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LA METAMORFOSI DEI CATTOLICI NEGLI USA / LE RELIGIONI DEI MIGRANTI CAMBIANO IL MONDO

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C’è un rapporto statisticamente significativo tra migrazioni e demografia religiosa. Una decina di anni fa sono stato invitato da un collega sociologo della religione a Chicago, all’Università Loyola dei Gesuiti. Era anche parroco di una comunità situata in un quartiere socialmente misto. Da buon sociologo, diventato curato d’anime, aveva fatto un’indagine sulla composizione sociale della sua comunità. Mi mostrò i risultati in un semplice grafico riferito agli anni 1995-2005: la curva demografica dei bianchi in discesa, quella dei neri costante, quella degli ispanici in continua crescita.

UNA SFIDA PER IL PARROCO BIANCO AMERICANO

La conclusione che traeva il parroco-sociologo, bianco americano: dovrò mettermi a studiare lo spagnolo e soprattutto cambiare il modo di predicare il Vangelo per essere più vicino alla sensibilità e mentalità dei migranti latino americani.

LA CHIESA CATTOLICA STA RAPIDAMENTE MUTANDO

Mi è tornato in mente questo piccolo episodio, leggendo un articolo del Washington Post del 17 luglio scorso. Gli autori dell’articolo in buona sostanza raccontano come la Chiesa cattolica americana stia rapidamente mutando grazie all’aumento dei migranti latinoamericani. Oggi essi rappresentano il 40 per cento dei 72 milioni di cattolici battezzati. La loro crescita compensa la decrescita dei bianchi nelle parrocchie, soprattutto negli Stati del Midwest e del Nord-Est. La maggioranza dei latinos è di recente immigrazione; nel frattempo si è formata una nuova generazione con il trattino (americana-ispanica), che preferisce ormai parlare in inglese, pur comprendendo lo spagnolo. Secondo il Pew Research Center, un istituto di ricerche con sede a Washington, più della metà dei cattolici latinoamericani è nata all’estero, rispetto al 36 percento nato negli Stati Uniti. I latinoamericani nati all’estero tendono a fare riferimento alle parrocchie come luoghi di prima accoglienza e rifugio spirituale in una fase in cui essi si trovano ad affrontare tutti gli ostacoli di una non facile integrazione economica e sociale. I nati negli Stati Uniti possono aspirare alla mobilità sociale e dedicare, dunque, più energie nell’acquisizione di un ruolo sociale ed economico più importante, anche nella vita delle parrocchie. Rispetto alla massa crescente di fedeli ispanici, il numero di parrocchie con pastori latinoamericani è ancora esiguo, anche se rispetto agli anni Ottanta c’è stato un aumento. Spesso i nati negli Usa di origine latina si offrono come mediatori (linguistici e culturali) tra un parroco che non conosce o conosce poco il castigliano e quella parte cospicua di fedeli di recente immigrazione dai paesi del Sud e del Centro America. 

UNA SFIDA ANCHE PER PAPA LEONE 

A noi italiani forse sarà apparso un po’ strano lì per lì che il nuovo papa, Leone XIV, affacciandosi dal balcone di San Pietro subito dopo l’elezione, abbia salutato i fedeli in italiano e in spagnolo. Missionario in Perù per un lungo periodo di tempo, Robert Prevost è sì un papa nato negli Usa, ma con i piedi ben piantati nel Sud del mondo americano. Quanti lo hanno scelto hanno pensato che fosse la persona giusta per affrontare non solo le grandi sfide del tempo presente a livello mondiale, ma anche per sostenere gli sforzi di una parte della Chiesa cattolica statunitense rivolti a governare sia il cambiamento socio-demografico delle comunità parrocchiali di cui stiamo parlando, sia il conflitto interno, che si è inasprito durante il pontificato di Bergoglio. 

Questo secondo problema ha a che fare in parte con il primo. Una Chiesa che muta, diventando più accogliente nei confronti degli ispanici non piace molto a chi vede in questo processo un’altra prova dell’identità culturale dei bianchi americani. In passato, almeno sino all’elezione di John Kennedy, i cattolici erano considerati pur sempre i discendenti degli immigrati irlandesi, italiani, polacchi, percepiti come estranei alla cultura bianca, anglosassone, protestante. Oggi, la grande maggioranza della popolazione americana considera la Chiesa cattolica una denominazione alla pari delle altre che storicamente hanno contribuito a plasmare l’identità nazionale. 

LA CONVERSIONE È SINONIMO DI MOBILITÀ RELIGIOSA

Rispetto all’Europa, la caratteristica degli Usa è determinata dal fatto che le continue ondate migratorie hanno contribuito a creare una società pluralista del punto di vista religioso, con un’ampia offerta di opzioni. Tutte le principali religioni mondiali, con le loro interne divisioni e articolazioni, sono ben presenti. Chi decide di abbandonare la propria religione di nascita, se ne aveva una, e passare a un’altra, ha solo l’imbarazzo della scelta. Oggi, un terzo della popolazione dichiara di non essere affiliato a nessuna religione. Ciò non significa che le persone siano atee o non credenti. Piuttosto possono essere “diversamente” credenti. La conversione può essere, in tal caso, non più una scelta sofferta e definitiva. È come un abito: nel corso della propria vita se ne possono indossare nuovi e vari, a seconda delle circostanze e delle contingenze che un individuo incontra. La conversione, dunque, è sinonimo di mobilità religiosa. Più di tanto non fa scalpore né tanto meno condanne o anatemi, anche quando riguarda personaggi in vista che annunciano di aver abbracciato una nuova fede o aderito a una nuova Chiesa. Se molti, nati in ambiente protestante, abbandonano le Chiese storiche della Riforma, popolando le nuove mega-Chiese, c’è una minoranza – anche se non è facile documentarne l’entità – che diventa cattolico. Segno, come dicevamo poche righe sopra, che la Chiesa cattolica è ormai percepita coma parte integrante del panorama religioso americano. 

IL CATTOLICESIMO DI VANCE & COMPANY

Il vice-presidente americano, John David Vance, ha raccontato come si sia avvicinato al cattolicesimo in un libro, scritto nel 2016, che ha avuto un buon successo editoriale, tradotto anche in italiano, con il titolo Elegia americana, da cui è stato tratto il film omonimo nel 2020. Vance si fa battezzare nel 2019 da un padre domenicano che lo ha guidato nel cammino di avvicinamento al cattolicesimo. Egli ha spiegato che la sua decisione è maturata lentamente. La crisi di fede di un giovane, educato al protestantesimo, ha avuto inizio durante la guerra in Iraq, dove ha combattuto come marine. La luce si accenderà più tardi, ascoltando una conferenza di Peter Thiel, cattolico conservatore, tycoon miliardario, inventore di Pay Pal, il sistema di pagamento con carte di credito. Ciò che lo colpisce è l’appello di quest’ultimo alla resistenza cristiana contro le ideologie progressiste (laiche e religiose): il cattolicesimo è visto come un baluardo a difesa dei valori tradizionali. Le stesse idee che Rod Dreher, padrino di battesimo di Vance, scriverà nel 2017 nel libro (tradotto in italiano) L’opzione di Benedetto. Dreher si riferisce all’esperienza monastica di San Benedetto, in cui vede un modello di un nuovo ordine sociale per contrastare ciò che egli chiama la deriva di una nazione post-cristiana. Dreher, nato e cresciuto in ambiente metodista, diventa dapprima cattolico e più recentemente, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, ha dichiarato di aver aderito alla Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca. Dal 2021 vive a Budapest, come consigliere dello staff di Viktor Orban. Fino a quest’ultimo passaggio egli amava definirsi un cattolico-evangelico, come dire, un terzo tipo di cattolicesimo tra quello sociale e quello di tipo carismatico degli immigrati ispanici.



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