La Missione continentale della Chiesa latinoamericana e dei Caraibi
Parlare di missione nel continente latinoamericano significa rimandare ad un immaginario pieno di ombre, perché viene alla memoria l’epopea della conquista, quando la missione cristiana è stata organicamente complice di un’avventura di oppressione di dominio delle culture native dell’America latina e dei Caraibi.
UNA CHIESA IN PERMANENTE STATO DI MISSIONE
La “missione continentale” è uno dei grandi impegni assunti dalla V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi ad Aparecida (Brasile) nel maggio del 2007. La proposta ha monopolizzato il dibattito in preparazione alla conferenza di Aparecida. Il progetto doveva riprendere con decisione l’idea lanciata da Giovanni Paolo II di una nuova evangelizzazione del continente di fronte alla crescita esponenziale dei gruppi evangelici pentecostali.
Tuttavia la “missione continentale” non ha immediatamente riscosso molto entusiasmo da parte dei vescovi riuniti ad Aparecida, per vari motivi. Nel Documento di Aparecida la “missione continentale” appare citata furtivamente solo due volte (p. 7 – nella Lettera del papa Benedetto XVI – e p. 245, n. 551). Soltanto nel marzo del 2008 è stato pubblicato un documento piuttosto succinto e generico da parte del Consiglio Episcopale Latino Americano (Celam), con l’intenzione di offrire “un orientamento minimo per questo grande impulso missionario dello Spirito”.
MISSIONE NEL CONTINENTE
In primo luogo, parlare di missione nel continente latinoamericano significa rimandare ad un immaginario pieno di ombre, perché viene alla memoria l’epopea della conquista, quando la missione cristiana é stata organicamente complice di un’avventura di oppressione di dominio delle culture native dell’America latina e dei Carabi in nome dell’identità occidentale-europea del cristianesimo. La missione in America latina non ha riconosciuto subito il volto dell’altro nei popoli indigeni, come invece é successo in Asia con la missione culturale di Alessandro Malignano, Matteo Ricci e seguaci, sicché il cristianesimo si è diffuso in America latina negando l’alterità delle culture indigene.
Ci sono state eccezioni positive, come quelle del padre Antonio de Montesinos e di mons. Bartolomé de Las Casas, che si sono opposti al metodo della tabula rasa delle civiltà amerindie per introdurre il cristianesimo in America latina, ma in generale la missione era alleata della spada dei conquistadores e quindi parte integrante dell’avventura coloniale, rivelando così tutta l’ambivalenza di un cristianesimo che, mentre annunciava la buona notizia del Vangelo di Gesù Cristo ai nuovi popoli del continente latinoamericano non riconosceva la dignità delle culture indigene.
È per questo che il Documento di Aparecida dichiara che “decolonizzare le menti, la conoscenza, recuperare la memoria storica, rivitalizzare gli spazi e le relazioni interculturali, sono le condizioni per l’affermazione della piena cittadinanza di questi popoli” (n. 96). Ne deriva che bisogna ripensare tutta la missione della Chiesa. Questo richiede una profonda conversione della medesima, cioè il passaggio da una mentalità di conquista, occupazione, “territoriale” e di attivismo pastorale ad una pratica di prossimità con le persone, sull’esempio di Gesù, per comunicare vita alle persone in termini di umanità, compassione, gratuità, fraternità universale.
MISSIONE DEL CONTINENTE
Riconoscere l’eredità coloniale e aprirsi a un nuovo stile di presenza nel mondo e di relazioni più partecipative, inclusive e simmetriche, vuol dire ripensare la missione anche – e soprattutto – in termini di soggetti e di nuove relazioni. I popoli del continente non possono più essere considerati soltanto oggetto di missione ma devono essere riconosciuti come soggetti della loro stessa evangelizzazione e di quella degli altri.
D’accordo con papa Benedetto XVI, il grande balzo in avanti che le Chiese latinoamericane dovrebbero effettuare è ben enunciato nel tema del discepolato missionario:
da Chiese di semplici battezzati a Chiese di discepoli missionari.
In altre parole, le Chiese latinoamericane dovrebbero uscire da una mentalità coloniale di dipendenza: passare cioè dal ricevere al dare. La missione non é mai solo ricevere o solo dare. Tuttavia, per far funzionare questa circolarità virtuosa tra il ricevere e il dare dovremmo uscire da noi stessi, superare una certa passività e lanciarci verso gli altri. Il Documento di Aparecida è molto esplicito al riguardo, soprattutto quando dice che i cristiani latinoamericani “devono uscire dalla loro coscienza isolata per lanciarsi, con coraggio e fiducia (parresia), nella missione di tutta la Chiesa” (n. 363). Per questo “la Chiesa ha bisogno di una forte scossa che la distolga dal crogiolarsi nelle comodità, nel rilassamento e nell’indolenza, ritirandosi ai margini delle situazioni di sofferenza dei poveri del continente” (n. 362).
MISSIONE AL CONTINENTE
Il continente latinoamericano continua ad essere una “terra di missione”. La Chiesa in America latina e Caraibi è chiamata oggi ad un esodo costante verso l’umanità, ad un’uscita dalla schiavitù di tante “situazioni disumane” (n. 358) e ad una pasqua verso un altro mondo possibile. Le genti alle quali si dirige questa missione sono, in primo luogo i poveri in quanto esclusi dalla società, “non sono solo sfruttati, ma considerati superflui, spazzatura” (n. 65); non solo i poveri, ma anche la famiglia e i suoi soggetti (bambini, giovani, coppie, anziani), patrimonio dell’umanità afflitta da difficili condizioni di vita che minacciano la sua stessa sopravvivenza (cfr. n. 432); e poi gli areopaghi della cultura moderna globale, della politica, dell’economia, della scienza e della tecnologia; uno sguardo speciale sulla realtà delle megalopoli, sui popoli indigeni e sugli afro-americani.
Tutti questi ambiti e situazioni non sono così distanti dalla Chiesa: è la Chiesa che troppe volte é distante da loro.
Da qui il richiamo fondamentale alla necessità di una Chiesa in permanente stato di missione. Secondo questo concetto, la missione non si riduce a un evento di andata e ritorno al fine di ricondurre le pecorelle all’ovile (si pensi alle missioni popolari). La missione é un movimento di sola andata, uscita, per rimanere nei contesti e costruire nuove relazioni, nuove comunità per trasformare la società. Questo equivale a riconoscere lo stato di pluralismo in cui viviamo,
che é la casa dei nostri popoli, dove ci addentriamo come ospiti, togliendoci i sandali, per annunciare permanentemente il Vangelo dove la gente s’incontra.
La “missione continentale” come animazione missionaria della Chiesa
Il percorso iniziale della “missione continentale” è stato piuttosto timido ed ha generato non poche perplessità, soprattutto per la diversa recezione della proposta, tra chi la intendeva come una gigantesca mobilitazione ecclesiale ad extra per ricondurre all’ovile l’immenso numero di pecorelle smarrite, a livello di America latina e Carabi, e chi invece come un’occasione per un serio esame di coscienza missionaria ad intra della Chiesa latinoamericana per una vera e propria animazione missionaria di tutte le sue comunità, individuando anzi tutto le cause interne della stagnazione ecclesiale (cfr. Celam, La “missione continentale” per una Chiesa missionaria, MC 2).
Oggi la “missione continentale” si identifica con la recezione-attuazione del Documento di Aparecida, che sottolinea con forza l’importanza della conversione delle comunità ecclesiali affinché tutti i suoi membri siano veri “discepoli missionari di Gesù Cristo” (MC 3). In questo senso si sono intensificate le iniziative nei diversi paesi latinoamericani. Nel settembre dello scorso anno a Brasilia ha avuto luogo una settimana di studio sul significato della “missione continentale” per il Brasile, promossa dal Centro culturale missionario (Ccm) e dalla Commissione episcopale per la “missione continentale”. (s.r.)
Missione dal continente al mondo
Una delle critiche più forti all’idea della “missione continentale” per l’America latina e i Caraibi è che questa missione, sbandierata come contestuale e progettuale, chiude, per certi versi, gli occhi sugli orizzonti mondiali.
L’aggettivo “continentale” pare opporsi a “universale”. E questo può voler dire non solo abortire la missione della Chiesa come tale ma anche la stessa forza del Vangelo.
Se è vero che l’idea di “missione continentale” è nata da una preoccupazione fortemente ad intra, che denunciava la pericolosa assenza di un spirito autenticamente missionario all’interno della Chiesa latinoamericana, è altrettanto vero che la “missione continentale” può offrire alla medesima Chiesa singolari spunti e stimoli per ripensare se stessa oltre se stessa, proiettata fino agli estremi confini del mondo. Il Documento di Aparecida su questo punto è abbastanza chiaro, quando afferma che non ci sarà nessuna “missione continentale” se non “ci educhiamo ad avere un cuore aperto a tutto il mondo, a tutte le culture e a tutte le verità, coltivando la nostra capacità di contatto umano e di dialogo” (n. 377). Il Documento continua: “La capacità di condividere i nostri doni spirituali, umani e materiali con altre Chiese, servirà da conferma della nostra autentica apertura missionaria” (n. 379).
Con la “missione continentale”, la Chiesa dell’America latina e Caraibi ha voluto riscoprire la propria vocazione, quella cioè di essere chiamata a partecipare pienamente della vita divina. La vita divina è la missione che scaturisce dal cuore della SS. Trinità come atto di amore di un Dio che non si contiene più in se stesso, ma fuoriesce, trasborda, per farsi prossimo, come Gesù, a tutti i popoli, nessuno escluso. (s.r.)







