Crescita o decrescita?
ROCCO ARTIFONI
Redattore della rivista “L’Incontro” Torre de’ Roveri (Bg), 26 febbraio 2012
Caro Direttore, leggendo l’editoriale di Ruzzenenti “Crescita o decrescita?” (MO febbraio 2012), sono rimasto perplesso. Anzitutto si dice: “La non crescita comporta il riconoscimento dell’impossibilità di ripagare il debito per intero”, perché “buona parte di questo debito è il frutto avvelenato dell’evasione fiscale”. Detto in altro modo: siamo indebitati, perché siamo stati derubati. Ma se è così, si dovrebbe concludere che siano i ladri a pagare il debito. E invece Ruzzenenti propone “una ristrutturazione del debito”.
E perché mai coloro che detengono il credito dovrebbero essere disposti a concedere un “consistente abbattimento del debito”?
Mi sembra illusorio e ingiusto, soprattutto perché mette tra parentesi il principio di responsabilità, che significa assumersi gli impegni presi e risponderne in concreto. Se cominciamo a non riconoscere i nostri debiti, non solo ci poniamo in controtendenza ad una preghiera evangelica, ma miniamo le relazioni socioeconomiche e soprattutto il patto di cittadinanza fondato sul diritto civile. È il caso di ricordare che nel 2011 il debito pubblico italiano è salito a 1.900 miliardi, mentre quello delle famiglie ha raggiunto i 900 miliardi: in totale 2.800 miliardi di euro. Però non bisogna dimenticare che il patrimonio italiano (pubblico e privato) è superiore ai 9.000 miliardi, di cui oltre 3.000 miliardi sono liquidità (titoli di Stato o depositi bancari). Il che vuol dire che siamo nelle condizioni di pagare il debito: il problema è stabilire chi debba pagare e in quale misura. A mio parere occorre accertare la responsabilità di ciascuno e di conseguenza intervenire. Per esempio con una tassa patrimoniale, adottando un’aliquota personale congrua. Il fisco potrebbe confrontare il reddito degli ultimi 20 anni di ciascun contribuente con l’attuale patrimonio, al netto delle eredità.
I cittadini onesti non avrebbero nulla da temere da questo confronto. Invece, chi più ha evaso e/o rubato, più risulterebbe “incongruo”. A quel punto scatterebbe una patrimoniale con un’aliquota più alta più elevata risulti l’incongruità. Questo per rimediare al passato, cioè a tutte le evasioni che hanno contribuito a creare l’attuale debito pubblico. Per il presente e il futuro si dovrebbe introdurre un serio contrasto di interessi tra cliente e fornitore di un servizio o di una merce. Per esempio rendendo deducibili dal reddito tutte le spese in modo che il controllore di ogni negoziante o professionista sia il suo cliente. Tutti chiederebbero lo scontrino, la ricevuta o la fattura, se ne derivasse un vantaggio fiscale. L’hanno sperimentato con grande successo nello Stato di San Paolo (Brasile). In un contesto di evasione, le spese che diminuiscono l’imponibile del cliente, aumentano il reddito (e l’utile) del fornitore. Ovviamente sarebbe utile diversificare le percentuali di deduzione: il 100% per le spese necessarie e/o sostenibili scendendo fino al 40% per quelle di lusso e/o dannose.
In questo modo si darebbe anche attuazione piena all’art. 53 della Costituzione, che pone la capacità contributiva come fondamento per il pagamento delle imposte. Molti contestatori dell’attuale sistema economico-finanziario propongono di congelare o ridimensionare il debito pubblico. Se vivessimo in un paese che per decenni è stato calpestato da un dittatore che, sfruttando il proprio popolo, avesse esportato all’estero le ricchezze e lasciato la gente nella miseria, sarei il primo a dire che quel debito non può essere fatto pagare ai poveri.
Ma siamo in Italia, un paese che per decenni ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, accumulando debito su debito. Se vogliamo davvero “uscire dal tunnel del debito”, dobbiamo ricominciare ad insegnare ai nostri figli che i debiti vanno pagati, che le tasse sono il sinonimo della solidarietà, che chi evade mette le mani nelle tasche degli onesti, che non si può spendere più di quello che si guadagna. Ci vuole una nuova etica pubblica e privata, che sappia cominciare a dire queste semplici parole: “siamo pronti a pagare il dovuto, cioè il giusto”.
- Risponde Marino Ruzzenenti.
Gentile Rocco Artifoni, anzitutto grazie per la lettera. Lo spazio di un editoriale è tiranno, in particolare per tematiche così complesse. Sono perfettamente d’accordo sulla parte propositiva, sulla patrimoniale, sulla lotta all’evasione, ecc. Perplessità suscita invece l’idea di non ripagare il debito per intero e quindi ipotizzare una ristrutturazione qualitativa dello stesso, pretendendo uno sconto consistente dalla speculazione finanziaria. Intanto le responsabilità degli italiani rispetto al debito andrebbero diversificate: “siamo in Italia, un paese che per decenni ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità” è un’affermazione solo parzialmente vera.
Faccio fatica a riconoscere questa Italia sprecona e spendacciona in gran parte dei lavoratori dipendenti a mille euro al mese, nei pensionati a 500-700 euro, nei giovani precari, negli over 50 disoccupati, troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per un nuovo lavoro. E così vale per i creditori del nostro debito: il debito è esploso a partire dagli anni Ottanta, anche perché l’Italia e l’Europa hanno sposato il neoliberismo, la “deregulation” dell’economia e delle tutele dello Stato sociale.
Sempre più il debito sovrano è stato offerto in pasto alla speculazione finanziaria che, ovviamente, ne ha approfittato per lucrare a più non posso. Il gioco era spingere il debito verso il rischio insolvenza per ottenere sempre più elevati interessi, sapendo che gli elevati interessi erano e sono legati al rischio insolvenza oltre ad avere come conseguenza l’aumento del debito. Queste purtroppo sono le “relazioni socio-economiche” vigenti in un sistema di mercato senza regole. Le quali “non vengono minate alle radici”, se si decide di imporre un dimagrimento alla speculazione finanziaria, che sul debito e sulla sua acutizzazione artificiosa ha giocato per ingrassare le proprie rendite. Anzi. Altrimenti agli speculatori garantiremmo solo interessi elevati, sollevandoli del tutto dal rischio insolvenza che alimenta proprio quegli interessi, altrimenti ingiustificati. Diverso il piccolo risparmiatore, che, come sostenevo nell’editoriale, va invece tutelato.
So bene che la questione è complessa. Mi premeva chiarire, però, che onorare i debiti è un dovere civile e morale, a meno che i creditori non siano usurai, speculatori incalliti, insomma “mercanti” senza scrupoli il cui destino dovrebbe esser quello di essere “cacciati dal tempio”, non “adorati” come ogni giorno avviene di questi tempi in cui i “mercati” sembrano assurti all’oracolo quotidiano da cui dipende il futuro di noi tutti.







