I SAVERIANI NELLA MISSIONE LIQUIDA
Nello scorso decennio, i vescovi italiani avevano invitato a far proprio nella pastorale lo stile dell’annuncio ad gentes (ai non cristiani), vista la situazione di scristianizzazione e il contatto diretto con fedeli di altre religioni: “La missione ad gentes non è soltanto il punto conclusivo dell’impegno pastorale, ma il suo costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza” (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia 32). Riprendendo il Documento di Aparecida, della V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, papa Francesco ha applicato tale stile alla Chiesa universale, intendendo l’andare missionario non come un’attivita fra altre, ma l’anima e il senso di ogni azione pastorale: “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa” (Evangelii gaudium 27). Questa riscoperta della missione come modello di tutta l’azione pastorale è stata recentemente – di nuovo – associata dal vescovo di Roma alla Chiesa italiana, riunita in Convegno a Firenze (10 novembre 2015).
Interpellati dalle parole e dai gesti di Francesco, ci chiediamo – anche come Saveriani in Italia, convocati in Capitolo dal 16 al 29 maggio 2016 – se la “scelta missionaria” della Chiesa non rischi di dissolvere la specificità del nostro carisma, inteso come attività particolare ad gentes, ad extra e ad vitam: tutta la vita per la missione, fuori del nostro ambiente, cultura e Chiesa d’origine, offrendo sempre il meglio di noi stessi a popolazioni e gruppi non cristiani, escludendo positivamente qualsiasi altro scopo per quanto nobile e santo. Come mantenere oggi in Italia lo spirito nativo dell’istituto – fondato nel 1895 da mons. Conforti – e promuovere una convinta e convincente animazione vocazionale missionaria? Quali nodi teologici e pastorali si profilano per un istituto che, sorto in un paese di antica cristianita, non riesce più a sostenere economicamente e con il dono di missionari le attività tradizionalmente avviate nel Sud del mondo? Come ripensare la missione, che diventa sempre piu “liquida”, senza confini tra attività pastorale e ad gentes?
Il disagio che traspare da queste domande non tocca solo gli istituti missionari, ma anche le Chiese locali alle prese col la loro trasformazione missionaria. Se è vero che oggi, per vivere il servizio del Vangelo ad gentes, non è piu necessario uscire dal proprio paese, tuttavia i Saveriani hanno assunto questa caratteristica come articulus stantis et cadentis della loro identità nella Chiesa, consapevoli che l’uscita geografica non è fine a se stessa, ma orientata alla promozione della causa missionaria. Le ragioni più profonde dell’uscita dal proprio ambiente non sono legate alla maggior urgenza e gravità del bisogno altrove. L’ad extra può essere vissuto anche qui, ma ci vuole qualcuno che lo viva fuori per dire tutta l’urgenza e l’universalità del Vangelo.
Se i Saveriani – e gli altri istituti missionari – stanno soffrendo in Italia una grave crisi di vocazioni, non è forse perché non sono più così convinti dell’universalità del Vangelo? Se dovessimo guardare solo all’urgenza dei bisogni, ne troveremmo vicino a noi tanti e tanto gravi da rendere in pratica sempre ingiustificabile l’uscita. L’apostolo Paolo è andato “verso i pagani” non perché non ci fosse più nulla da fare “tra i circoncisi”, ma perché a lui era stato affidato il servizio del Vangelo ad gentes. Non è forse questa dinamica neotestamentaria che gli istituti missionari dovrebbero riscoprire per rispondere alla loro crisi e sognare vie nuove, come Paolo, perché il Vangelo “corra e si espanda”, in Italia e fuori?







