I saveriani oggi in Italia: Quale missione?
Nello scorso mese di marzo, Paolo Boschini è stato invitato a partecipare a una sessione di studio in preparazione al Capitolo regionale dei saveriani in Italia, che si è celebrato a S. Pietro in Vincoli (Ra) dal 14 al 24 maggio 2012. “Non sono un esperto di missiologia, tanto meno di questioni saveriane”, ha affermato in quell’occasione l’autore, “ma solo un amico di famiglia, che ha imparato ad amare le periferie del mondo soprattutto grazie ad alcuni amici saveriani”. Le pagine seguenti ripropongono in forma di articolo il contributo offerto da Boschini ai saveriani. “Provo a restituire in forma di riflessione il bene che ho ricevuto”, ha dichiarato ancora l’autore. Insomma, come un prete, parroco, amico, filosofo e antropologo, vede i saveriani oggi in Italia?
IL PROBLEMA
I saveriani sono una famiglia missionaria a spiccata vocazione estera. Il loro fondatore san Conforti ne esprimeva il carisma indicando tre “ad” (per): ad gentes (per i popoli non cristiani) – ad extra (per l’estero) – ad vitam (per tutta la vita). Leggendo i testi ufficiali prodotti nell’ultimo decennio dalla famiglia saveriana si nota un certo disagio, che si esprime in affermazioni del tipo: “stanno diminuendo le aree tipicamente missionarie”. C’è la preoccupazione di un indebolimento del carisma, che fatica a trovare nuovi terreni in cui seminare il Vangelo. Che cosa vuol dire quel “tipicamente”? Non si può pensare la missione come 50-60 anni fa: il mondo e la Chiesa sono profondamente cambiati.
La mia tesi è: per i saveriani, l’Italia non è più solo una terra da cui partire verso la missione, ma una terra essa stessa luogo di missione.
Lo dicono le trasformazioni sociali e culturali del nostro paese: l’ingente presenza di migranti; la scristianizzazione dell’ethos italiano; la pluralizzazione crescente della nostra cultura. Lo richiedono anche i cambiamenti interni alla famiglia saveriana: la crescita numerica dei membri non italiani; i missionari anziani costretti a rientrare per motivi di salute. Bisogna ripensare l’attuazione del carisma saveriano nel nostro paese: i saveriani in Italia non possono più accontentarsi di fare animazione/formazione missionaria.
3 “AD” + 1 “IN” = SAVERIANI IN ITALIA
Si può dire che l’Italia è per i saveriani una terra di missione ad intra? Se con ad intra si intende una missione di serie B, credo di no. “Proclamare il Regno là dove non è ancora riconosciuto” esige anche di “proclamare il Regno là dove non è più riconosciuto”. La questione decisiva del carisma saveriano è: proclamare il Regno di Dio; e farlo con una predicazione che congiunge inseparabilmente annuncio e gesto, inculturazione del Vangelo e impegno per l’uomo e per la giustizia. A ben vedere, non è una questione che riguarda solo i saveriani in Italia e in Europa. Serve subito un rinnovato slancio missionario anche in molte regioni dell’America latina (Brasile, Messico, ecc.). Di qui a pochi anni prevedo che ce ne sarà bisogno anche in alcune regioni africane, dove un certo sviluppo economico potrebbe far indebolire nelle grandi città il cristianesimo testimoniale e carismatico di oggi.
LABORATORIO DI CHIESA EVANGELIZZATRICE
Quando Maria si fece ospite di Elisabetta (Lc 1,39-56), la casa di Ain Karim si trasformò nel primo “laboratorio” di Chiesa missionaria: l’accoglienza vicendevole, lo stare con facendosi piccoli, il servizio nella gratuità, la lode al Dio dei poveri sono i punti cardinali della missione.
In tutto il mondo i saveriani hanno dato vita a comunità che sono veri e propri laboratori di testimonianza evangelica. Perché non farlo anche in Italia?
Forse perché anch’essi sono rimasti vittima del pregiudizio etnocentrico, secondo cui solo gli italiani possono capire l’Italia? Serve un po’ più di coraggio per avviare o incrementare alcune “esperienze pilota” basate sul principio di interscambio, così da valorizzare il più possibile la presenza di studenti (seminaristi) e di missionari (padri e fratelli) provenienti dall’estero. Insieme agli italiani rientrati dalla missione, essi sono chiamati anche a offrire un contributo qualificato ed esperto alle nostre diocesi, talvolta “stanche e sfinite”, soprattutto in tre settori pastorali sempre più nevralgici: missionarietà e stili di vita; Caritas e Migrantes; dialogo ecumenico e interreligioso. Non per farla da maestri, ma perché anche nella progettualità pastorale delle Chiese locali si dia la priorità a quella ”umanità delle persone”, che i saveriani hanno imparato, amato e servito in missione.
L’OSPITALITÀ SAVERIANA NELL’ITALIA MULTIETNICA
Essere saveriano significa vivere la vocazione missionaria con una connotazione ben precisa. Richiede di farsi pellegrini, come Abramo, accogliendo con gioia e riconoscenza l’ospitalità gratuitamente offerta da una terra che non è la propria. L’essere ad extra non è una mera indicazione geografica, ma sta a significare l’identità e lo stile di vita di una famiglia, i cui membri sono pronti a radicarsi ovunque lo Spirito li manderà per annunciare il Vangelo. Come i primi discepoli inviati dal “Figlio dell’Uomo che non ha dove posare il capo” (Mt 8,20), i saveriani non confidano nelle loro risorse economiche e strutture organizzative, ma cercano accoglienza e si radicano dove incontrano “un figlio della pace” (Lc 10,6).
Ricevere gratuitamente tanta ospitalità nel mondo li impegna a donarne altrettanta e con la stessa gratuità qui in Italia (Mt 10,8), dove essi vivono spesso in grandi case semivuote, eredità di un passato di abbondanza vocazionale. Come Abramo alle querce di Mamre (Gen 18,1-3), i saveriani in Italia ricevono la visita di Dio nella persona dei migranti e dei senza diritti, che pellegrinano da un capo all’altro del paese alla ricerca di lavoro e dignità. Come Abramo padre nostro, ma anche di ebrei e musulmani, hanno l’occasione di uscire dalla nostalgia della missione lontana e di combattere la noia della vecchiaia diventando generosi nell’ospitare, intelligenti nel costruire e animare progetti di accoglienza, che poi – in perfetto stile saveriano – consegneranno a altri perché li portino alla pienezza.
La missione dei saveriani in Italia consiste nel creare luoghi relazionali: non semplicemente per rispondere al bisogno (fame, freddo, ecc.), ma per riattivare in sé e negli altri quelle capacità relazionali che sono distintive degli umani e che tanta parte hanno avuto nella genesi del carisma saveriano dalla personalità del Conforti.
ANIMATORI DI FRATERNITÀ TRA CHIESE E CULTURE
Rispondere alla vocazione missionaria anche entro i confini geografici dell’Italia o dell’Europa non risponde all’esigenza di mantenersi in allenamento, mentre si è lontani dalle terre “tipicamente missionarie”. Non c’è distinzione tra missione e animazione missionaria: in Italia – come in ogni altro paese del pianeta – non si può fare l’una, se non si fa anche l’altra. L’icona della missionarietà della Chiesa è la dinamica dell’incarnazione del Verbo: come il nostro Signore, noi cristiani siamo chiamati a piantare la tenda, per essere dentro la storia, dentro la gente, dentro il cuore dei poveri (Gv 1,14).
La missione non è esodo verso un altrove, ma è “immergersi nella cultura e nella realtà” di un popolo, sentito come il proprio.
Anche chi vive la missione ad extra è comunque chiamato a compiere un movimento ad intra. Questa sistole e diastole dell’azione missionaria è la condizione perché si possa “fare del mondo una sola famiglia”. L’animazione missionaria non consiste nell’andare in giro a raccontare esperienze missionarie, alimentando il mito ecclesiale secondo cui l’unica Chiesa dei poveri è quella d’oltremare. Animazione missionaria è suscitare fraternità tra Chiese e interscambio tra culture. I saveriani in Italia hanno una grande opportunità (e forse non sanno di averla): condividere la cultura e la vita della nostra gente (di cui fanno parte a pieno titolo anche i migranti) ha il potere di generare vocazioni missionarie, perché rigenera nella Chiesa italiana la capacità di fondere gli orizzonti della fede con quelli dell’umanità.
Non si tratta di compiere complicate acrobazie pastorali, ma di ricominciare dal Conforti: uomo e cristiano nella sua terra e con uno sguardo universale, il quale proprio per questo suo sentire locale-universale è padre e maestro nel suscitare e coltivare la spiritualità della testimonianza. Non si può pensare che questo sforzo di animazione missionaria vada a tappare dei buchi e a sollevare le diocesi italiane dalla fatica di vivere la loro missionarietà a 360°.
Come l’ad extra, anche l’ad intra dei saveriani deve essere vissuto con lo spirito dell’ad interim: nel solco di una presenza “provvisoria e temporanea”, che è a servizio della maturazione di uno stile missionario autonomo nella Chiesa locale.
Nell’areopago dell’Italia plurale
Una famiglia missionaria si deve chiedere anzitutto quale evangelizzazione è possibile nella società e nella cultura presso cui vive. L’Italia di oggi è una società frammentata, delusa e indignata. La crisi della politica, più ancora che quella dell’economia, rischia di generare una cultura della rassegnazione, pericolosamente disponibile a derive populiste e discriminatorie. Come Paolo a Atene (At 17,19-23), i saveriani in Italia sono invitati a salire sull’Areopago, per rendere ragione pubblicamente delle “cose strane” che essi annunciano.
L’Areopago non era un salotto per opinionisti. Nella tradizione ateniese era il luogo della mediazione penale, in cui venivano giudicati i reati di sangue. Racconta Eschilo che lì Atena e Apollo avevano convocato in giudizio Oreste, reo di avere ucciso la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone, ammazzato da lei e dal suo amante Egisto. In quella sede, la dea Atena convinse le Erinni (i sensi di colpa, la rabbia, il risentimento) a trasformarsi in Eumenidi (sentimenti di benevolenza e di riconciliazione).
Le “cose strane” che i saveriani sono chiamati a annunciare in Italia sono le stesse che stanno annunciando in tutto il mondo, specialmente in Africa: la forza del Vangelo crea legami nuovi; riconcilia la Chiesa, le culture, le società; il Signore Gesù è la nostra giustizia, perché crea spazi condivisi di umanità e di senso, anche nel dolore e nella violenza subita da tanti esseri umani appesi alla croce. Ciò comporta un impegno ancora più forte per la riqualificazione dei luoghi saveriani in Italia: non case-pensionato, ma case ospitali aperte agli impoveriti; centri di propulsione di una giustizia che, come insegna il Vangelo e l’esperienza missionaria saveriana, parta dal basso e trasformi gli esclusi in protagonisti consapevoli di un cammino di dignità e di liberazione. (p.b.)
Il primo annuncio in Italia secondo il carisma saveriano
Se dovessi individuare un saveriano ante litteram nella Chiesa primitiva, non avrei dubbi: il diacono missionario Filippo, sulla via di Gaza (At 8,26-39). Trasferita nella topografia dell’Italia odierna, quella strada polverosa e assolata sta a indicare i luoghi di base dell’agire pubblico. Come Filippo, i saveriani in Italia sono spinti dallo Spirito a farsi presenti nei movimenti sani della nostra società civile: cittadinanza, giustizia e legalità; custodia del territorio e delle risorse; nuovi stili di vita; ospitalità e integrazione dei migranti. Lì si incontrano uomini e donne che leggono il Vangelo, ma non lo capiscono, spesso confusi dallo stile così poco evangelico della Chiesa gerarchica, che essi incontrano nel loro territorio e attraverso i mass-media.
Come Filippo, i saveriani sanno stare di fianco, ma non si considerano insostituibili: non c’è bisogno di arrivare fino in Etiopia, ma solo di fare quel poco di strada insieme perché il cuore del funzionario di Candace si apra al Vangelo. I saveriani non ragionano per obiettivi, ma per relazioni. Anche in Italia si faranno prossimo di chi cerca Cristo ed è affascinato dalle sue parole pur senza comprenderle. Il loro unico intento sarà quello di valorizzare le capacità di queste persone e di testimoniare così l’Abbà, che ama ogni essere umano mettendosi dalla sua parte.
In un paese indebolito e corroso dall’ideologia individualista, i saveriani diventano un piccolo ma graffiante segno della dimensione cooperativa della ricerca di verità e dell’azione sociale secondo giustizia. (p.b.)







