersi a Mogadiscio, in preda alla guerra civile e alla carestia. È l’inizio della penetrazione in un paese dalla posizione invidiabile poiché controlla l’accesso al Mar Rosso e dunque una delle principali vie del commercio internazionale, petrolio incluso. Ankara investe nell’aiuto umanitario e diventa la più presente tra i donatori, ma anche nel commercio e nelle infrastrutture, come l’aeroporto e il porto di Mogadiscio, dove ha aperto la sua più importante ambasciata in Africa. La presenza militare si consolida con l’inaugurazione nell’ottobre 2017 a Mogadiscio della sua più grande, per superficie, base militare all’estero per l’addestramento dell’esercito somalo. Ai servizi segreti turchi del Mit dobbiamo nel maggio di quest’anno la liberazione della cooperante italiana Silvia Romano, rapita in Kenya. Non manca l’interesse economico poiché a inizio gennaio Mogadiscio ha concesso ad Ankara la ricerca di petrolio nelle acque somale. Intanto la Turchia sta restaurando la città di Suakin, in posizione strategica sulla costa sudanese del Mar Rosso, un primo passo per una base navale nelle intenzioni di Ankara.
L’altra carta è la Libia. Erdogan coglie al balzo la dissennata non politica estera dell’Ue, che in Libia si divide. L’Ue appoggia ufficialmente al-Serraj a capo del governo di Tripoli “internazionalmente riconosciuto” ma è in tutt’altre faccende affaccendata poiché la Francia sostiene il rivale generale Haftar con base a Bengasi, mentre l’Italia cerca in maniera maldestra di tenere il piede in due staffe. Alla vigilia di una conferenza nazionale convocata dall’Onu che doveva disegnare il nuovo assetto del paese, Haftar gioca d’anticipo. Il 4 aprile dello scorso anno lancia un’offensiva verso Tripoli e, sostenuto da Egitto, Russia, Francia, Emirati e Arabia Saudita, avanza rapidamente.Erdogan è il più lesto nel raccogliere il grido di aiuto di al-Serraj, col quale alla fine di novembre conclude un accordo marittimo e militare. Ottiene così una delimitazione delle acque nel Mediterraneo orientale favorevole alla Turchia, e soprattutto prepara l’intervento armato. Dall’inizio di quest’anno Erdogan mette in campo mercenari siriani e soprattutto, dopo le prime perdite di soldati turchi, la sua più alta tecnologia militare a cominciare dai droni che cambiano radicalmente la guerra, rompono l’assedio che Haftar ha messo a Tripoli e lo costringono a ritirasi nella Cirenaica, a est. Mentre si disegna una spartizione della Libia, perché Turchia e Russia non hanno interesse ad uno scontro frontale e troveranno un accordo come già accaduto in Siria, Erdogan raccoglie i frutti della sua politica. Con al-Serraj è in discussione lo sfruttamento del gas libico e l’apertura di due basi militari, che rafforzerebbero la presenza turca nel Mediterraneo e oltre, con buona pace dell’Onu, dell’Ue, della Nato, e dell’Italia.







