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Pubblichiamo parte della sentenza del Tribunale Internazionale Permanente dei Popoli che nel ‘95, in Italia (Trento, Macerata, Napoli, 27 marzo - 4 aprile) ha organizzato una sezione di giudizio sul tema specifico del lavoro minorile.

Nell’affrontare la grave questione del lavoro dei minori il Tribunale si è trovato di fronte ad una vasta gamma di situazioni che vanno da un lavoro in vere condizioni di schiavitù, al lavoro di sfruttamento, al lavoro illegale, al lavoro pericoloso o nocivo, al lavoro informale, così come al lavoro di minori rivendicato come diritto dai settori popolari e dai movimenti di adolescenti e bambini lavoratori dell’America latina, e considerato come un fattore positivo nel processo educativo.

Senza dubbio vi è una riduzione alla schiavitù che mentre colpisce la popolazione adulta, è particolarmente devastante per i bambini.

In queste condizioni si trovano molti dei 20 milioni di bambini, che lavorano nelle miniere o nelle campagne di tanti paesi asiatici o latinoamericani. In Pakistan ci sono bambini nelle cave e nelle miniere, vigilati, obbligati a lavorare come schiavi e destinati a farlo per tutta la vita per pagare i debiti dei padri. Una situazione simile è denunciata in Nepal e Bangladesh. In India ci sono bambini che vengono rapiti dalle proprie case, portati in altri stati a migliaia di chilometri di distanza, obbligati a lavorare 14-16 ore nella produzione dei tappeti, del vetro o del mattone, in condizioni insalubri, con scarsa alimentazione, senza ferie né vacanze.

Un’organizzazione che riunisce diversi movimenti umanitari, SACCS, ha liberato 27 mila di questi bambini con veri e propri “raid” ed azioni dirette.  Nell’industria di tappeti, sono 300 mila i bambini che lavorano in queste condizioni su un totale di 55 milioni di bambini ed adolescenti lavoratori in India.  La stessa organizzazione SACCS ha lanciato una campagna in Europa per indurre i compratori di tappeti indiani ad acquistare solo quelli col distintivo “Rugmark”, prodotti senza lavoro infantile.

L’America latina presenta una grande varietà di lavoro minorile, che riguarda alcune decine di milioni di bambini.

La maggior parte di questo lavoro si sviluppa nelle campagne, nei lavori domestici e nel settore urbano, ma anche nelle miniere di carbone e oro in Colombia e in Perù. Solo in Colombia ci sono 2.090.000 piccoli lavoratori su una popolazione di 35 milioni di abitanti. Nelle campagne il lavoro dei bambini da 6 a 9 anni è parte della vita quotidiana. Le bambine lavorano soprattutto come domestiche e si sa ben poco di come si sviluppi questo lavoro in realtà: gran parte del lavoro dei minori in America latina - ad eccezione dei bambini che lavorano nelle strade - è poco visibile, occulto.

Però casi gravi di sfruttamento dei minori sono in aumento anche nei paesi del mondo ricco. Negli Stati Uniti, tra il 1983 ed il 1990, le violazioni alla legislazione contro il lavoro infantile sono cresciute del 250%. Nell’Italia del Sud, dove ci fu il caso delle adolescenti di Brindisi sfruttate nella produzione delle camicie, si segnalano circa 115 mila bambini tra i 12 e i 13 anni impiegati nel lavoro illegale.

Di fronte a questa situazione una corrente di azione sociale sostiene che l’abolizione del lavoro dei minori non sia l’unica soluzione. A causa della crescente povertà del continente sudamericano, si deve fare una distinzione tra i diversi tipi di lavoro e le diverse classi di età; bisogna combattere il lavoro di schiavitù, di sfruttamento e nocivo, ma anche riscattare e convertire il lavoro dei minori in diritto.

Alla base di questa posizione c’è una concezione del lavoro che non riguarda solo i bambini, ma anche gli adulti: come un valore positivo, un fattore di socializzazione.  Questa tesi è il frutto dell’esperienza e della rivendicazione di un movimento organizzato di adolescenti e bambini lavoratori sudamericani.

A questo atteggiamento si contrappone quello che giudica il lavoro infantile non conseguenza della povertà, ma causa della povertà (poiché aumenta la disoccupazione degli adulti e compromette le prospettive future di lavoro più qualificato dei bambini), di fatto alternativo alla formazione scolare e alla stessa alfabetizzazione, ed è nocivo alla salute e allo sviluppo del minore. Per questo motivo sarebbe necessario assicurare un insegnamento primario adeguato e gratuito, sostituire i bambini lavoratori con gli adulti disoccupati (se possibile della stessa famiglia), introdurre una legislazione che proibisca le importazioni di prodotti fabbricati con la partecipazione dei bambini.

Da parte sua la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, all’articolo 32, mentre proibisce lo sfruttamento e il lavoro rischioso, nocivo o pregiudizievole dell’educazione del giovane, lascia saggiamente agli stati il compito di fissare l’età minima per il suo inizio.

In questo senso ci si deve augurare che il pluralismo di culture, di tradizioni e di situazioni sociali, a salvaguardia del superiore interesse del bambino, sia più conforme al diritto dei  popoli.



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