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Tra i secoli VII e IX, la chiesa siro-orientale era la più vasta tra le comunità cristiane: aveva milioni di fedeli, duecentocinquanta vescovi, una ricca letteratura. Presto i missionari presero la via per dell’Oriente: nel VII secolo, furono in Cina. Come dice la Stele di Xi’an, “un uomo di virtù superiore, chiamato Aluoben, prese con sé le vere Scritture, e avendo esaminato le note musicali dei venti, attraversò difficoltà e pericoli”, giungendo nel 635 nella capitale cinese.

Era il tempo della dinastia Tang: un tempo di tolleranza religiosa.

Come i paesi lungo la via della seta, la Cina accoglieva templi buddhisti e taoisti, templi zarathustriani, sinagoghe ebraiche, comunità manichee. In Cina i missionari cristiani traducevano i testi siriaci in cinese, attraverso la mediazione di interpreti sogdiani assistiti da monaci buddhisti, preti taoisti e letterati confuciani, che davano il benvenuto alla religione neonata e insieme badavano a che concetti incomprensibili e pericolosi non si introducessero in Cina. Nessuna opera di traduzione fu mai più difficile. Le idee e le immagini ebraiche erano passate, senza distorsioni eccessive, nella lingua greca e nella cultura islamica. Ma qui, in Cina, Aluoben trovava una struttura mentale radicalmente diversa, un diverso modo di concepire le idee fondamentali della vita. Tra mille difficoltà linguistiche, nacque un corpus di scritture cristiane: almeno trentacinque testi, di cui pochi si sono conservati…

Centocinquanta anni dopo l’arrivo di Aluoben, il 4 febbraio 781, un monaco persiano che aveva tradotto il proprio nome in Jingjing (il “luminoso e puro”), edificò in un monastero cristiano una stele: oggi chiamata la Stele di Xi’an, era di calcare nero, alta due metri e ottanta e larga un metro, incisa con milleottocento caratteri cinesi e settanta parole siriache. Una croce la sormontava: ma la croce poggiava su una nuvola – simbolo taoista – e su un fiore di loto – segno buddhista: come a ricordare che nella stele tre religioni si incontravano e avvicinavano, senza perdere il loro carattere.

Ora questo bellissimo testo può essere letto per la prima volta dai lettori italiani in una eccellente edizione a cura di Matteo Nicolini-Zani.

Nella grande stele nera, non viene mai fatto il nome di Cristo e di cristianesimo, sebbene compaia la parola Messia. A Jingjing ripugnava dare un nome umano a una delle tre forme della Trinità così suprema, e alla sua fede. Qualsiasi discorso umano attorno a Dio è una fatale caduta rispetto all’esperienza che abbiamo di lui: “L’efficace azione della via si manifesta in modo così luminoso che, sforzandosi di descriverla, la chiameremo con il nome di religione della luce”.

Il Dio della stele è biblico e cristiano: trascendente, senza origini, immutabile, distinto in Tre Unità… Sorprende la chiarezza con cui viene proclamata l’incarnazione di Cristo… Ma della morte di Cristo sulla croce la stele non parla mai. L’idea che una delle Trinità venisse offesa, torturata e uccisa, non poteva essere pronunciata. Lo scandalo era troppo grande. Da principio, nemmeno i greci la compresero: né Matteo Ricci e i missionari gesuiti riuscirono a proporla; per i cinesi, un dio che soffre e muore era una pazzia inconcepibile, degna “dei barbari d’Occidente”. Non so cosa avvenne tra Jingjing e i suoi traduttori: se essi gli imposero di cancellare dalla stele la morte di Cristo; o se egli pensò che la religione della luce era così vasta che non si poteva concentrarla nel Golgota…

Sessant’anni più tardi, tra l’843 e l’845, l’imperatore Wuzong proscrisse tutte le religioni straniere: gli adepti della religione della luce furono uccisi. La Stele di Xi’an venne sepolta. Riemerse dalla dimenticanza soltanto dopo otto secoli, quando altri cristiani furono accolti in Cina.

PIETRO CITATI.


 

  • A cura di M. Nicolini-Zani, LA VIA DELLA LUCE, Edizioni Qiqajon.

La via della luce (pagg. 52, lire 6000) non si trova nelle librerie. Bisogna richiederlo alle edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, 13887 Magnano (Biella).

 

 



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