INDIA / I MIGRANTI INTERNI PRIME VITTIME DELLA PANDEMIA
Come molti paesi al tempo della pandemia da coronavirus, anche l’India sperimenta una serie di situazioni inedite sul piano sanitario e delle ricadute su quello sociale ed economico. Tuttavia, a causa delle proprie caratteristiche geografiche, culturali e sociali, l’immenso paese asiatico si confronta, più di altri, con debolezze e contraddizioni che rendono ancora più complessa l’azione governativa e più lontano e difficile il ritorno a una condizione di “normalità”.
Con l’allargarsi ulteriore della “forbice” di reddito e possibilità di crescita economica, con l’estensione della già ampia fascia di disoccupazione e sotto-occupazione, con molti abusi verso le donne, le minoranze etniche e religiose, con le distinzioni di censo su base castale ancora radicate nel tessuto comunitario, l’orizzonte post-Covid rischia di causare una devastazione sociale senza precedenti.
Al momento di scrivere questo articolo, l’evoluzione dell’epidemia di Covid-19 sembra abbia seguito in India una traiettoria più lineare rispetto ad altri paesi, senza sensibili fenomeni “di ritorno”. Con un’iniziale concentrazione nelle principali metropoli, Delhi e Mumbai, ma anche altri grandi centri sparsi sul territorio, dove la quarantena prolungata ha consentito un maggior controllo, ma ha anche costretto in una situazione difficile molti milioni di abitanti, residenti o provvisori – come dimostrato dall’alta mortalità nei grandi slum di Mumbai e una positività al coronavirus registrata ufficialmente a Delhi al 29 per cento, ma probabilmente anche più ampia.
MILIONI DI “UNTORI” INVOLONTARI
In seguito, nel tentativo di limitare la diffusione del coronavirus e prevenire l’assedio a un sistema sanitario limitato e poco efficiente, il rigido lockdown imposto su tutto il paese dal 24 marzo al 31 maggio, salvo alcune aree e con una riapertura graduale in fasi successive, ha penalizzato anzitutto i poveri urbani e i molti migranti interni. Come tanti altri, questi sono stati costretti in condizioni di promiscuità e sovraffollamento, senza più redditi e obbligati quindi a violare la quarantena per cercare qualche fonte di sostentamento o una via di fuga, correndo gravi rischi. Al momento della riapertura delle città, per quanto parziale e a intermittenza, sono stati anche, ma non solo, questi migranti “prigionieri” a portare la malattia in molte aree rurali, quelle di provenienza. Successivamente, quando gradualmente (da agosto) è stato loro concesso il rientro nelle località di lavoro, hanno contribuito a rilanciare – anche se con conseguenze più limitate – l’epidemia nelle aree urbane. Vittime e untori, insomma, non per scelta ma per necessità, da un lato, per una mancanza di direttive precise e specifiche tutele, dall’altro.
SCARSA TUTELA DEI LAVORATORI MIGRANTI
Va anzitutto rilevato che le pratiche di assunzione non tutelano a sufficienza i migranti. Ad esempio, gli appaltatori attirano i lavoratori con anticipi di denaro, che spesso li legano a una schiavitù per debito, soprattutto nelle fabbriche di mattoni. Senza alcuna registrazione, gli stessi appaltatori risultano invisibili allo Stato e quindi non possono essere oggetto di verifica ma anche godere di una qualche tutela legale. Come mostra la crisi del Covid-19, le pratiche di intermediazione non ufficiali indeboliscono la prima linea delle responsabilità per i lavoratori dai quali ci si aspetta che provvedano in proprio dai trasporti al cibo, fino ai test per la positività al coronavirus l’ultimo giorno di lavoro, obbligatorio per consentire la partenza.
In secondo luogo, la collocazione fisica dei luoghi di lavoro aggiunge ulteriore vulnerabilità alla condizione di migrante. La maggior parte delle industrie sono collocate al di fuori delle aree residenziali delle grandi città, quelle anche meglio servite dai trasporti e infrastrutture. Di conseguenza, l’accesso a servizi come ospedali o posti di polizia dipende in larga parte dalle concessioni dei proprietari degli stabilimenti.
Ancora, per i lavoratori che vivono in abitazioni precarie nei pressi delle aziende, l’orario lavorativo è poco regolato. Non sono eccezionali orari di 12-13 ore al giorno, come testimoniano molti rapporti di organizzazioni attente al fenomeno. L’incapacità di muoversi senza che i datori di lavoro lo vengano a sapere o con il loro consenso, garantisce maggior arbitrarietà e accentua lo sfruttamento.
I migranti coinvolti in attività quotidiane sono esposti a forme di lavoro forzato, soprattutto la schiavitù per debito, ma anche altre forme di schiavitù moderna. I meccanismi di protezione variano molto nelle diverse aree del paese, zone che sono tradizionalmente fonte di migrazione sono chiamate oggi a fornire tutele, come la registrazione dei lavoratori, e garantire che gli appaltatori dispongano di adeguate licenze.
In buona sostanza, la crisi da coronavirus ha fatto emergere la realtà lavorativa di decine di milioni di indiani, sottoposti al variare delle situazioni e opportunità, senza quelle certezze che un tempo le migrazioni stagionali, connesse soprattutto alle esigenze dell’agricoltura, garantivano.
LE DIFFICOLTÀ DELL’ECONOMIA INFORMALE
Si calcolano in 139 milioni, il 10 per cento della popolazione complessiva, (ma, secondo l’applicazione dei criteri utilizzati, salirebbero a 250 milioni per diversi analisti, mentre la Banca Mondiale stima che la migrazione interna in India ammonti a 40 milioni di individui, ovvero due volte e mezza quella verso l’estero) coloro che abitualmente vivono per necessità lontano dai luoghi d’origine nei 36 Stati e Territori in cui è divisa amministrativamente l’India. Una parte consistente, comunque, dei 450 milioni di indiani che si ritiene dipendano dal settore informale per la propria sopravvivenza, a loro volta poco meno della metà di coloro che hanno potuto usufruire del piano di aiuti governativo che ha garantito solo limitati provvedimenti “a pioggia”, soprattutto sotto forma di cibo e generi di prima necessità, a una platea di 800 milioni di indiani considerati statisticamente in stato di necessità.
Comunque sia, la situazione pandemica ha evidenziato le condizioni dei migranti, che si trovano ora e ancor più si troveranno in futuro davanti a leggi meno restrittive per i datori di lavoro e a minori garanzie per se stessi. A partire dagli orari di lavoro. Gli Stati di Punjab e Gujarat hanno modificato ad aprile le proprie leggi sulle manifatture per consentire di innalzare l’orario lavorativo a 72 ore settimanali. Il vicino Rajasthan ha prolungato l’orario quotidiano legale da 8 a 12 ore, mentre l’Uttar Pradesh, che tra gli Stati dell’India ha la popolazione più numerosa (200 milioni) ed è un crogiolo di problemi e tensioni sempre sull’orlo di esplodere, ha esentato le aziende dal rispetto delle tutele per i lavoratori per un triennio. A subire precarietà dei salari, inadeguate condizioni di lavoro e minore sicurezza saranno anzitutto lavoratori a termine e migranti. Questi ultimi, da sempre particolarmente vulnerabili alla mancanza di leggi o a una loro scorretta applicazione.
I COSTI UMANI DEL LOCKDOWN
Champa Patel, direttrice del Programma per l’Asia e il Pacifico dell’organizzazione britannica Chatham House, dopo anni di impegno in Amnesty International India, ha evidenziato che “mentre inizialmente ci si è focalizzati sui costi economici dei lockdown, sul divieto di spostarsi e sul distanziamento sociale, in seguito è stato necessario porre maggior attenzione sulle difficoltà dei migranti interni”. “Migranti che – sottolinea Patel – non sono soltanto destinatari di carità bisognosi di sostegno. I migranti interni sono fattori essenziali di generazione del reddito e giocano un ruolo determinante nella società indiana che non dovrebbe più essere ignorato”.
Utile e politicamente necessario il richiamo fatto dal premier nazionalista Narendra Modi, in occasione della celebrazione dell’indipendenza nazionale il 15 agosto, all’orgoglio di una nazione che si pone ormai in diretta concorrenza con i “grandi” del mondo, segnalando la necessità di ridurre la dipendenza dall’esportazione di materie prime e dall’importazione di prodotti finiti. In qualche modo, la situazione post-pandemia potrebbe anche risultare favorevole ai progetti di sviluppo ufficiali, ma i costi saranno tutt’altro che lievi, considerate le previsioni economiche che (a fine agosto) si attendono una contrazione del Pil del 5 per cento per l’anno fiscale iniziato a marzo 2020 rispetto all’esercizio precedente.
Sarebbe un dato migliore rispetto a quello di tanti paesi vicini o concorrenti, ma comunque drammatico per una nazione già caratterizzata da una crescita negativa nonostante i consistenti investimenti stranieri, il netto miglioramento delle infrastrutture e l’espansione sui mercati mondiali. Il progetto di raddoppiare entro il 2025 la ricchezza prodotta annualmente in India, portandola a 5mila miliardi di dollari, rischia quindi di naufragare e di trascinare con sé anzitutto i meno tutelati tra i suoi lavoratori e abitanti.







