L’Eucaristia in Messico: Festa senza fine
IL MESSICO È GRANDE QUASI SEI VOLTE L’ITALIA E HA UNA POPOLAZIONE DI CIRCA 101 MILIONI DI ABITANTI, IN CUI CONVIVONO UNA FORTE IDENTITÀ E GRANDI DIVERSITÀ. ANCHE LE CELEBRAZIONI DELL’EUCARISTIA PRESENTANO DELLE UNIFORMITÀ, MA PURE INTERESSANTI DIFFERENZE.
In centinaia di cattedrali, nelle migliaia di chiese parrocchiali, cappelle e oratori, si celebra ogni giorno, con una buona partecipazione di fedeli, la Santissima Eucaristia o Santa Messa o Cena del Signore. Generalmente queste celebrazioni si fanno con una fedeltà esterna alle norme rituali - ripetute con ossessione e un’abbondanza di dettagli minimi da parte dell’autorità ecclesiastica - e non saprei con quanto frutto spirituale, sia per il celebrante come per i partecipanti.
Non si è cancellato dalla mia memoria lo stupore del p. Amato Dagnino, durante una visita in Messico, circa 25 anni fa, al vedere una grande chiesa - a Tepatitlan, non molto lontano da Guadalajara – piena di adoratori notturni. “E son tutti uomini – ripeteva - tutti uomini! Te lo immagini?”. lo gli dicevo che avevo avuto una differente reazione in alcune chiese della Huasteca, piene di adoratori notturni indigeni. Leggevano le orazioni e cantavano in latino, con un certo entusiasmo e molta fede. Io, che in quei tempi mi sforzavo di imparare la loro lingua e tradurre qualche canto e preghiera dal latino o spagnolo in nahuatl, ebbi una sensazione triste.
Fino a che punto era conveniente conservare certe pratiche considerate universali a partire dal Concilio di Trento?
Mi domandavo, in base alla mia formazione fondata sul Concilio Vaticano II: “È necessario e opportuno oggi per l’evangelizzazione usare le lingue locali nelle preghiere, nei canti e nei sacramenti?”. Non conosco in tutto il Messico una sola preghiera eucaristica differente da quelle usate universalmente. In qualche caso con piccoli cambi e ritocchi. Si seguono con precisione le norme della gerarchia, ripetendo la formula del Papa Giovanni Paolo II: “Mèxico sempre fiel!”. “Si possono usare solo le preghiere eucaristiche che si trovano nel Messale Romano. Non si può tollerare che alcuni sacerdoti si arroghino il diritto di comporre preghiere eucaristiche, né cambiare il testo approvato dalla Chiesa” (Istruzione Redemptoris Sacramentum, 25-3-2004, n 51).
Le Messe celebrate nelle chiese della periferia e nelle comunità indigene hanno una certa vitalità e creatività nelle preghiere, nei canti e in alcuni segni. Si respira un’aria familiare, allegra, spontanea. Bastano pochi gesti per dare uno spirito alla comunità unita nella preghiera liturgica: qualche applauso a Cristo o alla Madonna, alzare le mani o prendersi per la mano in alcuni momenti, darsi un tipico abbraccio messicano al momento della pace o all’uscita della Messa.
Un atteggiamento simile si vive anche nelle celebrazioni di gruppi giovanili e nei movimenti cattolici,. Senza cadere nella polarizzazione tra una celebrazione totalmente conforme al rito e una adatta alla gente, inculturata, molti ricordano ancora le due Messe di Papa Giovanni Paolo II nella basilica della Madonna di Guadalupe. La prima per la canonizzazione di San Juan Diego, uguale a tutte quelle domenicali viste in televisione. La seconda, il giorno dopo, in occasione della beatificazione di due martiri di Oaxaca, con i canti, le danze indigene, gli applausi, perfino un rito di purificazione fatto da una donna al Santo Padre.
LE VIE DELLA PASTORALE EUCARISTICA
In tutto Messico è molto diffusa, e abbastanza ben curata, la preparazione della Prima comunione per bambini e bambine di dieci anni, oltre che per giovani e adulti. I contenuti sono sempre tratti dal Vangelo, dalla Bibbia e dall’esperienza vissuta nella famiglia, nella scuola e alla televisione. Un metodo comune - che riecheggia quello della Teologia della liberazione - segue quattro passi: vedere, pensare, agire e celebrare. Certamente le celebrazioni parrocchiali delle prime comunioni sono una festa e un momento di fede, riconciliazione e unione fraterna.
Purtroppo, il cambio di linguaggio dice la distanza dei tentativi della Teologia della liberazione: al “senza giustizia non c’è eucaristia e senza eucaristia non c’è giustizia”, oggi si preferisce il “senza sacerdozio non c’è eucaristia e senza eucaristia non c’è sacerdozio”. Certamente dannoso per la missione della Chiesa è aver dimenticato il Terzo mondo. Non in tutte le diocesi si è data importanza e sviluppo all’ordine dei diaconi, che in quella di San Cristobal de Las Casas hanno costituito una forza ecclesiale notevole nell’evangelizzazione. Anche le celebrazioni avevano uno stile indigeno con momenti e segni della loro cultura: la lingua, i canti, le danze, gli ornamenti, il gesto della pace, della luce, del condividere la Parola. È conosciuto nel mondo cattolico – spero – il motto del 48° Congresso eucaristico internazionale: “La eucaristia, luz y vida del nuevo millennio”, con la figura del pane e di una fiamma multicolore. Spesso a questo simbolo viene aggiunto un calice per il vino e l’immagine della Madonna. Si presenta poco la stretta relazione tra l’annuncio della Parola e il rito del pane e vino. Nella pastorale si diffonde lo sforzo di celebrare un’eucaristia come comunità impegnata, secondo la parola del Papa: “Desidero... che i cristiani si sentano più che mai impegnati a non trascurare i doveri della loro cittadinanza terrena. È loro dovere contri
buire con la luce dei Vangelo all’edificazione di un mondo abitabile e pienamente conforme al disegno di Dio” (Ecclesia de Eucharistia, n. 20).
Le difficoltà si fanno insormontabili in ogni tentativo di connettere fede e politica. Per conservare una terra abitabile è importante l’apporto delle popolazioni indigene dell’America. Personalmente, preferisco usare il termine “indi”, che si trova alla radice delle parole, “indio, indigeno”, e del nome geografico di questo continente: Amerindia, da alcuni chiamato Abya Yala, piuttosto che Hispanoamericana o America latina. Ho potuto incontrare, convivere e avere relazioni profonde con alcuni di questi indi, coscienti della loro dignità, situazione e valori. Non mi sono chiesto se sono pagani o cristiani. Certo da piccoli hanno ricevuto il battesimo e si sentono più cristiani di noi meticci o stranieri. Nel discorso di Giovanni Paolo II agli aborigeni dell’Australia, leggiamo promesse commoventi: “La Chiesa… e la realtà stessa si arricchisce con la presenza di diverse culture ed aspetti etnici (n. 3).
Alcune narrazioni delle loro leggende non si differenziano molto dalle grandi lezioni ispirate che ci hanno trasmesse coloro tra i quali nacque Gesù” (n.5). “Sappiamo che avete uno stile di vita proprio del caratteristico genio etnico o cultura vostra… una cultura che la Chiesa rispetta e cui non vuole rinunciate in nessun modo. Rispettiamo profondamente la vostra dignità” (n.5). Poche volte ho riascoltato queste parole, ed ancora meno le ho viste messe in pratica. Sarebbe un gran bel frutto dell’Eucaristia questo rispetto nel rapporto tra persone e gruppi di uguali o diverse culture, lingue, razze, generi e nazioni. Davvero si trova un profondo sentimento di gratitudine e il gusto, insieme al bisogno, di ringraziare con parole e gesti o segni in alcuni gruppi indi. L’enorme differenza tra lo stile della vita quotidiana – il lavoro, la scuola, il vestire, il mangiare – e il tempo della festa, della pienezza, del vivere insieme gratuitamente per ringraziare il Signore nostro Padre (Totata Jesus) o la Madonna nostra Madre (Tonantzin Maria).
Nella stessa parola ilhuitl (festa) c’è la radice del Paradiso: ilhuicatl (il luogo della festa), dove mai il fiore appassisce né il canto termina. Nelle loro danze e nei loro riti ho scoperto una maniera viva, attiva, integrale di ringraziare con il cuore, la mente, il corpo e la comunità. Danziamo alla Madonna - anche lunghe ore - per ringraziarla, farla contenta, supplicarne l’intercessione, scontare in penitenza i nostri peccati. Danziamo insieme ai popoli antichi di tutte le latitudini della terra - soprattutto coi nostri antenati - e ringraziamo, oltre a loro, Dio con loro.
Vibriamo e ci moviamo a un solo ritmo con l’universo intero: la terra, il sole, le foglie, le acque, il vento stellare.
Il bello è che nella nostra stanchezza e armonia, la Madonna stessa danza con noi e in noi a Gesù Cristo, ringraziando Dio padre e ogni creatura di cui ella è madre. La danza cui ho avutol’onore di partecipare insieme ad altri 150 gruppi, il 12 ottobre, con più di 20mila danzanti, è stata un’immensa Eucaristia missionaria di tutta e per tutta l’umanità.






