EUGENIO MELANDRI / LA SINFONIA DEI FOLLI
Il 27 ottobre scorso Eugenio Melandri ci ha lasciati. Era stato direttore di “Missione Oggi” per una decina d’anni, praticamente da quando nel 1979 il periodico saveriano aveva cambiato nome – da “Fede e Civiltà” a quello attuale – fino al 1989, anno in cui accettò di candidarsi al Parlamento Europeo come indipendente nelle liste di Democrazia Proletaria, cosa che gli costò la sospensione a divinis, abrogata solo poche settimane prima di morire, grazie all’intervento di due vescovi amici, Matteo Zuppi di Bologna e Giorgio Biguzzi di Makeni. Ma, seppure sospeso, Eugenio non mise mai in forse la sua identità di prete missionario. Per questo era commosso fino alle lacrime il giorno in cui ci comunicò che papa Francesco l’aveva reintegrato nel ministero. Cosa che gli permise di celebrare, dopo tre decenni di interruzione, la sua seconda “prima messa”, domenica 20 ottobre, insieme alla sua “famiglia” saveriana e a tanti amici e “compagni” di viaggio.
Vorrei ricordare Eugenio, citando alcuni motivi de “La sinfonia dei folli”, un vero e proprio manifesto missionario e politico, pubblicato come numero speciale di “Missione Oggi” nel 1986. Ne indico quattro, che più di altri dicono le sue scelte “folli” di vita, al seguito di un altro “folle”, di cui Eugenio ha sempre interpretato creativamente la “sinfonia” evangelica, Gesù di Nazaret. Il primo è quello della “disobbedienza”, che ha distinto Eugenio: una disobbedienza profetica, capace di dire di no a tutta una serie di schemi che regolano (imprigionano) la religione, la politica, l’economia e la vita stessa di tanta gente del Nord del mondo. “Se qui da noi – era solito dire – anche tutto andasse bene, saremmo ugualmente in una situazione di peccato perché condanniamo la gente del Sud del mondo a vivere in condizioni disumane”. Egli ammetteva di non avere in tasca soluzioni facili. Era, però, fermamente convinto della necessità di dar corso ad un nuovo modello di sviluppo, attraverso un cambiamento radicale del nostro stile di vita, basato sulla devastazione della natura e sulla violenza dell’uomo sull’uomo: “Contro la fame cambia la vita!”. Il secondo motivo tocca i temi della pace e della nonviolenza, anche in questo caso modulati sulla “sinfonia” evangelica delle Beatitudini. Da qui la sua campagna contro i mercanti di morte, l’impegnativo lavoro che ha portato alla legge 185/90 sul commercio delle armi, la lotta al fianco di un altro vescovo amico, don Tonino Bello, presidente nazionale di Pax Christi. Piangeva di gioia – ha scritto per “Missione Oggi” – mentre aspettava papa Francesco a Molfetta, il 20 aprile 2018. E lì sulla tomba di don Tonino avrebbe voluto celebrare la sua seconda “prima messa”, dopo l’abrogazione della sospensione. Con don Tonino aveva condiviso la marcia a Sarajevo nel dicembre 1992, la marcia dei 500 “folli”, tra i quali il vescovo Bettazzi. Il terzo motivo riguarda Eugenio sognatore incallito, fino alla morte. Era un sognatore “pericoloso”, come lui stesso amava definirsi, ostinato a sperare contro ogni speranza e a spaziare anche oltre il visibile, con tanta voglia di dar voce ai sogni di tanta povera gente del Sud del mondo. Il quarto – ma non ultimo – motivo riguarda la scelta dei poveri. “I poveri – diceva Eugenio – sono il giudizio vivente che condanna il nostro sistema”. Per questo, sapendo che ci sono persone che si arricchiscono facendo politica, decise, come parlamentare, di “restituire” il denaro che riceveva, usandolo per progetti di accoglienza e lavoro rivolti soprattutto ai migranti del Sud del mondo, che allora, come oggi, bussano alla porta del nostro paese. Nel suo testamento ha lasciato scritto: “Desidero... funerali sobri e poveri: essere composto nella bara avvolto solo in un lenzuolo bianco... senza nulla”. Come il “folle” maestro di Nazaret!







