Giacomo Lercaro: Per una chiesa povera e dei poveri
Dopo un anno dedicato ai protagonisti “teologi”, la rubrica “Concilio e missione” ritorna ai “padri conciliari” (vescovi), che hanno avuto un ruolo significativo nel ripensare la missione della Chiesa, proprio nell’anno 50° dell’inizio del grande evento che l’ha segnata nelle sue differenti forme e modalità.
UNA NUOVA IDENTITÀ DELLA CHIESA
Nella prima sessione del Vaticano II (11 ottobre-8 dicembre 1962), i padri conciliari presero sempre più coscienza di essere un soggetto attivo e che toccava loro, obbedienti allo Spirito e al Vangelo, ripensare la Chiesa nel mondo contemporaneo. Il dibattito all’inizio del Concilio si concentrò così sullo schema De ecclesia [Sulla Chiesa]. A tal punto che si delineò la scelta di respingere il testo della Commissione preparatoria e di stilarne uno ex novo. Ebbene tale opzione si rivelò fondamentale anche per la trattazione del tema della missione ad gentes.
Uno dei protagonisti della novità ecclesiologica del Concilio fu il cardinale di Bologna, Giacomo Lercaro (1891-1976). Arcivescovo di Bologna dal 1952 al 1968, esperto liturgista e noto per aver scelto di condividere la sua casa con giovani lavoratori e studenti bisognosi, Lercaro, nonostante fosse impegnato al Concilio sul fronte della riforma liturgica, aiutato dal suo consulente don Giuseppe Dossetti – venuto a Roma a sostituirlo agli incontri del gruppo della “Chiesa dei poveri”, che si riuniva al Collegio Belga, animato da Paul Gauthier e presieduto dal card. Pierre Paul-Marie Gerlier –, il 6 dicembre 1962 decise di intervenire pronunciando un famoso discorso dove espose il problema dell’identità della Chiesa in una prospettiva inedita.
Pur invocando un principio unificatore e vivificante per il Concilio, che aveva individuato nella prospettiva ecclesiologica, indicava però nella concreta problematica della povertà che affliggeva la stragrande maggioranza dell’umanità il luogo teologico obbligante e la chiave di volta della ricomprensione e del rinnovamento della Chiesa; il motivo della sua modificazione sostanziale nel rendersi presente al mondo e la via dell’efficacia della sua missione ad gentes. Una lettura lungimirante modulata alla luce del regno di Dio – il cui avvento si caratterizza per il fatto che i poveri sono evangelizzati – e della prorompente affermazione di Giovanni XXIII:
“In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri” (Radiomessaggio, 11 settembre 1962).
LA POVERTÀ LUOGO TEOLOGICO
L’enunciato lercariano storicizza il problema della povertà, secondo una lucida e sapiente lettura di un fenomeno epocale, prendendo le distanze da una visione spiritualistica atemporale, e riconoscendolo, alla luce della rivelazione biblica, come un inequivocabile segno dei tempi che la Chiesa è chiamata a comprendere e ad assumere verso il compimento del regno di Dio. Asseriva infatti: “Rispetto a quest’ora dell’umanità e a questo grado di sviluppo della coscienza cristiana […] questa è l’ora dei poveri, dei milioni di poveri che sono su tutta la terra, questa è l’ora del mistero della Chiesa madre dei poveri” (G. Lercaro, Per la forza dello Spirito, EDB, Bologna 1984, p. 114).
Il discorso di Lercaro non si colloca però come una mera esortazione ad una nuova presenza sociale dei credenti nel mondo in virtù della conoscenza della miseria e dell’oppressione di intere popolazioni. Delinea invece una teologia della povertà. La povertà, come condivisione e liberazione dei poveri, ritorna ad essere un “luogo teologico”, rivelativo del Dio che Gesù di Nazaret ha reso visibile e “incarnato” nella vicenda storica degli uomini. Essa costituisce una dimensione essenziale e imprescindibile del mistero di Cristo che l’ha scelta come segno e modo preferenziale della sua missione. Gesù, perché così è piaciuto a Dio, inaugura il regno messianico evangelizzando i poveri, primi e diretti destinatari della storia della salvezza.
Conseguentemente Lercaro applica tale prospettiva all’intera fraternità dei discepoli di Cristo, tratteggiando così una visione ecclesiologica della povertà: su tale fondamento cristologico considera la povertà “forma”, modo di essere costitutivo del mistero della Chiesa. La ripresa del tema della povertà avrebbe aiutato la Chiesa a non perdere di vista la necessaria continuità con l’evento Gesù e a far sì che, fiduciosa nella guida dello Spirito del Risorto, la sua forma storica nel mondo, secondo le cangianti esigenze dei tempi, obbedisse alla kenosi e alla forma Christi.
IL DINAMISMO MISSIONARIO
Per Lercaro, la Chiesa è segnata da un intrinseco dinamismo missionario, a motivo del “suo essere per essenza non solo e non principalmente struttura, ma dinamis [forza])”, ha il dovere di “essere presente al mondo e in tutto il mondo” nel “modo del martyrion”, cioè con la testimonianza “pura e semplice del Vangelo e della coscienza evangelica in faccia a tutte le genti, ai loro principi e capi”, e della “diaconia, cioè [del] servizio di chi sa di dover sempre preferire di essere il più piccolo e il servo di tutti, di essere inviata soprattutto per i piccoli, gli umili, i poveri, per quelli ai quali si dà senza sperarne nulla (Lc 6,34-35), senza poterne ricavare un aumento di potere; presenza che è l’essere finalmente inviata a tutte le genti, senza che possa mai considerarsi stabilita e compiuta in una gente, in una razza, in una cultura, in una lingua” (Ibid., p. 193).
I POVERI “SACRAMENTO” DI CRISTO
La scelta di essere Chiesa povera e dei poveri nei discorsi lercariani al Concilio diviene, oltre che un motivo di fedeltà alla sequela Christi, anche un segno messianico per tutti gli uomini. Nei poveri evangelizzati si rende visibile a tutti, nonché credibile, il mistero di Dio. A tal proposito Lercaro individua un’intrinseca connessione tra la presenza di Cristo nell’eucaristia, che fonda e costituisce la Chiesa, e nei poveri, che la “pro-vocano”.
Nel discorso lercariano questi ultimi sono un “sacramento” di Cristo povero che la Chiesa deve riconoscere, onorare e servire.
La povertà per i cristiani non è un semplice mezzo per l’ascesi personale, ma una chiamata alla conversione che riguarda l’identità stessa della testimonianza della Chiesa nel mondo, inviata dal suo Signore e Maestro, che da ricco si fece povero per arricchire noi uomini (cfr. 2Cor 8, 9), ad evangelizzare i poveri e a condividerne le fatiche e le attese di riscatto e liberazione, seguendo le sue orme. Per questo motivo Lercaro chiedeva che il De Ecclesia venisse scritto di nuovo a partire dal mistero del Cristo povero e che quello della povertà della Chiesa fosse l’unico tema di tutto il Vaticano II (Ibid., p. 118).
UN TEMA ANCORA MARGINALE
Il discorso lercariano ottenne una certa risonanza all’interno e al di fuori dell’assise conciliare, ma non fu accolto il suggerimento di considerare la povertà come tema prospettico del Vaticano II. E modesti furono gli echi nei documenti del Concilio benché, nel suo contenuto essenziale, lo troviamo codificato in Lumen gentium 8 e Ad gentes 5.
Testi che rimarranno un vero e proprio manifesto programmatico e una pro-vocazione per la Chiesa di ogni tempo: “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza”. Siamo convinti che, con il suo forte appello ad un vissuto discepolare ed ecclesiale capace di riflettere e testimoniare la via di Gesù di Nazaret, l’Unto di Dio venuto ad annunziare la buona novella ai poveri, il Concilio sia un punto senza ritorno per la Chiesa e gli uomini del nostro tempo.
Eppure, quello del “mistero” dei poveri e della povertà della Chiesa, risulta essere una prospettiva – se si eccettuano le Chiese del Sud del mondo, in particolar modo dell’America latina – ancora marginale nei pronunciamenti magisteriali della Chiesa, nell’impegno di evangelizzazione e nella riflessione teologica prodotta nelle Chiese occidentali. Nella misura in cui le comunità cristiane si ripenseranno alla luce dell’eredità lercariana custodita nei discorsi sulla povertà pronunciati al Concilio la missione ad gentes conoscerà una nuova primavera dato che, secondo una felice espressione di Dossetti, estensore e ispiratore di quegli interventi, esse sono inviate specialmente a “quanti, fra gli esclusi del vigente ordine sociale, più soffrono, consapevolmente o non, la passione e il desiderio di una ostensio spiritus et virtutis [manifestazione dello Spirito e della virtù] nella Chiesa, ossia sitiunt Ecclesiam [hanno sete della Chiesa]” (L’«officina bolognese» 1953-2003, EDB, Bologna 2004, p. 103).







