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GIUSTIZIA RIPARATIVA / IL CASO DELLE VITTIME DI COVID-19

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C’è una parola, che meglio di altre in questa fase, fotografa lo stato d’animo delle vittime di Covid-19 nella Bergamasca: rimozione. La paura della rimozione. Aggrappati alle notizie di cronaca – che anche in piena estate ributtano al centro del dibattito politico le pesanti responsabilità locali e nazionali sulla mancata zona rossa in Val Seriana – i parenti delle vittime bergamasche uccise in questi mesi dal Covid-19 vanno avanti spediti per la propria strada e a settembre depositeranno alla Procura di Bergamo altri 150 esposti contro ignoti. 

UNA BATTAGLIA DI CIVILTÀ

Due le ipotesi di reato al vaglio degli inquirenti: omicidio colposo ed epidemia colposa. Sessantamila le persone che hanno già aderito al gruppo nato su Facebook “Noi Denunceremo. Verità e Giustizia per le vittime di Covid-19”. Il 28 aprile il gruppo si è costituito a Bergamo in un comitato apartitico, senza scopo di lucro e con durata illimitata nel tempo. Il suo fondatore, Luca Fusco, è un uomo di destra. La capofila del team legale, l’avvocata Consuelo Locati, si definisce di sinistra. Idee politiche divergenti, antitetiche, come quelle di tanti altri aderenti al comitato; a tenerli uniti, però, quella che definiscono una “battaglia di civiltà”. Tutti hanno perso un famigliare a causa del Covid. E non per una fatalità. Le loro storie sono un’infinita galleria degli orrori, che chiama in causa la politica regionale e governativa, il ruolo della scienza, direttive sanitarie contrastanti dell’Oms e del Ministero della Salute e soprattutto l’impreparazione di un intero sistema paese, che ha salvato il salvabile, lasciando in balìa di se stessi migliaia di cittadini, che si sono trovati a improvvisarsi medici dei propri cari, morti in casa soffocati, o arrivati in ospedale troppo tardi per essere salvati, oppure stipati nelle tante Rsa trasformate in lazzaretti. Un’intera comunità che ha subìto gli effetti di una lunga catena di negligenze e di errori commessi da una classe dirigente che ancora adesso fatica a farsi un vero esame di coscienza. C’è un punto fermo di questa battaglia del comitato dei parenti delle vittime del Covid-19: non cercano risarcimenti dallo Stato, non vogliono vendetta, vogliono “solo” ristabilire la verità dei fatti. Che tutti i lombardi e gli italiani sappiano che cosa è accaduto davvero nella loro città, a Bergamo, in Val Seriana, nell’epicentro di questo contagio isolato tardi e male e la cui caotica gestione è oggi al centro di infuocate polemiche politiche e di una delicata indagine giudiziaria. Tutta la stampa internazionale li corteggia, l’iniziativa del comitato “Noi Denunceremo” ha travalicato i confini nazionali e oggi viene presentata come un modello per le vittime di altri paesi colpiti altrettanto duramente dall’epidemia. Quella che si percepisce ascoltandoli è una forte richiesta di cambiamento, un vero e proprio cambio di rotta di un sistema sanitario e politico che ha fallito sulla pelle dei cittadini. 

PER CONOSCERE LA VERITÀ 

“Il comitato chiede di individuare le responsabilità di chi non ha dichiarato la zona rossa, non ha chiuso l’ospedale di Alzano e ha invece approvato quella maledetta delibera della Regione Lombardia del 23 marzo, che impediva ai medici di base di visitare a domicilio i pazienti di Covid-19 – spiega l’avvocata Consuelo Locati – a causa di quel provvedimento, molti pazienti sono arrivati in ospedale in condizioni ormai disperate. Senza più ossigeno nei polmoni. Ma la questione è a monte: la Regione Lombardia ha puntato molto sulla medicina di cura e non sulla prevenzione. Non c’è stato alcun coordinamento tra sanità territoriale e medici di base. Non solo. Si sono messi gli interessi di pochi davanti a quelli di molti. Il profitto davanti alla salute. Fare luce su quello che è avvenuto davvero in quelle settimane qui in Lombardia, in Val Seriana, fare giustizia significa permettere a chi ha sofferto per la scomparsa dei propri cari di mettere un punto e a capo e di provare a vivere una nuova vita, ma soprattutto di elaborare il lutto”.

“A noi non interessa mandare le persone in galera – mi racconta il presidente del comitato, Luca Fusco – vogliamo conoscere la verità e vogliamo che chi ha sbagliato venga sollevato dal proprio incarico. Individuare gli errori, risalire alle responsabilità è l’unico modo per cacciare queste persone e sostituirle con amministratori capaci, competenti. Il sistema sanitario lombardo, tutto il sistema nel suo complesso, ha evidenziato delle storture, delle falle e va revisionato. La nostra è una battaglia di civiltà, che andrà a vantaggio di tutta la collettività, non del singolo. Nessuno di noi chiede giustizia per se stesso. I miei concittadini e tutti gli abitanti della Lombardia pretendono e meritano persone in grado di tutelare la loro salute”.

RIPARARE PER SANARE

È così che il conflitto diventa motore di un’azione principalmente riparatrice per sanare quella che oggi appare, senza dubbio, una ferita pubblica. I criteri della giustizia privata vengono travalicati per confluire in un’operazione verità a vantaggio del bene comune. Perché non ci può essere una seconda volta. Una seconda strage silenziosa. Dimenticare i morti di Bergamo, non fare luce su quanto accaduto a partire dal focolaio mai isolato di Alzano Lombardo, in Val Seriana, non intavolare un dibattito serio che riformi profondamente gli equilibri del sistema sanitario lombardo, deficitario sul piano della medicina territoriale, rivedendo la famosa legge n. 23 del 2015 (meglio conosciuta come “riforma Maroni”), significherebbe dimenticare quel senso profondo di appartenenza a una società che non dovrebbe mai lasciare indietro i più fragili, i più esposti. Non aver protetto la Val Seriana, ha lasciato senza protezione l’Italia intera. 

RICORDARE PER NON RIPETERE

“Ricordare significa riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere”. Questo il passaggio più intenso pronunciato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, poco prima della Messa da Requiem di Donizetti davanti al Cimitero Monumentale di Bergamo il 28 giugno, durante la commemorazione delle vittime del Covid. 

A Bergamo, l’urgenza di una riflessione collettiva sugli “errori da evitare di ripetere” passa anche dalle aule dei tribunali. I primi 150 esposti contro ignoti depositati in Procura dai parenti delle vittime sono tenuti insieme da una dettagliata ricostruzione – identica per ogni singolo esposto – di tutti i passaggi istituzionali e del contesto sanitario nazionale e mondiale che ha preceduto lo scoppio della pandemia in Nord Italia e determinato un numero così alto di vittime: più di seimila in due mesi solo nella provincia di Bergamo. In ogni esposto, dopo le testimonianze dei famigliari sul calvario dei propri cari, si legge l’elenco di quelle che – secondo i parenti delle vittime – sono considerate le inefficienze, gli errori, le omissioni e forse le complicità, che portano la firma di diversi attori. Le responsabilità penali dovranno essere accertate dalla magistratura, questo è chiaro, ma la crudeltà dei fatti, le responsabilità morali della politica, sono tutte racchiuse nelle storie agghiaccianti di questi sopravvissuti, che oggi diventano memoria collettiva. A Bergamo, come in altre città della Lombardia, moltissimi cittadini si sono trovati da soli in casa a dover fare diagnosi per telefono, a dover cercare disperatamente – senza trovarle – delle bombole di ossigeno, a dover comunicare parametri vitali misurabili con strumenti diagnostici introvabili, come ad esempio i saturimetri. 

VERITÀ E GIUSTIZIA PER UNA RICONCILIAZIONE NECESSARIA

Quello messo a punto dal team legale del comitato bergamasco è una sorta di J’accuse al “sistema”, senza nomi e cognomi dei responsabili, ma crudo e circostanziato: “È evidente, è incontestabile, è un obbligo morale e giuridico stabilire quali responsabilità vi siano state in una gestione della pandemia che ha provocato una strage, che ha provocato migliaia di morti che reclamano verità e giustizia e prima ancora chiarezza, perché da questa mala gestio tutto è derivato, da questa mala gestio sanitaria ed amministrativa centrale sono derivati i collassi degli ospedali, la carenza di posti letto, le morti nelle case proprio perché non vi era possibilità di ricovero, sono derivate le morti dei medici di base che sono stati lasciati senza dispositivi di sicurezza, abbandonati a se stessi senza alcun supporto dalle Ats (Agenzie di tutela della salute) con cui è mancato il collegamento e la collaborazione”. Per tutto questo diventa fondamentale ripristinare la verità dei fatti, in tutte le sedi competenti. E allo stesso tempo diventa prioritario ristabilire un dialogo tra la politica e la società civile, che mai come in questa fase, ha bisogno di sentirsi protetta e tutelata nei propri diritti costituzionalmente garantiti. 

L’individuazione degli errori e di eventuali colpe, l’ammissione degli sbagli, il saper semplicemente dire “ci dispiace, non è andato tutto bene” potrebbe essere già un primo passo verso una riconciliazione necessaria, al di là di qualunque esito giudiziario.



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