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La Parola di Dio tra secolarizzazione e culture

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"Per tutta la terra è corsa la loro voce e fino ai confini del mondo le loro parole (Rm 10,18). È Paolo che richiama il dovere fondamentale di non trattenere solo per noi il tesoro della Parola di Dio. "Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato", diceva Pietro al Sinedrio di Gerusalemme che gli interdiceva di parlare di Gesù, il Signore" (At 4,20).

In questo dossier la riflessione si concentra sulla Parola di Dio annunciata in una società postsecolare non per trovare risposte scientifiche o storiche.

La Bibbia proclama un'azione di Dio dentro la storia "per la nostra salvezza": il messaggio si fa relazione. Sant'Agostino lo spiega ancor meglio: "Tu dormivi? La Verità è venuta a te. Tu eri profondamente addormentato: essa ti ha svegliato. La Verità si è tracciata essa stessa un sentiero per non perderti" (Sermone di Natale 190).  

Inoltre, la Parola di Dio non è un prodotto dei nostri pensieri, del nostro sapere o della nostra retorica. Non la si produce, la si ascolta, la si trova, rivestita delle espressioni culturali di ogni società. Nel cristianesimo il kerigma (annuncio), proclamato con coraggio e fantasia, e la catechesi sono essenziali. Infatti la Parola è veramente inculturata quando trasforma la cultura di chi l'accoglie. Infine, non possiamo dimenticare che la Parola è un dono gratuito di Dio. Gedeone, il valoroso giudice condottiero del Primo Testamento, stendeva il vello di lana sull'aia, ma la rugiada veniva da Dio (Gdc 6,36-40).

È Dio stesso che compie il lavoro e la sua Parola non torna a lui senza aver portato il suo frutto.



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