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IL CONCILIO IN BANGLADESH / QUALE RECEZIONE?

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Il punto di partenza per riflettere sulla recezione del Vaticano II in Bangladesh potrebbe essere la domanda parafrasata di Paolo VI: “Chiesa del Bangladesh, che cosa dici di te stessa?”.

A questa domanda dovrebbero rispondere in primo luogo i vescovi, i preti, i laici, i religiosi e le religiose, rappresentanti dei 350mila cattolici in un paese di 160 milioni di abitanti, in gran parte musulmani, con piccole frazioni di indù e buddhisti.

Sette diocesi, i cui vescovi sono tutti bangladeshi, 202 preti, un migliaio di suore, quasi 300 missionari stranieri. Un “piccolo gregge”, che cerca di essere significativo, tra le 43 diverse denominazioni cristiane, che costituiscono un’ulteriore sfida alla testimonianza del Vangelo. In 400 anni di storia, la comunità cristiana bangladeshi non ha ancora espresso un santo o un martire, a differenza di altre Chiese dell’Asia.

UN PO’ DI STORIA

La comunità cristiana del Bangladesh deve fare i conti con una storia che ne rende problematica l’identità e quindi ogni sforzo di inculturazione. In essa, infatti, coesistono tre realtà culturali, raffigurate anche dai quattro vescovi che parteciparono al Vaticano II:

  • l’americano Leo Graner, arcivescovo di Dhaka, con il suo ausiliare, primo vescovo bengalese, Theotonius Ganguli, che rappresentavano il nucleo dei “vecchi cristiani di Dhaka”, frutto dell’evangelizzazione del padroado portoghese (Diang 1600, Nagori 1663, Toomilia 1736);
  • Giuseppe Obert, vescovo di Dinajpur, che rappresentava i cristiani tribali a nord del fiume Gange, evangelizzati dai missionari del Pime (1922), i tribali Garo, evangelizzati dai missionari dell’Holy Cross (Ranikong 1912) e quelli del Bandorbon (1952);
  • Dante Battaglierin, vescovo saveriano di Khulna, che rappresentava i fuoricasta-rishi, evangelizzati dai gesuiti (1918), dai salesiani (Shimulia 1859) e dai saveriani (dal 1952).

L’allora Pakistan Orientale guardava ancora molto all’India, da cui si era diviso nel 1947, e dipendeva per la lingua bengalese dalla “Bibbia battista” di William Carey (1795). Ora ci sono ben due traduzioni in bengalese: la “Mongolbarta”, del gesuita belga Christian Mignon, e la “Jubilee Bible”, del saveriano Carlo Rubini (diventato poi benedettino).

PARTECIPAZIONE AL CONCILIO

  Per i quattro vescovi, il Concilio fu una benefica immersione nella cattolicità che permise loro di superare lo schema missionario della plantatio ecclesiae. Le diocesi furono contagiate da questa esperienza attraverso la loro predicazione e l’invito alla preghiera. Mons. Battaglierin, nel maggio 1961, aveva indetto a Khulna un sinodo diocesano per orientarne la vita liturgica, la predicazione, la catechesi, l’attività educativa, l’economia e la famiglia.

Purtroppo questo sinodo è rimasto un unicum nella storia del Bangladesh. Mons. Graner non partecipò alla seconda sessione del Concilio, perché il governo gli aveva revocato il visto come “persona non grata”, in seguito alla sua presa di posizione contro l’oppressione musulmana che aveva costretto la popolazione Garo a riparare in India. Il settimanale cattolico Pratibeshi, comunque, informò puntualmente sui cambiamenti in atto nella Chiesa durante il Concilio. Mons. Ganguli giocò un ruolo determinante nella traduzione in bengalese dei testi liturgici, in seguito adottati anche dall’India (di lingua bengalese).

Dal 1968 si cominciò a pubblicare, con difficoltà, in forma di libretti alcuni documenti conciliari. Per iniziativa dell’Oriental Institute di Barisal, diretto da padri dell’Holy Cross canadesi, venne accresciuto il repertorio di canti e preghiere in lingua locale. Anche il Centro catechetico di Jessore, diretto dai saveriani, cominciò ad offrire il suo contributo con corsi di aggiornamento per catechisti e operatori pastorali nei settori della Bibbia, della liturgia e della catechesi. Nel frattempo, a livello nazionale, vennero costituite le Commissioni liturgica, biblica, catechetica e di dialogo interreligioso.

La partecipazione dei laici venne incoraggiata in tutti i settori delle attività pastorali.

GUERRA D’INDIPENDENZA E IMPULSI CONCILIARI

La guerra d’indipendenza, del 1971, scosse la comunità cristiana, facendole prendere coscienza di essere parte integrante del paese. Molti cristiani bengalesi e tribali divennero Freedom Fighters. L’uccisione del saveriano p. Mario Veronesi, dell’americano p. Evens e del tribale p. Lucas Marandi divennero il simbolo di una Chiesa che condivideva la sorte di un popolo oppresso.

La missione assunse ancor più lo stile dell’incarnazione. Ora si trattava anche della richiesta di libertà politica ed economica.

Durante la ricostruzione la Chiesa si coinvolse direttamente. Lo stile di carità di Madre Teresa di Calcutta divenne per la Chiesa uno stimolo concreto a vivere la parabola del buon samaritano, senza nascondere la propria fede in Cristo. La Chiesa ottenne rispetto, fiducia e riconoscimento della propria integrazione nella vita del paese. Non mancò certo lo stordimento da protagonismo della carità, con il rischio di trasformarsi in un’efficiente Ong.

Negli anni ‘80 il teologo indiano Duraisamy S. Amalorpavadass aiutò ad orientare l’attenzione sulla coscienza di Chiesa locale, sull’inculturazione e su nuove priorità pastorali. Prese forma il primo Piano pastorale (1985), che adottò il metodo dell’analisi dei segni dei tempi per scoprire gli aspetti positivi e negativi della società e della vita ecclesiale bengalese. Il Piano venne presentato a Giovanni Paolo II in visita in Bangladesh. Il papa, sull’onda dell’incontro di Assisi, incoraggiò il dialogo interreligioso e lo spirito di servizio (19 novembre 1986).

La Chiesa si collocava così sempre più sulla linea del triplice dialogo della Federazione delle conferenze episcopali dell’Asia (Fabc): con le religioni, le culture e i poveri. Sotto la spinta del vescovo di Chittagong, Joachim Rosario, il tema della Chiesa locale divenne un elemento catalizzatore. Egli lamentava che la Chiesa del Bangladesh non avesse ancora una sua storia completa scritta, quale punto di riferimento per valutare gli influssi ricevuti dai missionari, come pure dai propri preti, religiosi e laici.

IL CONCILIO TRADOTTO E RECEPITO CON FATICA

Nel 1990 si poterono avere tutti i documenti conciliari tradotti in bengalese. Questo evento sviluppò molte iniziative per fare conoscere il Concilio nei centri pastorali, nelle parrocchie, nelle comunità religiose ecc. Il vescovo filippino Julius Xavier Labaion, invitato in Bangladesh, portò la sua esperienza di Chiesa dei poveri e di comunità ecclesiali di base. Mons. Piero Rossano offrì le linee guida del dialogo interreligioso.

Si moltiplicarono nel paese corsi di aggiornamento a tutti i livelli. La partecipazione di vescovi, preti, suore e laici ad assemblee, sinodi e corsi di studio all’estero sembrava promettere creatività nella recezione del Concilio. Ma la scelta di non pochi missionari stranieri, impegnati in progetti di sviluppo, di spazi autonomi di azione, finì con il lasciare troppo sola la Chiesa locale nella recezione del Concilio. Da parte sua, la Chiesa locale dimostrò un maggiore impegno nella riforma liturgica e nell’approccio alla Parola di Dio.

Ma il suo stile troppo amministrativo non rende ancora giustizia all’ispirazione profetica del Vaticano II, che ha invocato una Chiesa povera e dei poveri.

SEGNI DI CORAGGIO “CONCILIARE”

Vorrei concludere indicando due segni laterali di coraggio “conciliare” in Bangladesh.

Anzitutto, l’attività educativa, con la fondazione dell’University of Notre Dame da parte dell’Holy Cross. L’Università dovrebbe offrire un contributo specifico di formazione della persona nella ricerca delle grandi ragioni del vivere, come pure di nuovi stili di vita, per uno sviluppo integrale della medesima, a servizio di tutti i bengalesi in uno spirito di fraternità universale.

In secondo luogo, l’attività della Caritas, senz’altro una bandiera della Chiesa cattolica bengalese molto rispettata. Essa si sta impegnando a far conoscere la dottrina sociale della Chiesa. Ma dovrà dimostrare coraggio “conciliare” soprattutto attraversando la “porta stretta” del volontariato.

Le persone stipendiate possono fare molto bene, ma il bene che va più in profondità è quello originato dalla carità, nel senso della gratuità.

Si tratta della “Chiesa in uscita” di cui parla papa Francesco. Anche la minoritaria Chiesa cattolica del Bangladesh è chiamata ad uscire da se stessa, se vuole davvero recepire la novità del Vaticano II. Il Concilio è ancora davanti a noi!


Silvano Garello - silgarello@dhaka.net



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