Dio è sempre più grande di quanto comprendiamo di Lui
Continua la rubrica iniziata in febbraio con l’articolo “la missione non chiede solo aggiustamenti pastorali”
Vorrei continuare la riflessione del mese scorso in questa pagina. Usando una parola grossa e impegnativa, potremmo dire che per servire davvero la missione è indispensabile avere la prospettiva giusta, cioè un vero e proprio senso escatologico.
Di questa prospettiva, qui vorrei sottolineare alcune dimensioni, fondamentali per la missione: siamo in cammino, non siamo già arrivati; Dio è sempre più grande di quello che noi comprendiamo di lui; e deve sempre restare Dio, sempre dono, mai bene di possesso, mai proprietà privata di alcuni credenti; l’apporto degli altri (di altre chiese, di altre religioni, di altre sensibilità e opinioni) ci è necessario nella nostra ricerca di Dio e per una nostra accoglienza più piena del suo dono.
Non stiamo dicendo “cose astratte”, ma molto concrete.
Proviamo, ad esempio, a elencare le espressioni pastorali che rivelano quanto la dimensione escatologica non è vissuta nelle nostre chiese: rigidità nelle proprie posizioni; fondamentalismi; assolutizzazione della chiesa; arroganza; autosufficienza; miopia di fronte all’azione di Dio, operante in ogni popolo e in ogni persona; voler “difendere” Dio, anziché testimoniarlo; lo spirito del “possesso” della verità… Elenchiamo, invece, le modalità corrette: relativizzazione delle proprie posizioni; magnanimità; gioia nello scoprire i segni della presenza e azione di Dio nelle altre religioni e culture (laete et reverenter, dice il Concilio); ricerca dell’incontro con l’altro; scoperta di Cristo negli ultimi, nei poveri e reale coinvolgimento con loro fino a un cambio radicale di vita...
Chi da tempo segue Missione Oggi si sarà accorto che sono queste convinzioni a determinare la scelta di molti interventi e testimonianze da noi riportate nella terza parte della rivista. Per stare agli ultimi mesi, ricordiamo gli apporti di Luigi Sartori, di Mario Menin, di Henri Teissier e di tutta la chiesa d’Algeria, di Bertrand Roy in questo stesso numero. Abbiamo bisogno di sentirci fare questi richiami. “Prego perché abbiate il senso escatologico di adorare la Verità, non dire di averla in mano – ci diceva mons. Sartori in gennaio – Solo allora le verità sono un aiuto per provocarci a camminare insieme agli altri…”.
“Ci dev’essere la capacità di considerarsi in cammino, con in mano dei frammenti: anch’io che ho il tutto di Cristo, ho dei frammenti: Cristo è il tutto, non la cristologia”. Molto simile è il richiamo di mons. Pierre Claverie, vescovo di Oran: “Sono credente, credo in Dio, ma non ho la pretesa di possederlo, né attraverso Gesù Cristo che me lo rivela né attraverso i dogmi della mia fede. Non si possiede la Verità e io ho bisogno della verità degli altri. È l’esperienza che faccio insieme a migliaia di algerini, nel condividere un’esistenza e delle domande che tutti ci poniamo”.
Queste convinzioni ci spingono ad andare agli altri non come dei "vuoti" da riempire, ma come delle "pienezze" da scoprire. L’altro non può essere visto solo come oggetto dall’azione ecclesiale, ma come soggetto che interagisce, dà e riceve, interpella.
Dio è oltre. La nostra distanza dal Vangelo è ancora tanta.







