Essere missione oggi
Verso un nuovo immaginario
Da 10 anni, rientrando in Europa per compiti di animazione missionaria, alcuni membri della Famiglia Comboniana, insieme a specialisti – teologi, biblisti, pastoralisti e sociologi – di altre istituzioni, ecclesiali e laiche, hanno sentito l’urgenza di dar vita ad una ricerca più sistematica sulla missione e sul ruolo degli Istituti missionari in Occidente, non solo, ma anche in alcune aree di altri continenti. Da questa ricerca è scaturita la presente pubblicazione.
I vari contributi, moderati da Fernando Zolli, ripetono con accenti diversi che il vecchio immaginario del missionario inviato ad evangelizzare e/o civilizzare i popoli dei vari Sud del mondo, viene oggi percepito negativamente ai fini della testimonianza evangelica.
La globalizzazione, infatti, ha ridisegnato i confini della missione, non solo quelli geografici, ma anche quelli antropologici, culturali, sociali, economici, etici e religiosi, fino a trasformarla nella cosiddetta worldwide mission (missione globale).
Alcuni segni soprattutto sfidano gli Istituti missionari, il loro stile di vita e la loro presenza nelle Chiese locali: la mobilità umana, in modo speciale dal Sud del mondo verso l’Occidente; la lex mercatoria, che privilegia la speculazione finanziaria piuttosto che l’economia reale; il disastro ambientale, che in pochi decenni ha dilapidato le risorse del pianeta, patrimonio universale.
Come, dunque, proporre i valori del regno di Dio nel mutante contesto culturale e religioso, occidentale e mondiale?
È necessario rivedere e ri-contestualizzare l’essere missione oggi: anzitutto, a livello di identità del/la missionario/a; di metodo e di interlocutori. Circa l’identità, la pubblicazione registra una nuova ermeneutica dei quattro paradigmi tradizionali della missione: ad gentes, ad extra, ad vitam e ad pauperes.
* L’ad gentes oggi è messo in crisi dal crollo della distinzione tra paesi cristiani e paesi di missione, tra chi è inviato ad annunciare la Parola e chi deve accoglierla, come se il mondo fosse diviso tra maestri e uditori, essendo invece tutti discepoli del Maestro e della Parola.
* L’ad vitam oggi va compreso anche come disponibilità a servire la vita in ogni tappa, dalla nascita alla morte, promuovendo la dignità e il valore di ogni persona;
* l’ad extra va interpretato anche come esodo dai propri schemi culturali e apertura all’altro, senza preconcetti di razza, genere, religione e stato di vita.
* Infine, l’ad pauperes non può non includere l’opzione dei nuovi poveri, soprattutto quelli fabbricati dalla legge del mercato globale. Legata alla questione dell’identità, i/le missionari/e hanno avvertito l’urgenza di rileggere e ri-contestualizzare la forza dei carismi fondazionali.
Inoltre, di ri-posizionarsi nelle Chiese di origine e in quelle di adozione di altri continenti, nella società civile e nei nuovi areopaghi della globalizzazione. Più che ad essere animatori i/le missionari/e, sono chiamati/e ad essere “presenza missionaria”, raccontando la propria esperienza di sequela di Gesù, ma anche ascoltando e lasciandosi evangelizzare dalla vita e dalle esperienze religiose degli altri. Sono chiamati/e, inoltre, ad inserirsi di più nel territorio, “pro-vocando” le Chiese locali ad aprirsi e dislocarsi verso ambiti, persone e realtà restii ad accogliere e vivere i valori delle Beatitudini.
E ancora, sono chiamati/e ad uscire dai palazzi o dalle trincee immaginarie, come i discepoli dopo la Pentecoste, adottando nuovi stili di presenza e di fede tra la gente, in piccole comunità consacrate alla missione, possibilmente multietniche, per scuotere l’immaginario della gente e annunziare la novità del regno di Dio, mostrando l’utopia delle realtà future attraverso la vita fraterna in comunità.
La pubblicazione tocca anche il metodo, a proposito del quale si dice che i/le missionari/e dovrebbero adottare più coerentemente la prassi del Gesù storico, mettendo al centro della missione la Parola e l’Eucaristia, più che la dottrina e il catechismo. Inoltre, dovrebbero adottare i nuovi linguaggi, cibernetico e multimediale, pur sapendo che l’evangelizzazione passa attraverso le relazioni interpersonali.
Circa gli interlocutori, i/le missionari/e dovrebbero privilegiare il pianeta dei giovani, degli operatori di giustizia e pace, degli impoveriti, del dialogo ecumenico e interreligioso, insomma di tutti coloro cui sta a cuore la costruzione di un modo nuovo di vivere e convivere nell’era della globalizzazione.







