DIRE DIO NELLA RELAZIONE OSPITALE
NULLA SARÀ PIÙ COME PRIMA
Stiamo vivendo una svolta epocale, ma non sappiamo verso dove stiamo andando e che cosa ci dovremo lasciare per sempre dietro le spalle. Abbiamo però alcune certezze:
- 1) è finita una società piramidale, in cui chi conta sta al vertice e a cascata fa scendere le sue decisioni sulla base;
- 2) conseguentemente, è finito il pensiero figlio di questa società, la metafisica, con l'idea di un ente supremo, sempre uguale a sé, da cui deriva tutto ciò che esiste, fino alle particelle sub-atomiche;
- 3) se oggi presentiamo il Dio cristiano come l'essere perfettissimo, immutabile, parliamo di un essere che non ha più nulla da dire al nostro tempo;
- 4) siamo “epigoni” e “anticipatori”, persone che stanno a Occidente, dove il sole muore, e a Oriente, dove il sole nasce (Nietzsche);
- 5) nulla sarà più come prima. Dobbiamo anche reinventare Dio e il nostro modo di dirlo e crederlo. Non disponiamo di un filo di sutura per rammendare il passato. Siamo obbligati alla rottura. Siamo chiamati a vivere in una situazione pericolosa per la nostra fede.
REINVENTARE LA FRATERNITÀ
La prima rottura riguarda il modo di pensare e organizzare la società e la Chiesa. Dobbiamo passare dalla paura alla convivenza, cioè a un sentimento di fiducia. La fiducia è il legame fondamentale delle società moderne (Giddens). Ha ancora senso la fraternità? Era la parola d'ordine della società democratica, figlia delle rivoluzioni americana e francese. E nelle nostre città multietniche? Per Natoli la fraternità ha ancora senso, se noi la possiamo reinventare, immaginare di nuovo. Ma lo dovremo fare insieme: l'immaginazione può essere governata solo in modo interpersonale. Il problema dell'antico uomo greco è simile al nostro: le sue capacità funzionavano solo dentro la polis. Senza la comunità, diventano virtù riservate a una piccola élite di illuminati, che vivono in un mondo a parte. Sono le relazioni che ci fanno capaci di fraternità.
Dalla saggezza dell'esperienza missionaria attingo quattro azioni, necessarie per reinventare la fraternità:
- 1) sedersi, “stare lì” (Sivalon), essere-di-fianco-a, togliere ogni disparità;
- 2) ascoltare;
- 3) sentire compassione;
- 4) lasciarsi custodire. Fraternità è sì custodire l'altro (Natoli). Ma è molto di più: che l'altro sia la mia scorta. Lasciarsi custodire significa riconoscere la propria vulnerabilità, che è superiore alla fragilità dell'altro. Specialmente quando i nostri custodi sono i poveri con cui abitiamo, ciò dissolve le paure davanti alle minacce della vita e si scopre che “in principio era il legame” (Pagazzi).
PIÙ CHE RELATIVISTI
È tramontata davvero l'idea di salvezza? È finito il cristianesimo come via di liberazione? Mi pare troppo poco dire che è finita la salvezza ed è cominciata la la compassione, la “pietas” (Natoli). Accetto i presupposti relativisti di questo pensiero. Penso che la verità sia storica e interpersonale; che essa non sia un messaggio già tutto scritto, ma in buona parte ancora da pensare e da dire. Ma… Quando ci troviamo di fronte a qualcun altro, facciamo anzitutto l'esperienza della separazione (Lévinas). Nella società multietnica la diversità è impattante. Parliamo e non ci capiamo.
Tuttavia, questa separazione è la condizione di partenza per poter guardare l'altro e il mondo, accogliendo la loro esistenza. La condizione di separazione, che sfocia spesso in fenomeni sociali di esclusione, è anche il punto di partenza per poter dire: “tu esisti”; “tu uomo come me”; “tu mondo intorno e dentro di me”; “perciò ti accolgo benevolmente”. La separazione marca la differenza: io e l'altro non siamo la stessa cosa; lui non può diventare una mia dependance; io non sono il mondo; io non sono Dio. La separazione evidenzia che la differenza contiene un legame. Proprio perché “io non sono te”, possiamo camminare insieme.
Perciò dico: il relativismo è tutto, ma non tutto è relativo. La differenza e il legame non sono realtà relative, ma relazionali.
DIO È NEL LEGAME
Non ci sono formule per circoscrivere e definire chi Dio sia. Molte volte però abbiamo incontrato e riconosciuto la presenza del divino nei nostri legami esistenziali. Come il Dio biblico, il legame è una frontiera, che ci limita e ci apre. Nasciamo e cresciamo sempre legati-a. L'etica definisce il bene e il male in relazione a legami condivisi: i valori, le regole sono legami un po' più astratti. Dio è nel legame: è nel limite che impedisce di trattare l'altro come un oggetto o uno strumento.
Ma Dio è anche quella porta che apre alla relazione con l'altro uomo e con il mondo all'insegna del prendersi-cura-di. Più il mondo è abitato da legami e più è un mondo aperto e capace di costruire nuovi legami. La croce di Cristo, così come è declinata nel Vangelo paolino, è l'espressione del valore supremo del legame. Il Dio crocifisso è il Dio del legame: è “per”, “con” e “per sempre”. Se Dio è il legame, possiamo ritornare a dire Dio attraverso i legami. Il legame crea possibilità di movimento, di incontro, di comunicazione e di dono. Siamo chiamati a essere una Chiesa di soglia: che esce e che entra, consentendo il fondamentale movimento di comunicazione tra il “dentro” e il “fuori” della vita. Siamo legati gli uni agli altri perché prima ci siamo separati e siamo divenuti stranieri. Proprio quando sperimentiamo l'estraneità, ci sentiamo obbligati all'ospitalità vicendevole: chiedere e donare accoglienza.
Se il legame è soglia, l'ospitalità è nello stesso tempo accogliere e inviare.
I GIUSTI COMPAGNI DI ROTTA
In questi anni ci siamo trovati a navigare in mare aperto, senza carte nautiche. Siamo stati chiamati a inventare un nuovo mondo. Disorientati, ma membri di una società aperta (Popper) che può vivere anche la fede in modo aperto. Il nostro problema è scegliere i giusti compagni di rotta. Nelle nostre città e Chiese ci sono compagni di cammino che non sono disposti a questo sforzo d'immaginazione per dare un nuovo senso al futuro, perché sono mossi da una preoccupazione conservativa.
Per scegliere i giusti compagni occorre individuare le parole fondamentali, che compongono l'“abc” del legame:
- 1) riconoscimento reciproco: nel prenderci cura degli altri, riconosciamo che le loro ragioni, i loro pensieri, il loro mondo è importante almeno quanto il nostro;
- 2) esperienza e competenza: dobbiamo reinventare il mondo, ma non cominciamo da zero: è importante valorizzare i molti saperi che già sono in atto (Monari);
- 3) apprendimento cooperativo: tutti impariamo, se ci mettiamo in ricerca e in cerchio (don Milani);
- 4) cittadinanza: in quanto esseri umani, siamo portatori di diritti nativi, legati al fatto stesso di esistere.
DIALOGARE PER CREDERE
Questo è lo stile con cui noi cristiani possiamo collocarci nella prospettiva dell'incertezza. Significa:
- 1) valorizzare il pluralismo; non pensare che sia una forma di relativismo delle verità, un politeismo che soffoca la fede; pluralismo significa riconoscere che la sapienza del mondo viene alla luce nelle culture dei popoli;
- 2) ritornare al creato; riscoprire che ne siamo soltanto parte e non possiamo avere un ruolo egemone;
- 3) amare l'incertezza, perché essa ci obbliga a una ricerca di senso che non possiamo fare da soli, chiusi dentro le nostre Chiese, ma con tutti. La questione del dialogo pone la domanda sui tempi del Vangelo.
Nelle Beatitudini secondo Matteo il presente è il tempo in cui Dio irrompe e si manifesta come una presenza continua: “tu, Signore, qui ci sei sempre stato, anche se finora i nostri occhi non ti hanno riconosciuto” (Sivalon). Il presente ci fa vedere la realtà come una rete interconnessa e in continua espansione (Sivalon). Il presente del Vangelo è saper stare dentro a questa rete, metafora del regno di Dio. Poi c'è il passato. Per i cristiani è un modo del tempo altrettanto importante, perché siamo quelli della memoria. Memoria significa dire il positivo che c'è già (Monari).
Qualcuno è passato prima di noi e ha fatto cose buone in questo mondo. Ne siamo i testimoni e i custodi.
Essere gente del passato significa saper selezionare i valori e ricondurre questi valori alle loro origini. Per noi cristiani custodire i valori non significa trasformare le Chiese in musei dei nostri valori (Michel de Certeau); ma reinventarli continuamente. Il passato è la porta del futuro.
DOLOR ET GAUDIUM
Se accettiamo di riscrivere il nostro stile di Chiesa alla luce della fraternità, lo stare nel mondo è per noi dolor, perché è compassione per la sofferenza dei poveri. È anche gaudium, perché scopriamo la presenza di Dio in coloro che stanno facendo esperienza di fragilità. Stiamo in loro compagnia nell'odierno processo di desertificazione del mondo (Sivalon) e riconosciamo che Gesù ci viene incontro: il deserto non è solo lo spazio della desolazione e della morte; è anche il tempo in cui si sente più forte la voce della separazione, la parola dell'alterità.
La separazione ci rende aperti all'ospitalità e ce la fa praticare. Ospitare significa avere con noi qualcuno che dà una svolta al nostro cammino: gli possiamo chiedere aiuto. Ciò dà potere all'altro e ci fa rovesciare la prospettiva con cui guardiamo le cose: è il potere della compassione, del dono. È il potere così come ci viene affidato dagli esclusi.
DIRE DIO NEL TEMPO DELL'INCERTEZZA
Oggi Dio si dice in molti modi. Il nostro è uno. Ciò che conta è dire Dio. Tutti i linguaggi che lo fanno sono belli.
Poi, occorre dire Dio dicendo legami in un mondo sempre in movimento. Ciò comporta la rinuncia all'idea che la verità sia un tesoro di cui solo noi abbiamo la mappa. Credere che il magistero cattolico è custode della verità significa lavorare perché esso sia sempre l'avanguardia nella ricerca della verità. Infine, se Dio è nel legame, allora vale la pena impegnarsi, mescolarsi, donarsi. Se nell'incontro ospitale apprendiamo la sapienza del mondo, riusciremo a dire Dio anche con le parole di altre culture e religioni.
Ibridare il nostro linguaggio è la condizione per poter dire con gioia, insieme ad altri, il Dio del Vangelo nel tempo dell'incertezza.







