IL FUTURO È DEL METICCIATO
Il dossier prende avvio da un’affermazione del teologo messico-americano Virgil Elizondo, che nel convegno di “Missione Oggi” del maggio scorso ha definito il meticciato come “una promessa culturale del futuro”.
Abbiamo approfondito la questione da vari punti di vista: biblico e teologico – con riferimento alla costruzione dell’identità ebraica e cristiana –; sociologico e pedagogico – soprattutto con riferimento alla scuola come luogo generativo di cittadinanza meticcia –, fino a quello antropologico-culturale, dove il concetto di meticciato non trova facile declinazione.
Dall’insieme della riflessione è emerso che lo stesso cristianesimo, nato in un contesto in cui gli ebrei da molti secoli erano costretti a misurarsi con altre culture, ha valorizzato la “dispersione”, il “miscuglio dei popoli”, il loro “stare insieme”, come un’opportunità, un’occasione per realizzare la propria missione nel mondo. In altre parole, il cristianesimo, al di là delle schematizzazioni fatte, deve il suo sviluppo all’incontro-scontro tra culture, dentro le quali si innesta.
Per cui il criterio per costruire il futuro – non solo del cristianesimo – è quello di creare sempre nuove sintesi, evitando gli esiti estremi di esaltare una cultura a fronte di altre oppure di irrigidirsi sulla tradizione. “Ciò che si salverà – ha scritto Alessandro Baricco nel suo saggio sulla mutazione, I barbari – non sarà mai ciò che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo”.






