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L a nostra regione è stata evangelizzata dai Gesuiti, dopo la seconda guerra mondiale, e la nostra diocesi, creata in pieno Concilio Vaticano II, non ha una lunga tradizione cristiana. L’attenzione e la prudenza dei missionari Gesuiti verso le pratiche religiose della popolazione locale sono state in grado di evitare alla nostra giovane Chiesa i conflitti con l’ambiente tradizionale, come invece è accaduto in altri posti. Il nostro punto di vista sulla religione tradizionale africana (RTA) è segnato positivamente dagli sforzi dei missionari per integrare tutto ciò che essa ha di positivo e di rispettare ciò che fa la differenza con la concezione cristiana della vita e dei rapporti con Dio, in attesa che i figli di questa terra arrivino ad una comprensione più profonda.

Abbiamo mantenuto questo orientamento pastorale positivo verso l’ambiente tradizionale per essere “sale” e “luce”; da noi, infatti, non ci sono villaggi o quartieri solo cristiani. Pur non avendo relazioni formali con gli esponenti dell’RTA, desideriamo di mantenere buoni rapporti con essa. Questa attenzione è ben presente nei nostri piani pastorali e diverse sono le ragioni di questa scelta.

I fedeli dell’RTA manifestano verso la Chiesa cattolica simpatia e benevolenza costante; ciò a motivo del rispetto che portiamo per la loro ricerca di servire il Dio-creatore con una coscienza retta, nel modo ricevuto dalla tradizione. Essi costituiscono più della metà dei partecipanti alle celebrazioni liturgiche all’aperto, durante le Messe che mensilemte raggruppano gli abitanti dei villaggi di una determinata zona pastorale. L’accoglienza degli ospiti diventa un momento di solidarietà con la comunità cristiana che accoglie. Alcuni sanno che non potranno mai essere battezzati a causa della loro poligamia, ma sono assidui alla preghiera domenicale e ad alcune attività della comunità cristiana.

Quando si chiede loro il perché di questa attrazione, rispondono che la Parola di Gesù supera di gran lunga la loro saggezza e che essa è di grande aiuto per i problemi e le difficoltà della loro vita.

Questi fedeli si trovano a loro agio nelle nostre celebrazioni liturgiche perché usiamo gli strumenti musicali tradizionali e teniamo in considerazione i ritmi religiosi tradizionali nella composizione dei canti con i quali esprimiamo la nostra fede cristiana. Un altro motivo è l’accoglienza fatta con rispetto e l’ammessione alle nostre cerimonie religiose: le ceneri, i funerali, le benedizioni alla fine delle celebrazioni.

La nostra concezione di Chiesa-Famiglia di Dio dà loro la speranza, un giorno, di potervi entrare. Così, non si sentono condannati o esclusi dalla salvezza.

Inoltre, l’RTA, come humus spirituale e umano, rimane l’esperienza religiosa di riferimento della maggior parte dei fedeli cattolici; essa esercita una grande influenza su di loro in determinate situazioni come: la nascita, l’iniziazione, l’escissione, la malattia, le prove di divinazione, il lutto, la vedovanza, la divisione dell’eredità, ecc.

Il comunitarismo, che caratterizza la nostra società, lascia poca libertà nelle scelte personali in materia di condotta morale e spirituale; in questi momenti critici molti cristiani non si sentono liberi di fronte a decisioni familiari o a vincoli morali imposti dal “patriarca” (non cristiano). Questi vincoli socio-culturali sono mantenuti da paure ereditate dall’RTA (gli spiriti maligni, la stregoneria, i sacrifici, ...). Essi possono ostacolare il pieno sviluppo e la realizzazione della persona umana; per questo il prossimo piano pastorale diocesano, ancora in elaborazione, considera queste come sfide per favorire lo sviluppo spirituale dei fedeli cattolici.

Ciò richiederà molti sforzi per una conversione di mentalità, dovendo identificare e resistere a pratiche sociali che stanno tra la tradizione e la vita moderna. Siamo la prima generazione di battezzati di questa Chiesa e Dio ci ha dato la grazia di essere i primi sacerdoti.

La grande sfida è, perciò, quella di evangelizzare la nostra cultura.


 Sarh (Ciad), 5 febbraio 2013.



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