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In molti paesi del Medio Oriente, dell’Africa del Nord e dell’Asia, i cristiani sono piccole minoranze. Sebbene garantite nei loro diritti dalle Costituzioni della maggioranza di questi paesi, devono spesso fare i conti con leggi e pratiche che ne limitano la libertà religiosa. Secondo il Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo, pubblicato dal Dipartimento di Stato americano il 18 novembre scorso, i paesi dove con più frequenza si verificano episodi di violazione di questo diritto umano fondamentale sono la Corea del Nord, l’Iran, il Myanmar, la Cina, il Sudan, l’Eritrea, l’Arabia Saudita, l’Uzbekistan. Ma sotto osservazione sono anche il Pakistan e l’Iraq, teatri di recenti gravi attacchi ai cristiani, che si configurano ormai come violenza e intimidazione contro le minoranze.

In gioco è lo stesso diritto di essere minoranza, in uno Stato sempre più prigioniero di logiche e propagande fondamentaliste, dove l’attacco ai cristiani è la strategia comune per mandare messaggi ai propri avversari politici, su scala nazionale e internazionale. Ne è tragica conferma l’attentato alla cattedrale siro-cattolica di Baghdad, del 31 ottobre scorso, nel quale sono morti 44 fedeli e due sacerdoti. Un attacco del tutto gratuito, rivendicato da Al Qaeda, contro una minoranza che ha il solo “peccato” di evocare simbolicamente lo spettro della propaganda estremista, cioè i crociati, gli occidentali, i colonialisti, gli imperialisti.

La tragedia che si sta consumando in Iraq, dove oltre un milione di persone hanno dovuto lasciare il paese perché cristiane, sta disegnando uno scenario politico impossibile per la convivenza civile in quel paese e per la sopravvivenza della comunità cristiana. Se se ne andassero tutti i cristiani, verrebbe meno un ricco e antichissimo patrimonio di cui il paese ha bisogno per costruire il proprio futuro.

Come guarire la febbre fondamentalista, che ha sconvolto il paese, nello scontro tra sunniti, sciiti e curdi, trasformando i cristiani nel bersaglio preferito di coloro che sfruttano l’islam per scopi terroristici?

Non sono soluzioni praticabili né il via libera del governo alla concessione del porto d’armi a tutti i cristiani della provincia di Ninive, né la proposta del presidente Jalal Talabani, sostenuta dall’influente diaspora cristiana irachena negli Usa, di mettere in sicurezza i cristiani concentrandoli nella piana della medesima città.

Le armi e i ghetti non sono mai stati una soluzione, ma la giustificazione della violenza, della discriminazione, della persecuzione e del razzismo.

I cristiani non sono un’etnia a parte, ma persone che vogliono vivere la loro fede tra gli altri, come sale e lievito in mezzo a tutta la pasta dell’umanità, nella loro terra, in collaborazione con tutti per la costruzione di una società migliore, basata sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sanciti dalla Costituzione nazionale e dal diritto internazionale.

Va in questa direzione la coraggiosa proposta di mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, che, a nome dei vescovi caldei dell’Iraq, ha rivolto un appello alle autorità religiose musulmane chiedendo una fatwa (parere giuridico) “per aiutare a chiarire che le violenze contro i cristiani sono illegittime e contrarie ai principi della religione islamica”. Un’occasione opportuna per prendere le distanze insieme, cristiani e musulmani, da qualsivoglia complicità col fanatismo religioso e rispondere alle attese di Dio, per ridare agli iracheni il loro futuro.

Senza il rispetto del diritto delle minoranze il futuro dell’Iraq, come di qualsiasi altro paese, non sarà mai garantito.



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