L’URLO DEI SENZA TERRA
Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’appello che il Movimento dei senza terra del Pará ha rivolto al mondo in occasione del 2° anniversario della strage di Eldorado dos Carajás (17 aprile 1996).
In passato, M.O. aveva già prestato attenzione al problema dei senza terra in Brasile. Ricordiamo, in particolare, l’articolo di A. De Vidi pubblicato in due puntate sui numeri di marzo e aprile ’97.
Ci chiamano senza terra, anche se vorremmo essere chiamati cittadini brasiliani. Siamo senza terra, anche se la terra non dovrebbe essere un problema per un paese che ha più di 8 milioni di km² di estensione. Viviamo in una delle regioni più ricche ma anche una delle più povere del pianeta. Siamo brasiliani poveri arrivati in Amazzonia nel corso degli ultimi decenni da vari punti del paese, illusi dalle promesse fatte delle autorità che ci prospettavano lavoro, dignità, terra e pace. Lungo il cammino, abbiamo perso molto: i legami familiari, gli ultimi risparmi, parte della nostra innocenza, ma non la speranza. Ci toglievano – a ciascun passo che facevamo, a ciascuna strada e ferrovia che percorrevamo – il rispetto che avevamo imparato dai nostri padri.
Avevamo una patria enorme, ricca, verde/gialla (i colori della bandiera brasiliana, ndr) e bella che ha sempre abitato nel nostro immaginario. Ci hanno tolto anche questo sogno.
Ci siamo accorti subito di quello che eravamo per loro. Ci ammassavano nei treni, sopportavamo il calore e il rumore del carico che portava via la nostra ricchezza mentre guardavamo la miseria là fuori. La nostra stessa miseria. Molti di noi sono arrivati con la certezza che l’oro ci aspettava, che l’impiego nei grandi progetti era una garanzia e che la proprietà della terra sarebbe stata il traguardo di tanta ricerca. Molti di noi non hanno incontrato qui neppure un soffio di vita. Sono morti in massa. Di malattie veneree nelle case di prostituzione di Tucuruí, di alcol e di proiettili volanti al chilometro 30, Eldorado de Marabá. Nelle fazendas, sul lavoro in condizioni di schiavitù, nella distruzione della foresta, sulle strade dei bordelli creati ai margini di quelle autostrade che mai indicavano la via del ritorno.
Meno di dieci anni fa, è apparso un gruppo di ragazzi che impugnavano una bandiera. Ci assomigliavano moltissimo. Sulla bandiera c’era un’enorme cartina del nostro paese; in primo piano, spiccavano un uomo e una donna con una falce in mano. Un fondo rosso che ci ricordava il sangue del passato. E con esso il sogno della terra che era rimasto, dopo decenni di tanta ricerca. Allora, ci siamo rincontrati. Abbiamo scoperto che eravamo ancora un popolo, nonostante fossimo in pochi. Credevamo che, negli accampamenti, il rincontro come nazione fatta di famiglie, di lavoro e di compagni, sarebbe stato diverso. Siamo arrivati a credere che la morte maledetta – che, durante tutto questo tempo, ha strappato migliaia di noi – non ci avrebbe mai più attraversato la strada.
Il sogno è durato poco. Il 17 aprile 1996, in un agguato, la polizia brasiliana massacrò 19 membri del nostro popolo. Ci colpì l’efferatezza del crimine. Durante e dopo, potemmo vedere i nostri morti. A distanza di quasi due anni dall’accaduto, lo scorso 26 marzo, ora a meno di due anni dal prossimo millennio, hanno ucciso i due leader Doutor e Fusquinha. Fusquinha era un ragazzo che ci aveva mostrato il cammino per ritrovare la dignità. Hanno ucciso i due a sangue freddo, mentre eravamo lontani. Dal 4 maggio, i 150 uomini che presero parte al massacro dei 19, sono liberi. Di questi 150, 11 si trovavano là durante il doppio assassinio del 26 marzo e anche loro sono fuori.
Direte: sono solo coincidenze della vita. Vi diciamo: no, è il dominio della morte, del latifondo, del potere delle oligarchie, della giustizia dei ricchi, della polizia dei ricchi, dei politici dello stato dei ricchi. Negli ultimi 15 anni sono stati assassinate più di 150 persone, tutte povere, contadini, senza terra... Ci domanderete: allora che ci fate là? E noi domandiamo: partire per andare dove? Che spazio ci aspetta nella città? Le periferie? Le favelas? I marciapiedi? Il crimine e le prigioni? La disoccupazione? L’ignoranza?
“Questo è il nostro paese”, diciamo al mondo che ci aiuta.
Lo diciamo per quanto è possibile affermare: vogliamo terra, lavoro e pace. Ma non è neppure necessario dirlo. Passeremo quindi ai fatti. Marceremo assieme alla nostra gente. Faremo della nostra unione la nostra arma di difesa. Faremo come fa il popolo che impara ad essere degno: lotta. E se la morte ci abbatte, non dicano che ci siamo suicidati per paura del terzo millenio. Se viene, che non venga come un uccello da preda, che ci affronti di faccia e allora saprà, la morte e i suoi signori, quanto siamo disposti a lottare per la vita.
JORGE NERI, coordinamento dell’Mst del Pará.







