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IL NATALE, L’AFRICA, IL MONDO VISTI DA KOROGOCHO

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I nostri amici conoscono Gino Filippini, missionario laico da 30 anni in Africa (cfr MO gen. ’98).  Due giorni dopo Natale ci ha mandato una lettera con questa presentazione: “Ho cercato di mettere per iscritto il mio travaglio interiore”.  La pubblichiamo perché sia anche “travaglio” nostro.

La lettera ci richiama che il significato vero del Natale, purtroppo dimenticato, non è tanto di ricordarci una nascita passata, quanto di accrescere il nostro desiderio per la venuta definitiva di Gesù, quando inizierà la comunione piena e la liberazione totale.  Ora siamo ancora sotto il dominio dell’egoismo, dell’oppressione e della morte: per questo invochiamo “vieni, Signore Gesù” (Ap 22,20), ponendo chiari segni di controtendenza, che rafforzino nel nostro mondo la speranza e l’impegno per il cambiamento.


Vigilia di Natale. Sento che quest’anno sarà un Natale difficile per me.  Mi sento addosso tanta rabbia e voglia di contestare il Dio che sta per nascere.  Mi danno fastidio, perché mi risultano incomprensibili, le parole del profeta Isaia che leggiamo, come ogni anno, a Natale: “Oggi su di noi splenderà la luce perché è nato per noi il Salvatore… il suo Regno non avrà fine”.

Dal mio posto di osservazione a Korogocho in periferia di Nairobi, non riesco a vedere né luce né Regno che abbiano la marca dell’Assoluto.  Qui è notte fonda più che mai, perché non stiamo andando verso il Mondo Nuovo, quel Regno di Dio proclamato come imminente duemila anni fa da Gesù di Nazareth, ma è invece l’effimero regno dell’uomo che si afferma sempre più.

L’anno scorso qui abbiamo avuto El Niño come regalo di Natale, non però quello che viene a salvare, ma quello fatto di piogge torrenziali che hanno portato distruzione, colera e fame.  Quest’anno la “strenna natalizia” è un’escalation della violenza: dai coltelli si è passati alle armi.  Per tutto dicembre abbiamo avuto per le strade delle baraccopoli aggressioni a mano armata, che hanno seminato morte e paura fra la gente.  Sembra che in certi quartieri ci siano armi e munizioni a portata di mano di chi se ne vuole servire, comprando o prendendo a nolo.  E i clienti sono tanti perché anche in città non si scherza.  Perfino i taximen dei matatu sparano e uccidono per far valere i loro presunti diritti.

Ma il Kenya, tutto sommato, è ancora un paese in “pace”. C’è chi sta peggio, molto peggio.  Appena oltre i confini abbiamo la Somalia, l’Etiopia, il Sudan e l’Uganda: paesi coinvolti in conflitti armati.  Un passo più in là  e siamo nella regione dei Grandi Laghi: Rwanda, Burundi e Congo-Kinshasa.  È la “mia” Africa, nella quale ho vissuto vent’anni della mia vita.  Lì si passa addirittura da un genocidio all’altro.

È l’anti-Regno che si afferma

E su scala mondiale? Su 4,5 miliardi di abitanti dei paesi poveri, quasi un terzo non ha accesso all’acqua potabile; 30 milioni all’anno muoiono di fame, sebbene bere e mangiare siano i primi due bisogni essenziali dell’uomo.  Immagino non ci fossero condizioni così disastrose duemila anni fa, prima che il Cristo venisse ad inaugurare il suo Regno di amore e di giustizia in mezzo a noi.

Direi, invece, che è l’anti-Regno che si afferma. Non la condivisione evangelica che si allarga su scala mondiale, ma l’accumulazione della ricchezza mondiale che si concentra in poche mani.  Siamo arrivati al punto che tre persone, tre persone in tutto, le più ricche della terra, possiedono un patrimonio superiore a quello dei 48 paesi più poveri messi insieme, vale a dire un quarto degli stati del mondo. Qualcosa di scandaloso al solo pensarci. 

Ma i potenti della terra, quelli che decidono e che fanno le scelte a nome di tutti, la vergogna non li sfiora nemmeno, anzi sono orgogliosi dei risultati ottenuti. 

È a questo che vogliono arrivare con la globalizzazione dell’economia: il grande sogno ora è di trasformare la terra in un immenso mercato, aperto a tutti, dove evidentemente chi è più forte più accaparra.  E i poveri?  Beh, qualche briciola arriverà pure a loro.  Una briciola sempre più striminzita, se è vero che siamo scesi al livello più basso, lo 0,26% del Prodotto interno lordo come aiuto dato ai paesi poveri: altra vergogna che ci squalifica come uomini e come cristiani.

Dobbiamo arrenderci all’evidenza: il regno che avanza non è quello della solidarietà ma quello della disuguaglianza, della corsa a chi arriva primo e della condanna di chi è più debole e rimane indietro.  La distanza che separa la fascia più ricca da quella più povera del pianeta è triplicata negli ultimi quarant’anni, così dice l’ultimo rapporto dell’Onu sullo sviluppo mondiale.

È la tragica realtà in cui si dibatte il mondo e l’Africa in particolare, espressa freddamente dai dati statistici ma anche toccata con mano nel vissuto di ogni giorno, che mi ha messo in corpo tanta rabbia e che mi fa gridare in questa notte santa: “Ma che Salvatore sei, Signore, che vieni ogni anno ma non salvi niente, giacché sulla terra siamo più malandati che mai?  Che dirò ai pezzenti e agli smarriti di cuore che abitano le baracche di Korogocho ‘coraggio, il vostro Dio viene a salvarvi’ quando so che non cambierà niente nella loro vita, perché moriranno poveri e tribolati come sono ora?  Quali ‘lieti annunci’ posso portare ai dannati della terra che sopravvivono con i rifiuti della discarica?  Dirò loro ‘prorompete insieme in canti di gioia, voi rifiutati dalla ricca Nairobi, perché il Signore viene a riscattarvi?’. Ci crederanno?  Non sentiranno piuttosto queste parole come una beffa dolorosa sulla loro pelle?”.

Sì, porrò queste domande ed altre ancora al mio Dio che viene stanotte e aspetterò risposta…

Il nostro vizio di fondo

È passata la notte, è venuta l’alba e un giorno luminoso, pieno di luce e di sole,  si è fatto avanti.  Ho ascoltato altri messaggi e vi ho colto risposte: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta… Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”.

È vero, Signore, non è colpa tua se le cose stanno così.  Non sei tu l’accusato ma noi, perché anche oggi, come duemila anni fa, non ti accogliamo.  Preferiamo le nostre tenebre alla tua luce, non siamo disposti a cambiare i nostri piani di comodo anche se ingiusti, invece che inserirci nel tuo piano di condivisione fraterna.  Raccogliamo quello che seminiamo: se milioni di esseri umani muoiono di stenti, non è per le carestie – ormai marginali – ma perché l’uomo promuove strategie di fame.  È l’uomo e non la natura che affama l’uomo.  E non vogliamo che i morti di fame siedano alla nostra tavola imbandita: non li riconosciamo  come fratelli e la loro presenza disturberebbe il nostro quieto vivere.

A questo punto, Signore, occorre proprio un miracolo e questo tu solo puoi farlo.  Ti chiedo una cosa, questa sera: ti chiedo di avere pietà dell’uomo, di questa creatura così piccola ma così piena di sé.  Sai, col passare del tempo è cresciuta, si è fatta grande.  Ora conosce i segreti della natura, ha ideato imprese strabilianti nello spazio e anche sulla terra potrebbe fare piani prodigiosi, di sviluppo per tutti gli abitanti: risolvere il problema della fame, sradicare la povertà, eliminare le malattie endemiche, dare acqua e un pezzo di terra ad ogni famiglia, assicurare ad ogni persona i diritti fondamentali che ha così bene enunciato cinquant’anni fa la Dichiarazione universale ed altro ancora…

Ma c’è un vizio di fondo che tu solo puoi correggere: l’uomo non ha, Signore, la visione che tu hai dell’umanità, non immagina come sarebbe meraviglioso se essa diventasse una grande famiglia dove tutti si rispettano e dove i più deboli hanno il primo posto.  L’uomo non sogna il tuo sogno, non vuole il Mondo Nuovo che tu hai annunciato e, tutto sommato, non sa che farne della tua Parola: forse non gli è parsa abbastanza seria da essere presa in considerazione. E così va per altre strade, molto distanti dalle tue, insegue altri progetti.  È come divorato e accecato da una sete insaziabile di cose e non si rende conto che sta perdendo quello che più conta: la sua umanità. 

Tu solo puoi fermarlo, Signore, in questa corsa pazza verso la sua distruzione.  Tu solo puoi ricondurlo sui sentieri della vita.  Quella vita vera e piena per tutti, di cui ci hai parlato da uomo a uomo, quando sei venuto la prima volta fra noi, duemila anni fa.  Signore, te ne prego, fallo presto.  Allora capiremo che tu sei veramente il nostro Salvatore e ti accoglieremo a braccia aperte.

GINO FILIPPINI.



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