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QUANTO STA ACCADENDO IN EGITTO E IN SIRIA, COME PURE IL SUCCESSO DI PARTITI D’ISPIRAZIONE ISLAMICA NELLE ELEZIONI DI TRE IMPORTANTI PAESI DEL NORD AFRICA, CI INVITANO AD UNA RIFLESSIONE SUL PROCESSO DI CAMBIAMENTO DEL MONDO ARABO CHE STA AVVENENDO SOTTO I NOSTRI OCCHI E DI CUI È ANCORA DIFFICILE PREVEDERE LE CONSEGUENZE. INFATTI, LA PRESENZA ATTIVA DI ALCUNI VECCHI POLITICI E DELL’ESERCITO CHE, COME EMERGE DAI RECENTI EVENTI IN EGITTO, NON SEMBRANO MOSTRARE ALCUNA VOLONTÀ NÉ DI ABBANDONARE IL POTERE NÉ I VECCHI METODI DI REPRESSIONE, SONO ANCORA FORTI OSTACOLI AL DESIDERIO DI UN RINNOVAMENTO CHE NON POTRÀ CHE ESSERE LENTO E NON PRIVO DI CONFLITTI.

PROTAGONISMO GIOVANILE

Il fatto che siano stati i giovani i protagonisti di tale cambiamento non è da considerarsi una novità nella storia recente del Medio Oriente. Basta ricordare la rivolta dei “Giovani Turchi” del 1908 , quella dei “Liberi Ufficiali” in Egitto, che avevano poco più di trent’anni quando nel 1952 si ribellarono al re Faruk, e le numerose rivolte dei giovani algerini e di altri giovani arabi che si sono sempre ribellati a governi dispotici o monarchici, chiedendo democrazia e giustizia. D’altro canto, il desiderio di democrazia, di giustizia, di difesa dei diritti umani e civili, dei diritti della donna e della dignità dei popoli arabi sono stati alla base della visone politica della maggior parte dei leader che guidarono i paesi arabi all’indipendenza. Essi infatti conquistarono le masse offrendo loro un progetto di Stato democratico giusto ed equo e di un progresso economico e sociale che potesse garantire a masse diseredate un futuro migliore.

Ma, con il passare del tempo, alla democrazia si sostituì il partito unico e il potere personale, alla giustizia il clientelismo e la ricchezza fu racchiusa nelle mani di pochi, sostenuti da un Occidente arrogante e neo-colonialista, che non ha favorito né lo sviluppo né la democrazia in questi paesi. Inoltre, l’unico organismo che poteva aver un peso nell’assetto di questi paesi, la Lega Araba, ha mostrato sempre una grande incertezza nell’affrontare tali questioni, soprattutto per le nette divergenze tra i suoi membri circa le modalità di affrontare i singoli problemi, come si può constatare nel caso della Siria. La Lega Araba si mostra impreparata ad affrontare i processi di trasformazione in corso, ma non potrà evitare le conseguenze della presenza dei nuovi tipi di governo di alcuni suoi paesi membri, che porteranno ad un nuovo assetto di questo organismo e del suo modo di affrontare le questioni mediorientali, non ultimo il conflitto israeliano-palestinese.

L’ISLAM ELEMENTO COAGULANTE

Dai recenti eventi e soprattutto dai risultati delle elezioni in Tunisia, Egitto e Marocco emerge, sia pure con toni moderati e concilianti, il fattore religioso come elemento coagulante delle masse che vedono nell’islam i valori di giustizia sociale, e forse anche di democrazia, ignorati dai precedenti governi e proclamati da quella che il mondo aveva visto come una “rivoluzione laica”.

Già dalle dichiarazioni del Governo libico di transizione sono emersi alcuni elementi di laicità misti a tendenze religiose radicali e il testo della bozza di Costituzione, dopo un’affermazione di laicità, contenuta nell’articolo 1 (“La Libia è uno Stato indipendente e democratico, il popolo è la fonte dell’autorità”) e la garanzia offerta alla altre religioni sottolinea che “L’islam è la religione dello Stato e la fonte principale delle leggi è la giurisprudenza islamica (sharî‘a)” e quindi considera la legge islamica come reale “fonte di autorità” dello Stato, mettendo in forse la stessa democrazia e limitando lo spazio per un progetto di società laica e moderna.

Anche in Egitto le autorità religiose sono entrate nel dibattito politico con un documento rilasciato il 21 giugno 2011 dal Gran Shaykh dell’Università di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyib, in cui si afferma che lo Stato deve far riferimento all’islam per costruire un nazione democratica e costituzionale, pur nel rispetto dei diritti delle altre religioni.

“PRIMAVERE” DIVERSE

Le rivolte che hanno caratterizzato la cosiddetta “primavera araba” non possono essere lette in maniera univoca. Così, per esempio, sono assai diverse, rispetto agli altri paesi, le vicende della Libia e della Siria dove il potere è stato in mano, e nel secondo caso lo è ancora, a dittatori autoritari e violenti e in cui la stessa “rivoluzione” si è trasformata in una vera e propria “guerra civile”.

Nel caso della Siria, poi, le masse in rivolta devono fare i conti con gli strumenti di repressione del regime degli Assad e delle forze militari alawite, già allenate a schiacciare qualsiasi tipo di opposizione interna e con la difficoltà di trovare un cammino politico comune tra diverse identità etniche e religiose. Musulmani sciiti e sunniti, alawiti, cristiani appartenenti a gruppi tradizioni e riti diversi, curdi e altre minoranze etniche e linguistiche vivono insieme in un paese in cui le tensioni, per ora tenute a freno da un regime autoritario, potrebbero esplodere in qualsiasi momento. Diversa è la situazione di paesi come la Tunisia, l’Egitto, lo Yemen e l’Algeria, in cui apparenti democrazie nascondevano regimi dittatoriali. Nei primi due casi l’uscita di scena dei vecchi leader, fortemente voluta dalla parte più laica della popolazione, ha dato spazio all’affermazione di partiti d’ispirazione islamica.

Per quanto riguarda lo Yemen si è ancora in attesa di quello che potrà avvenire in un paese dove la rivolta popolare ha libreria@saveriani.bs.it visto le donne e i giovani giocare un ruolo fondamentale nel movimento di massa, guidato dal premio Nobel Tawakkul ‘Abd as-Salàm Karmàn. In esso l’obiettivo della democrazia “partecipativa”, perseguito da un movimento ricco e complesso fatto di elementi democratici, riformatori e femministi non si realizzerà presto.

Altro tipo di motivazioni sono alla base della “primavera araba” algerina, la cui molla che ha fatto esplodere la rivolta sembra essere stata soprattutto la crisi finanziaria, che è alla base alle precarie condizioni economiche e sociali in cui sono costretti a vivere molti giovani, cui il paese non sembra offrire alcuna prospettiva per il futuro.

Diversa è anche la situazione del Marocco e della Giordania, dove l’idea di deporre i propri monarchi sembra essere stata al di fuori delle intenzioni del popolo, che invece chiede riforme sociali e cambiamenti nella politica. In tali paesi, infatti, la presenza di una monarchia, che è considerata diretta discendente del Profeta e che gode quindi di grande rispetto tra la popolazione, ha fatto sì che un cambiamento totale dell’assetto istituzionale sia fuori discussione. Infine un caso del tutto particolare è rappresentato dal Bahrain, dove la richiesta dei diritti umani s’innesta in un conflitto di tipo politico-religioso tra sciiti e sunniti e di rapporti tra Iran e paesi del Golfo.

Tutto questo non sembra aver attratto i media mondiali il cui pressoché assoluto disinteresse ha contribuito a nascondere un conflitto di notevole importanza strategica in cui la violenza è ancora presente, mentre la rivolta prende sempre più l’aspetto di uno scontro religioso in cui nessun segno di pacificazione appare all’orizzonte.

UNA PRIMA SCINTILLA

Se è vero che movimenti laici e liberali hanno dato inizio alla “primavera araba”, non è ancora chiaro, tuttavia, se questi stessi movimenti saranno in grado di capitalizzare il loro primo successo. Infatti, la notevole affermazione dei partiti d’ispirazione religiosa nelle recenti elezioni sembra aver messo dei limiti all’ispirazione laica originaria. Tuttavia il fatto che in alcune delle nazioni coinvolte nella “primavera araba” vi siano state libere elezioni e che il popolo abbia potuto scegliere democraticamente i propri rappresentanti è un notevole passo in avanti. Si tratta, in ogni caso, di una prima scintilla di un incendio che si accenderà lentamente, nel corso degli anni, soprattutto se l’Occidente sarà attento e rispettoso delle scelte popolari, senza imporre i propri progetti politici e finanziari alle popolazioni dell’area e senza temere il successo dei vari movimenti islamici, che, come si è visto, sembrano per ora voler rientrare nell’ambito di una visione aperta e democratica della cosa pubblica.


La Fratellanza Musulmana

[REDAZIONE MO] La questione del futuro Stato religioso o laico, nel contesto dell’applicazione della sharî‘a, ha aperto un dibattito anche all’interno della Fratellanza Musulmana, che negli ultimi anni ha dovuto fare i conti con divisioni interne circa le modalità della propria presenza in politica, del ruolo delle donne e delle altre questioni emerse nel confronto con gli altri movimenti della rivolte di Midân al-Tahrîr. Non va tuttavia dimenticato che i Fratelli Musulmani hanno operato in questi anni, a livello di base, con un diffuso sistema di moschee, centri culturali e attività sociali con una capillare organizzazione assistenziale (ospedali, dispensari, scuole), che ha fatto di essi l’unico reale sistema di welfare esistente in Egitto, raccogliendo adesioni che hanno fatto loro guadagnare la fiducia sia delle classi popolari sia del ceto medio.

D’altro canto, dal punto di vista ideologico, essi fanno leva sulle frustrazioni delle masse musulmane che hanno avvertito col passare dl tempo l’infondatezza delle promesse delle borghesie nazionali e dei socialismi inter-regionali e propongono, fin dai tempi del loro fondatore Hasan al-Bannâ (1906-1945) e del loro ideologo Sayyid Qutb (1906-1966) l’applicazione letterale della sharî‘a come soluzione dei loro problemi.

Tuttavia il partito Libertà e Giustizia, che è un’emanazione dell’ala interventista della Fratellanza, con l’ingresso nell’arena dovrà procedere ad un ridimensionamento dell’ideologia del movimento ed ad un’applicazione più blanda della legge islamica, rinunciando ad una sua applicazione letterale, e dovrà avere un approccio più moderato nei confronti dell’Occidente e della questione israelo-palestinese. Resta tuttavia l’incognita del rapporto del partito Libertà e Giustizia con il partito al-Nûr, il cui orientamento radicale e la cui concezione conservativa e salafita non mancano di aver un certo fascino tra i giovani ribelli egiziani. Non meno rilevante è stato il successo del partito islamico al-Nahda (Partito della Rinascita), emerso da un trasparente confronto elettorale nelle prime elezioni libere in Tunisia. Esso infatti, pur avendo le stesse radici della Fratellanza egiziana e rifacendosi agli stessi ideologi, riconosce la legittimità di un sistema pluripartitico ed è aperto al dialogo con l’Occidente.

D’altro canto il suo leader politico, Rachid al-Ghannouchi, si è sempre presentato come un pensatore aperto alla modernità, pur nel profondo rispetto della tradizione islamica, in un paese la cui classe media e intellettuale ha sempre vantato una tradizione liberale. Anche il Marocco non sembra sottrarsi all’orientamento, comune ad altri paesi coinvolti nella “primavera araba”, verso partiti a ispirazione islamica.

Per la prima volta, infatti, un partito d’ispirazione religiosa, il partito Giustizia e Sviluppo, ha sconfitto nelle elezioni il partito Istiqlâl (Partito dell’Indipendenza) che a lungo ha dominato la scena politica marocchina. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un partito d’ispirazione islamica che si richiama esplicitamente, a partire dal nome, al cosiddetto “modello turco” di Recep Tayyip Erdogan e che tradizionalmente non è mai opposto in toto al sistema, partecipando sempre alla vita democratica del paese. A questo punto ci si può legittimamente domandare quale sarà il nuovo progetto politico di questi partiti di ispirazione islamica, che si trovano ormai a dover non solo accettare i compromessi a livello nazionale e internazionale che la politica richiede, ma anche a fare i conti con le aspirazioni di democrazia e di difesa dei diritti umani che vengono da quelle stesse masse che li hanno eletti.



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