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La missione della parrocchia: nella debolezza la sua forza

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Ho incontrato due missionari che hanno lavorato in Uganda. Il loro racconto può farci pensare. Avevano scelto l’Uganda negli anni in cui c’era piena libertà religiosa e politica. La missione fioriva, e le opere pure: chiesa, ospedale, scuola, laboratori, tipografia. Una grande macchina. Dopo un boom iniziale di conversioni, il personale apostolico - preti, suore e laici - era stato molto assorbito sia dal dover “seguire” i cristiani già battezzati, sia dalle opere costruite.

Non c’era molto tempo da dedicare ai villaggi e alle persone cui il Vangelo non era ancora giunto: la spinta missionaria si era affievolita, senza volerlo.

Poi vennero gli anni della persecuzione religiosa e politica. Venne distrutto tutto: le comunità cristiane disperse, i missionari rientrati.

Nel 1997 i due missionari venivano di nuovo inviati in Uganda. Si ripartiva con entusiasmo. Essi ritrovavano le comunità cristiane ancora fervide. Niente più strutture parrocchiali, niente più chiesa, tipografia, scuola. La gente offrì loro una buona casa in legno e fango, ed essi si domandarono da che parte ricominciare. Senza opere da far funzionare, cominciarono ad andare nelle case e a riunire la gente attorno all’annuncio del Vangelo. Si erano chiesti, dopo alcuni mesi di questo vagabondare: “ma non sarà proprio questo il metodo da seguire per annunciare il Vangelo?” Che non fosse questo “andare” la via giusta dell’annuncio?

Quella chiacchierata coi due amici missionari mi ha fatto pensare. Non sarò certo io a dare ricette per una parrocchia che, da sedentaria e conservatrice, vuol diventare missionaria. Se ne parla tanto in questi mesi: si arriverà a trovare modi e vie giuste, sospinti anche dalla necessità, dal ridursi dei numeri, dal dilatarsi degli spazi cui attendere. Ho visto spesso, in missione, che lo Spirito Santo ha avuto ascolto solo in circostanze di ristrettezza pastorale, solo in stagioni in cui uomini e risorse sono mancate. Il deserto dei mezzi e la sensazione di essere a corto di espedienti pastorali ha fatto alzare lo sguardo a Lui per chiedergli: “Cosa dobbiamo fare?” Credo che i campanili alti e i muscoli apostolici non abbiano mai convertito un’anima in ricerca di Dio.

PARROCCHIA MISSIONARIA

La mentalità missionaria nascerà quando avremo assimilato l’orizzonte sul quale Gesù progettò la sua chiesa. Essa era per Lui sale, lievito: realtà molto deboli e piccole, destinate a “perdersi” nel pastone di farina o nel cibo di casa. E proprio “perdendosi” realizzeranno lo scopo del loro esistere.

La parrocchia diventerà missionaria quando al suo interno cercherà di intonare i propri incontri e spazi formativi al primo annuncio e a raggiungere chi è lontano dalle mura parrocchiali. Ma essa sarà missionaria primariamente attraverso “l’andare” dei suoi cristiani: dalla Messa domenicale partiranno per i loro luoghi di vita, sicché il Vangelo sarà da loro annunciato e testimoniato nelle case, nei quartieri, nei supermercati, nelle scuole, negli ospedali, nella politica, nella cultura, ecc. Stiamo salendo una montagna splendida. E a questa altezza si intravede la centralità e la bellezza della Messa domenicale. Questa cessa di essere solo un momento di culto statico e a sé stante, pur nella sua dignità. I cristiani si ritrovano in questo momento unico voluto da Cristo Gesù per i suoi: ascolteranno la sua Parola da annunciare e da vivere, spezzeranno il Pane che darà loro vita e indicherà lo stile della missione (spezzare), e da questo incontro partiranno per la missione.

La missione vede il suo primo momento, di ricerca e di lode, nello scoprire i germi di bene già esistenti negli spazi geografici ed umani dove arriva l’evangelizzatore. Nelle nostre parrocchie abbiamo perso il gusto della “comunicazione nella fede”: il cristiano dovrebbe avere l’occhio idoneo a vedere i segni dello Spirito che lo ha preceduto. Questo stile missionario darà respiro alle nostre parrocchie, abbatterà molti steccati tra parrocchia e periferia, avvicinerà i credenti a chi è in ricerca, e darà molta speranza alla nostra pastorale troppo spesso intenta a piangersi addosso.

IN MISSIONE COI PIEDI INCHIODATI

Siamo, credo, sulla cima e a questa altezza si intravede la parrocchia missionaria che pianta al proprio centro la croce. Ormai ha sperimentato che il termine dell’attesa non è il cortile della parrocchia ma cieli e terra nuovi; ha capito che è l’amore la molla e il fine della missione, e non l’organizzazione arida e aziendale. La parrocchia missionaria non indicherà se stessa come “salvatrice”, ma indicherà Gesù in croce e dirà a tutti: “Dio è questo! Dio è così!”. Il Dio di Gesù non è il Dio punitore, despota, ragioniere pignolo. Ma è quel Dio che è forte perdonando e attento perché nulla di buono vada perduto: nulla del bene, anche se compiuto da chi non Gli crede. Tu non riesci a credere in Dio, ma Dio Padre ti conosce e crede in te! Questo deve dirlo  in tutti i modi la parrocchia missionaria. E tutto il male che c’è in noi e nel mondo? Dio lo vede? Certo che lo conosce, e più di noi. Ma Dio vede il male per perdonarlo. 

Ero parroco da sette anni ed amavo il mondo e la mia parrocchia. Mi cedeva una gamba e scoprirono che avevo la sclerosi multipla. Il medico mi annunciò che sarei stato costretto alla carrozzella entro qualche mese. Rimisi il mio incarico nelle mani del mio vescovo il quale insisteva perché continuassi nel mio ministero di parroco, anche in carrozzella. Alla fine mi ascoltò e mandò un altro prete a fare il parroco nella parrocchia che, piangendo, lasciai. Oggi credo che avessimo ragione tutti e due, il vescovo ed io.  Si può fare il parroco di una parrocchia missionaria anche in carrozzella: Gesù non ha mai salvato tanto gli uomini come quando ebbe i piedi inchiodati! Avevo ragione anch’io, perché la parrocchia missionaria non potrà mai dimenticare quell’“andate!”.



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