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Il Concilio Vaticano II costituisce certamente il più importante evento nella storia della Chiesa del secolo scorso e, forse, degli ultimi quattro secoli.

Papa Giovanni Paolo II, che al Concilio aveva partecipato attivamente, lo additò alla Chiesa tutta come la bussola sicura con cui orientare il cammino all’inizio del terzo millennio della sua storia (cf. Novo millennio ineunte 57). Il processo della sua comprensione ed attuazione è, però, tuttora in corso etutt’altro checoncluso.La storiografia del Vaticano II è già immensa, eppure una serena e, per quanto possibile, obbiettiva valutazione globale deglieventi chelo hanno costituito, del suo messaggio, del suo significato nella vita della Chiesa e nella storia del mondo, sembra ancora difficile.

Anche la monumentale storia del Concilio Vaticano II diretta da Alberigo non sfugge alla critica di una lettura di parte degli eventi conciliari. Come risaputo, la discussione verte soprattutto sull’interpretazione di fondo deglieventi del Concilio: la sua continuità o discontinuità con la precedente tradizione; e il valore prevalente da attribuirsi ai testi del Concilio o al Concilio stesso come evento storico nella vita della Chiesa. Ovviamente occorre ammettere sia continuità che discontinuità, valorizzare sia i testi che l’evento in sé stesso. Ma, ciò ammesso, si tratta poi sempre di dosaggio, di accentuazione dell’uno o dell’altro elemento, nel cogliere il senso e il “pensiero” del Concilio.

DIFFICOLTÀ INIZIALI

Sono note le difficoltà iniziali del Concilio, dovute all’inedita molteplicità delle culture di origine dei Padri, alla distanza di quasi un secolo dal precedente (il Vaticano I) e, infine, alla enorme complessità della situazione ecclesiale e mondiale con cui il Vaticano II era chiamato a confrontarsi. Giovanni XXIII lo aveva coraggiosamente convocato, agendo sulla scia degli atti preparatori per la convocazione di un Concilio già avviati da Pio XII, e, senza dubbio, in risposta ad un impulso dello Spirito Santo cheegli assecondò docilmente. 

Ma i lavori di preparazione immediata, affidati ad una commissione che rappresentava prevalentemente gli indirizzi e le preoccupazioni degli organismi centrali della Chiesa, si concretizzarono nella stesura di numerosi documenti non bene armonizzati tra loro e, soprattutto, non sufficientemente espressivi delle prevalenti preoccupazioni e dell’orientamento della maggioranza dei vescovi. Da qui la comprensibile sensazione di smarrimento e di disagio che accompagnò la prima sessione (11 ottobre 1962 – 8 dicembre 1962).

L’AZIONE DETERMINANTE DI PAOLO VI

Fu in questo contesto che anche Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo diMilano,cercò di dareil suo contributo suggerendo un’analisi della situazione della Chiesa e del mondo, individuando le questioni centrali, proponendo piste di orientamento per la riflessione dei Padri e prospettive per una risposta ad esse. Divenuto Papa nel periodo tra la prima e la seconda sessione del Concilio (il 9 maggio 1963), fu suo compito confermarne la continuazione, ma soprattutto guidarne la conduzione, cercando di mediare tra le diverse correnti, di sostenere le ricerche e di convogliare gli sforzi di tutti verso la più amplia convergenza possibile delle menti e dei cuori così da ottenere una effettiva unanimità di consensi.

I risultati delle votazioni, quasi unanimi, devono molto a questa sua opera di saggia e paziente mediazione.

Paolo VI richiamò la centralità del tema ecclesiologico nel discorso di apertura della seconda sessione (29 settembre-4 dicembre 1963), nel quale delinea chiaramenteil volto di una Chiesa non solo aperta, ma protesa in gesto di amore, l’amore di Cristo, verso il mondo. Questa concezione della Chiesa vista come “rivolta al mondo”, in dialogo con esso, verrà poi ripresa magistralmente nella prima lettera enciclica (Ecclesiam suam, del 6 agosto 1964), nella quale il dialogo della Chiesa con l’umanità viene articolato in tre cerchi che vanno gradatamente allargandosi: i fratellicristiani non in piena comunione con la Chiesa Cattolica, i seguaci di altre religioni, quanti negano l’esistenza di Dio e si oppongono alla Chiesa.

Questa visione ritorna ad essere il tema dominante del discorso di apertura dell’ultima sessione (14 settembre 1965) dove il Concilio viene visto come un “atto di amore solenne per l’umanità”, e, soprattutto, nel discorso di chiusura (7 dicembre 1965) dove viene proclamata la “fiducia nell’uomo” e la volontà da parte della Chiesa di un “dialogo con il mondo”.

AL CUORE DEL CONCILIO

Il Concilio è così riuscito a cogliere il punto centrale della questionesu cuiera chiamato a riflettere: il mistero della Chiesa, la sua natura e la sua missione. Questo insegnamento verrà proposto nella Costituzione sulla Chiesa, e tutti gli altri documenti verranno così pensatiescritti in relazione a questo.

La Chiesa stessa viene compresa come “sacramento”, ossia segno e mezzo dell’unità, in Cristo, di tutto il genere umano.

La Chiesa dunque – questa è la grande e importante novità – viene concepita come dinamicamente protesa verso l’umanità, in funzione di essa, aperta ad essa in un colloquio, nel quale si percepisce come strumento del dialogo stesso di Dio con l’umanità tutta.

La sintesi dell’insegnamento del Vaticano II sembra corrispondere chiaramente alla struttura e al contenuto dell’Ecclesiam suam, oppure questa può essere letta come la migliore guida alla comprensione di quello. Entrambi riflettono sul mistero della Chiesa e la vedono come essenzialmente originata dall’estasi trinitaria per cui il Padre eternamente esiste per il Figlio ed il Figlio per il Padre, e questo mutuo essere l’uno per l’altro è la loro stessa vita, il loro Spirito: lo Spirito Santo. Questo eterno “essere per l’altro”,che è amore, ha portato Dio a farsi uomo, e questo auto-donarsi amoroso continua attraverso la storia in coloro che si lasciano guidare dallo Spirito e, quindi, sono figli di Dio (cf. Rm 8,14). Nel mistero della Chiesa questo diventare figli, famiglia, di Dio viene vissuto in modo umano, storico, sociale, come conviene alla natura umana.

Si attua così “il disegno nascosto da secoli in Dio ed ora rivelato ai santi”, di riunire tutti i popoli e riconciliarli tra di loro nella Chiesa di Cristo (cf. Ef 3).

Condividere con l’umanità intera la conoscenza e l’esperienza della salvezza, la vita nuova e la gioia nuova ricevute da Dio Padre in Cristo Gesù per mezzo dello Spirito è alla radice stessa dell’esistenza e della natura profonda della Chiesa. Purtroppo, un’interpretazione insufficiente e superficiale di questa missione della Chiesa, proposta dal Concilio, è stata spesso colta solo nella sua dimensione antropologica, come un semplice andare al mondo, convivere con l’umanità, comprendendone e condividendone i problemi, le sofferenze e le attese. Ma dimenticandone, troppo spesso, la componente teologica: ossia, che il fine di questo “andare al mondo”, è quello di rivelargli le attese di Dio stesso, la sua proposta di salvezza.

La missione della Chiesa nel mondo, la ragione ultima del suo essere con e per gli uomini, è di annunciare loro la buona novella del Vangelo di Gesù, liberare dal malecheèil peccato, ossia il rifiuto di,e la separazione da, Dio, e condurre l’umanità intera al Padre. Consapevole di questo pericolo di insufficiente comprensione del vero spirito del Concilio, Paolo VI, nel suo memorabile discorso di chiusura, fece questa solenne perorazione: “E allora questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potentee amichevoleinvito all’umanità d’oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio “dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale rivolgersi è risorgere, nel Quale rimanere è stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere” (S. Agostino, Soliloqui 1, 1,3).

Così noi speriamo al termine di questo Concilio Ecumenico Vaticano II e all’inizio del rinnovamento umano ereligioso, ch’esso s’è prefisso di studiare e di promuovere; (…) così speriamo per l’umanità intera, che qui abbiamo imparato ad amare di più e a meglio servire”. Dimenticare o trascurarela dimensione propriamente teologica della missione della Chiesa, come il Concilio chiaramente e inequivocabilmente la propone, è misconoscerne la vera natura, tradirne gli intenti e deluderne la grande speranza.



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