Skip to main content

FRA GUERRA E PACE: DISCERNERE IL TEMPO NUOVO

Condividi su

Guai a non percepire che l’11 settembre ha radicalmente cambiato il futuro del mondo: ci impone di abbandonare la vecchia cultura della guerra e la sua classica giustificazione.

Se è vero che nell’America è stata colpita tutta l’umanità, è un errore che il pallino della risposta politica e militare rimanga in mano solo agli Usa.

Questa guerra del terrore pare avere ben altre ambizioni di una resa di conti tra civiltà, anche se usa il linguaggio del fondamentalismo islamico per ottenere consensi.

 È evidente la ripresa dell’antica teologia della guerra, che mostra il suo limite radicale di fronte al nemico invisibile, e anche tutta la sua ipocrisia.


Come molti hanno sottolineato, gli aerei alle due torri di New York e al Pentagono hanno radicalmente cambiato il futuro del mondo. Niente sarà più come prima.

Già oggi, a quasi un mese da quegli eventi, si avvertono cambiamenti che solo il 10 settembre non saremmo stati capaci di pensare: un nuovo rapporto degli Stati Uniti con i paesi arabi e musulmani moderati, l’assunzione da parte degli americani della prospettiva concreta di uno stato palestinese, la forte tensione tra Israele e Stati Uniti, la fine della Nato, nuovi rapporti con Russia e Cina, con Pakistan e India.

IL NEMICO INVISIBILE

l’11 settembre ha segnato la fine di una vecchia cultura del nemico, che ha scandito la seconda metà del ventesimo secolo: il nemico come realtà storicamente visibile, geograficamente definita, da cui ci separava una precisa linea di fronte, capace di definire i nostri amici e alleati e di indicare i nostri avversari. Con l’11 settembre il nemico non è più visibile e fuori dai nostri confini, è diventato invisibile e agisce, per così dire, dall’interno, con un potenziale distruttivo assoluto e al tempo stesso con modalità di intervento sorprendenti e imprevedibili. Un nemico invisibile capace di usare al meglio la Cnn e farne lo strumento per trasmettere il terrore in diretta, con effetti psicologici imponenti sull’opinione pubblica americana e mondiale.

Questo nemico invisibile opera con il terrore e punta non solo a colpire un paese, gli Stati Uniti, ma a destabilizzare il mondo, e a colpire la possibilità di relazioni umane tra i popoli. È singolare il fatto che di quanto è avvenuto non ci sia stata nessuna rivendicazione diretta, secondo la prassi dei gruppi terroristici. C’è da domandarsi se questo non significhi il voler marcare una precisa e netta differenza rispetto alle forme più tradizionali e artigianali di terrorismo. Al tempo stesso l’azione dispiegata mostra un livello di organizzazione e di mezzi che non possono partire solamente dalle montagne del Pamir. Non a caso molti hanno sottolineato le pesanti operazioni finanziarie fatte a ridosso dell’11 settembre da parte di operatori che hanno mostrato di sapere quello che poi sarebbe accaduto.

Tutto questo ci costringe a cambiare anche le nostre categorie di lettura e di interpretazione di questo evento e di quelli che seguiranno. Ferruccio de Bortoli ha intitolato il suo fondo sul Corriere della Sera del 12 settembre: “Siamo tutti americani”. Titolo accettabile ad una condizione: siamo tutti americani perché siamo tutti irakeni, tutti afghani. Cioè siamo sempre e tutti dalla parte delle vittime. Dei bambini irakeni, che continuano a morire per mancanza di medicine, a causa dell’embargo; dei civili afghani, che rischiano di pagare un prezzo terribile in vite umane; dei cinquemila americani, vittime improvvise di un nuovo e micidiale nemico. Nell’America è stata colpita tutta l’umanità.

Se questo è vero e dobbiamo attenderci altre azioni in altri simboli e luoghi dell’umanità, pare un errore che il pallino della risposta politica e militare rimanga in mano solamente agli Stati Uniti. Sono situazioni di questo tipo che impongono un governo del mondo, capace di globalizzare la pace. Gli Stati Uniti hanno allargato a dismisura i contatti politici e diplomatici con tutti, ma mantenendo una perfetta autonomia di azione. Se applicassimo, per paradosso, questo schema ad un attacco terrorista sulla basilica di San Pietro, ciò significherebbe che la reazione la gestirebbero le guardie svizzere. Se il nemico invisibile punta alla globalizzazione della guerra, chi vuole globalizzare la pace deve trovare strumenti adeguati, non affidati unicamente all’iniziativa di un singolo paese.

Se davvero la posta in gioco non sono gli Stati Uniti, ma il mondo, dovrà essere l’Onu a coordinare questa risposta, perché Bin Laden non dovrà essere ucciso, ma arrestato, giudicato e condannato davanti a un tribunale internazionale. Senza la pena di morte, perché la forza dell’umanità non sta nella resa dei conti, ma in leggi che in ogni momento affermano la vita.

Non si tratta dunque di una guerra contro l’Occidente e di lasciarsi andare alla becera retorica dell’orgoglio dell’Occidente assediato da un islam aggressivo, che conterebbe nel suo codice genetico lo scontro delle civiltà. Questo non regge al confronto con i fatti. Le prime vittime dell’islamismo radicale, che oggi partecipa alla guerra del terrore, sono stati i musulmani. Non possiamo dimenticare i centomila civili in Algeria morti in dieci anni, sgozzati da un terrorismo nato in Afghanistan. Non possiamo dimenticare neanche che questo è avvenuto nella distrazione dell’Occidente, che in certe sue lobby invitava addirittura a dialogare con questo estremismo e le sue rappresentanze politiche.

Questa guerra del terrore, che pure utilizza il linguaggio del fondamentalismo islamico, pare avere ben altre ambizioni di una resa di conti tra civiltà, anche se utilizza questo linguaggio per ottenere consensi e trovare “manovali” tra le masse povere musulmane.

Certo noi assistiamo ad una globalizzazione della guerra, che può porla come l’idolo della terra: una guerra non più tradizionale, senza un inizio e senza una fine, senza trattati e senza convenzioni, una guerra capace di accendersi all’improvviso in ogni parte del mondo, con esiti terribili e devastanti.

LA FINE DELLA VECCHIA CULTURA DELLA GUERRA

Questo impone di abbandonare la vecchia cultura della guerra, la sua classica giustificazione. Nei giorni immediatamente successivi all’11 settembre, a moltissimi sembrava assolutamente necessaria e giustificabile una risposta americana, tale che in qualche modo risarcisse, nel cuore prima che nella carne, l’America della devastante violenza subita. In realtà poi abbiamo scoperto che qualcosa di radicalmente nuovo era avvenuto, che bisognava evitare risposte tanto violente quanto improvvisate, probabilmente, queste sì, in linea con le attese di chi aveva lanciato la guerra del terrore.

Ci si è resi conto che il mondo non avrebbe tollerato una azione che avesse prodotto un elevato numero di morti innocenti, anzi questo avrebbe avuto l’unico effetto di isolare politicamente chi avesse compiuto questo tipo di azione. Ci si è accorti che il livello più rilevante di risposta da dare non era quello militare, ma quello politico. Si spiega in questo modo la complessa e inedita rete di alleanze che si è costruita tra America, paesi arabi moderati, Europa, Cina, Russia, India, Pakistan. Scenari inediti si aprono, ancora fragilissimi, ma che prefigurano un assetto nuovo del mondo. E se anche un’azione nel territorio dell’emirato islamico dell’Afghanistan sembra oggi inevitabile, l’amministrazione americana, l’Europa e tutti i paesi che sono impegnati in questa guerra contro il nemico invisibile, hanno ormai capito che questa guerra non la si combatte usando i mezzi tradizionali, fatti di bombardamenti, di dislocamenti di truppe sul terreno, di invasioni e così via. In un certo senso questo tipo di guerra è finito.

I veri strumenti contro il nemico invisibile sono il controllo degli imponenti flussi finanziari e del riciclaggio internazionali, la possibilità di bloccare il contrabbando delle armi, l’intelligence, la prevenzione, una rete internazionale di vigilanza, senza smagliature e complicità. È evidente che di fronte a chi è capace di dirottare con dei coltellini dei boeing 707 sulle due torri, non si può rispondere, se si vuole vincere, bombardando e schierando carri armati, strumenti che possono servire a rassicurare la psicologia di un paese, ma non ad affrontare il nuovo avversario.

In questo non possiamo dimenticare le risposte che devono essere date nel medio periodo. La comunità internazionale deve rapidamente risolvere i conflitti in atto, a partire dalla tragedia israelo/palestinese, con soluzioni equilibrate che sappiano riconoscere i diritti di tutti. Al tempo stesso è necessaria una conversione politica, perché si cominci ad abbattere il muro di povertà che divide il Sud dal Nord del mondo. In questo modo si investe sul futuro, si alimenta una speranza possibile per chi oggi muore sulle strade abbandonate dei paesi poveri.

Non si può concedere al nemico invisibile la possibilità di attingere dalla disperazione delle tragedie del mondo motivi di consenso al suo disegno devastante. Certamente la guerra del terrore non nasce dal conflitto tra Israele e palestinesi o dal dramma della povertà dei paesi del Sud del mondo, ma non può né deve trovare un sostegno e un consenso dall’incapacità del mondo e della politica di dare una soluzione adeguata a questi problemi.

Tutto questo rende rapidamente antica la nostra cultura della guerra, pensata da sempre nella logica della difesa e dell’offesa, prodotta da eserciti che si spostavano da un territorio ad un altro. C’era un nemico visibile, che attaccava e veniva attaccato, apparteneva ad un territorio e ne invadeva un altro. Oggi invece il nemico invisibile attraversa ed è presente in un numero altissimo di paesi, non è identificabile statualmente; attacca un paese non invadendolo, ma agendo dall’interno; usa le borse per alimentare la sua politica; ha un esercito internazionale, operante in tanti luoghi, che non ha bisogno dei tradizionali mezzi e strumenti militari per produrre una distruzione indicibile.

Tutto questo costringe a cambiare il nostro modo di ragionare sulla guerra. Tre erano gli antichi criteri: la legittima autorità che indice la guerra, il giusto motivo che giustifica la guerra, la proporzionalità, cioè produrre una guerra che sia proporzionale al danno subito. Oggi ci troviamo in un certo senso impossibilitati a fare la guerra, perché è impossibile usare le armi tradizionali contro il nemico invisibile, manca il paese nemico, e poi la proporzionalità ha perso totalmente significato, perché non è più misurabile: infatti qualunque azione militare si scaricherebbe in larghissima, forse assoluta, misura su una popolazione innocente.

PAROLE DI CASA NOSTRA

Tutto questo ci ha trovato fortemente impreparati. Basta vedere la discussione sulla guerra e sui suoi aggettivi nel nostro paese. Si continua a parlare di guerra chirurgica, di uso legittimo della forza, di guerra limitata, quasi che la guerra perda tutta la sua forza di violenza, se ad essa si può accostare un aggettivo che la limiti. Nella classe politica c’è stata la corsa ad essere più americani degli americani. Se la destra ha gioito di poter combattere al fianco degli americani, come sigillo del nuovo governo, a sinistra è mancata totalmente una riflessione profonda sulla guerra del terrore. Si è preferito l’ipocrisia delle parole, che permettono di essere al tempo stesso pacifisti e bellicisti. Secondo il vecchio linguaggio doroteo: “le convergenze parallele”. Ancora una volta si preferisce il cinismo e l’astuzia al coraggio della verità.

Chi ha cercato di distinguersi, è rimasto prigioniero dei propri stereotipi politici, incapace di alcuna novità. Sarebbe da riflettere di più sull’atteggiamento di una certa sinistra radicale italiana, pacifista ad oltranza in certi contesti, ma incapace di esprimere una valutazione critica sulla vicenda dei palestinesi e sulle loro forme di lotta, di lotta, violenta fino al terrorismo, mostrando in questo modo di essere amici a basso prezzo di questo popolo. Come sempre, si antepongono i piccoli interessi di partito.

Gli stessi giornali e televisioni hanno prodotto un’informazione che ha puntato sulla guerra e sulla guerra subito, elaborando un’insopportabile retorica della guerra.

E LA CHIESA…

Anche la chiesa italiana e i cattolici italiani non sono stati da meno. Un sondaggio, pubblicato da Famiglia Cristiana, mostra che il 53% dei cattolici italiani è favorevole a un intervento militare, ma il 68% non sarebbe favorevole, se questo dovesse provocare vittime tra la popolazione civile. Come è noto, l’esperienza degliultimi dieci anni mostra che in qualunque tipo di guerra, su cento persone che muoiono sette sono soldati e 93 civili, di cui 34 bambini. Non esiste dunque una guerra che non uccide o non uccide i civili, anzi la guerra di oggi uccide essenzialmente i civili. Questo non può essere mai dimenticato, altrimenti ci godiamo le nostre astratte dottrine e gli innocenti continuano a morire, con la complicità della nostra ipocrisia.

A maggior ragione questo vale anche per i nostri vescovi. Il papa da subito, il 12 settembre, dopo aver condannato con forza gli attentati, poneva il suo grido profetico: “Imploriamo il Signore, perché non prevalga la spirale dell’odio e della violenza”. E all’ambasciatore americano ha detto che non devono prevalere la “vendetta” e lo “spirito di ritorsione”.

Durante il viaggio del papa in Kazakistan, mentre il papa ripeteva con forza il suo grido, il portavoce vaticano Navarro Vals dichiarava in modo sorprendente, correggendo il papa: “Il papa non è un pacifista, perché si deve ricordare che in nome della pace si può arrivare anche a terribili ingiustizie. Ci sono casi in cui l’autodifesa può portare alla morte di una persona… O la gente che ha perpetrato un crimine è in situazione di non più nuocere ulteriormente… o il principio dell’autodifesa si applica con tutte le sue conseguenze”.

Contemporaneamente il card. Ruini, presidente della Cei, al consiglio permanente dei vescovi riunito a Pisa, prendendo duramente le distanze contro lo “pseudo-moralismo presente purtroppo nei nostri paesi e perfino tra i cristiani, che tende a vedere negli Stati Uniti la causa e la sintesi dei mali del mondo”, così si esprimeva: “È fuori di dubbio il diritto, anzi la necessità e il dovere di combattere e neutralizzare, per quanto è possibile, il terrorismo internazionale e coloro che a qualunque livello se ne facciano promotori e difensori. È però altrettanto importante e indispensabile che questo diritto/dovere sia esercitato non solo attraverso il ricorso alla forza delle armi – da mantenere sempre il più possibile limitato, senza rappresaglie indiscriminate – ma anche e principalmente adoperandosi per rimuovere le motivazioni e i focolai che alimentano il terrorismo o possono dargli luogo”.

È evidente la ripresa dell’antica teologia della guerra, che, nel momento in cui si cerca di usarla, mostra il suo limite radicale di fronte al nemico invisibile, perché non si può immaginare di portare la guerra in tutto il mondo, là dove il terrorismo ha “promotori e difensori”. E al tempo stesso questa teologia mostra di essere sotto il velo dell’ipocrisia. Una teologia coerente sul piano freddo della forma e delle parole, ma che cade come un castello di carta di fronte al milione di bambini irakeni morti in dieci anni a causa di una guerra e di un embargo da essa giustificati. Una teologia incapace di commuoversi di fronte ad un bambino ucciso o saltato su di una mina. Dunque una teologia morta.

IL FUTURO…

È impossibile prevedere ciò che ci chiederanno i giorni a venire. Due lampade stanno sul nostro cammino. La prima lampada sono le vittime innocenti, che domandano la pace, che chiedono la conversione della politica e ne indicano la strada. Il loro grido muto contiene il futuro del mondo, se sapremo ascoltarlo con intelligenza ed umiltà.

La seconda lampada è per i credenti la Parola di Dio, che mai può essere messa tra parentesi, tanto più nei passaggi decisivi della storia. Essa chiede di vivere come agnelli in mezzo ai lupi, di perdonare fino a settanta volte sette, non di vivere senza nemici, ma di amarli e dare la vita per essi, di annunciare il mistero di Gesù che ha fatto la pace per mezzo del sangue della croce.

Queste due lampade illuminano la notte della paura, che sembra abitare nel cuore di molti, credenti e non credenti, e indicano le faticose vie della pace, che siamo chiamati a percorrere, se non vogliamo diventare complici del nemico invisibile.

MASSIMO TOSCHI.


p.s. Non vado alla marcia Perugia/Assisi perché troppi vanno, pensando alla loro politica e confidando nella ipocrisia delle loro parole, che non contengono la tragedia, ma solo la furbizia. Pensano alla loro piccola sorte di piccoli leaders decaduti, e non a Francesco, che durante la crociata dei cristiani contro l’islam, come inerme e disarmato discepolo del Signore, va dal sultano.

Certamente sono peggio di loro, ma non voglio essere come loro.

DOPO L’INIZIO DELLA GUERRA

Ho finito l’articolo e una telefonata mi ha avvertito che era iniziata l’azione militare di Stati Uniti e Inghilterra contro Bin Laden e i Talebani.

Non ho molto da aggiungere. Qualche considerazione politica. Se davvero si tratta di sconfiggere un’organizzazione internazionale del terrore, questo tipo di azioni appaiono vecchie e superate. Tanto vero che il segnale mediatico di Bin Laden ai suoi non si è fatto attendere, preparato per tempo, proprio perché ha previsto questa mossa.

C’è il rischio che si scateni il terrore in tante parti del mondo, che le opinioni pubbliche dei paesi musulmani, in alcuni loro pezzi, si facciano sedurre dal fondamentalismo della guerra santa, che soprattutto il prezzo di tutto questo venga di nuovo pagato da una popolazione inerme e innocente. In questo caso più che sulla legittimità dell’operazione bisognerebbe discorrere sul merito.

È comprensibile che Bush dovesse dare un segnale all’opinione pubblica americana ferita dagli attentati, ma si doveva avere più fantasia e intelligenza e non rimanere prigionieri della falsa sicurezza data dal dispiegare gli eserciti, le armi e un potenziale di fuoco imponente.

Dovremmo valutare con meno ipocrisia il dolore, le ferite, la morte di tanti inermi: donne, bambini, anziani. Davvero non ci sono guerre chirurgiche. Anzi le guerre di oggi e anche questa guerra continuano a ferire e a uccidere ben oltre la fine dell’azione militare, a causa dell’inquinamento ambientale prodotto dalle bombe e a causa delle mine disseminate sul campo.

Concludevo l’articolo con il riferimento alle due lampade. Verrebbe da dire che di lampada ce n’è rimasta una sola: sono le vittime nella loro carne sfigurata, che rendono visibile il volto di Dio e sono sua parola sulla nostra storia, giudizio sui nostri comportamenti troppo debitori all’idolo della guerra.

Nella notte della guerra è l’unica luce che è rimasta, ma le menti, gli occhi e il cuore di molti sono appesantiti dal sonno di ideologie, che nella loro perfetta coerenza continuano a uccidere i piccoli e gli indifesi.

MASSIMO TOSCHI.

 



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito