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Il CONVEGNO di M.O. a 20anni dalla CARTA di ALGERI

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Il 4 luglio 1976 veniva promulgata la Dichiarazione universale dei diritti dei popoli (Carta di Algeri).  Con quest’atto solenne, significativamente compiuto nella capitale di una nazione che da pochi anni aveva coronato il suo sogno di indipendenza dal colonialismo europeo, si dava forma normativa a quei principi che ponevano al centro del diritto internazionale un nuovo soggetto: i popoli.

La Dichiarazione non nasceva come il frutto di una asettica elaborazione dottrinaria di alcuni giuristi, ma tendeva a formalizzare ed a rappresentare anche sul piano del diritto le aspirazioni politiche, sociali, culturali che gli attori del cambiamento avevano indicato con le lotte che stavano portando avanti: dai movimenti di liberazione nazionale africani ed asiatici, alle opposizioni contro le feroci dittature militari in America latina, sino alle forze progressiste dei paesi occidentali.

Erano le aspirazioni ed i progetti di liberazione dei popoli che rendevano possibile a quei maestri del diritto internazionale di sanzionare, attraverso la “Carta”, la legittimità dei sacrifici compiuti: il diritto di autodeterminare il proprio futuro, il riconoscimento della loro irriducibile identità.

Venti anni sono il tempo di una generazione, ma nella storia del mondo questo periodo ha rappresentato uno snodo epocale, la chiusura di un periodo storico iniziato circa duecento anni fa, e l’apertura su un futuro di cui riusciamo a distinguere tumultuosi sommovimenti, ma a stento scorgiamo possibili e duraturi assestamenti.

Ciò su cui vorremmo interrogarci in occasione del prossimo Convegno di Missione Oggi è se, proprio sulla base dell’esperienza storica concreta, la Carta di Algeri può ancora rappresentare programmaticamente, le linee di sviluppo a cui dovrebbe tendere la comunità internazionale, e se alcuni concetti cardine, come per l’appunto “autodeterminazione”, “diritti delle minoranze”, “sovranità”, “secessione” devono essere ulteriormente articolati, tematizzati, precisati, o anche riconsiderati.

Tanto più è urgente questa riflessione, in quanto assistiamo da un lato ad un perverso meccanismo che ripone esclusivamente il riconoscimento dell’identità di un popolo, di un’etnia ecc. nella affermazione di nuove statualità come le uniche forme possibili attraverso cui la comunità si afferma come soggetto di diritto.

Concetti come “autodeterminazione”, “diritto alla secessione”, riproposti nel contesto del nuovo sistema  geopolitico internazionale, possono evocare in modo subdolamente suggestivo le autentiche ragioni dei popoli che si liberavano dal colonialismo, anche se nei fatti assumono oggi inequivocabilmente un significato del tutto diverso, ed alle volte antitetico ai presupposti da cui erano partiti gli estensori della Dichiarazione.

Dall’altro invece non possiamo non osservare come, nel tempo della globalizzazione, lo Stato nazionale venga progressivamente indebolito proprio in quella sua “sovranità” che si vorrebbe affermata con l’atto di indipendenza; sia espropriato di poteri deliberativi e di controllo, riducendo in alcuni casi la stessa democrazia politica ad una vuota affermazione retorica, per nascondere invece nuove più sostanziali dipendenze, poteri autoritari, la negazione sostanziale di quei diritti per i quali ci si era dati bandiere e confini. Ancora una volta i popoli diventano vittime sacrificali di ambizioni personali più che di progetti politici, soggetti a nuove classi dirigenti e a gruppi di potere, la cui legittimità deriva direttamente dal ruolo che sanno svolgere a sostegno del sistema del capitalismo reale.

Qui sta la forza ancora intatta della Carta di Algeri: la sua scommessa sui popoli e sulle minoranze è attuale, perché l’affermazione delle identità particolari diventa la condizione non dell’autosufficienza ma di una nuova, più matura ed ambiziosa convivenza.

Se il neoliberalismo trasforma le sovranità delle comunità storiche in microsovranità virtuali, strappando là dove dovrebbe ricucire, dividendo dove dovrebbe unire, sbilanciando dove dovrebbe compensare, omologando dove dovrebbe far esprimere le differenze, semplificando là dove dovrebbe far agire la complessità, è perché non sa far altro che avvilire, schiacciare, ridurre a “cosa” le singole soggettività, riconoscendo l’individuo solo nell’atto di consumare merci, alienandolo così dalla incessante ricerca a realizzarsi nella sua più autentica dimensione umana. 

Bisogna ripartire nominando queste due polarità che virtuosamente non possono non incontrarsi e crescere insieme: il diritto di disporre di sé come persona ed i diritti riconosciuti ed esercitati dal sé comunitario (il popolo), l’identità individuale e quella collettiva.

La scommessa sulla nuova convivenza forse ricomincia da qui.



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