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COLONIALISM REPARATION / UN PROGETTO CHE RIGUARDA ANCHE LE CHIESE

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UN RAPPORTO SEGNATO DAL DISPREZZO 

Erano, o no, umani? Dovevano, o no, convertirsi alla vera religione? Godevano di diritti o erano “schiavi per natura”, come del resto aveva pensato Aristotele? Questi furono i temi del dibattito di Valladolid del 1550, nel quale si confrontarono le posizioni avanzate di Bartolomé de Las Casas e quelle conservatrici di Ginés de Sepulveda. Il tema aveva già coinvolto la Chiesa cattolica: era del 1537 la bolla Sublimis Deus di papa Paolo III, che dichiarava gli indios veros homines. Ciononostante, le prime descrizioni letterarie e le rappresentazioni degli indigeni, spesso prodotte da artisti che non li avevano mai incontrati (come Albrecht Dürer) ne sottolineavano l’inferiorità morale e civile. Si veda l’opera dell’olandese Albert Eckout, il quale, ritraendo i Tapuya del Brasile, ne enfatizza la primitività (nudità, cannibalismo) proponendo poi la versione “civilizzata” degli stessi, raffigurati con abiti e armature occidentali. 

CON ALCUNE ECCEZIONI

Nulla di più lontano dell’opera di un altro artista, George Catlin, il quale dal 1830 ritrarrà gli indigeni dell’estremo nord e dell’America centrale, evidenziandone piuttosto la fierezza e il senso della dignità. Sugli Irochesi del Nord-America aveva scritto con toni accorati (pur con evidenti cenni critici) un gesuita francese, Joseph-François Lafitau. Missionario dal 1712 al 1718 e dal 1727 al 1729 a Sault Saint Luis (di fronte all’Isola di Montreal) e conoscitore di alcune lingue locali, affrontò la descrizione dei costumi degli Irochesi nel testo Moeurs des sauvages Amériquains, comparée aux moeurs des premiers temps” (Parigi 1724). Convinto della verità, anche etnologica, del dettato biblico e della teoria monogenetica, e studiando le convinzioni religiose, classificava gli Irochesi nel novero dei popoli biblici. Pur con una pesante impronta apologetica, la descrizione degli usi e costumi di questi indigeni varrà a Lafitau la valorizzazione di un altro gesuita, Michel de Certau, il quale lo considera il “primo antropologo” in un’epoca in cui l’antropologia non aveva ancora affinato i suoi strumenti interpretativi. 

LA BARBARIE EUROPEA

Queste rimasero eccezioni nella cultura occidentale, che si è sempre considerata superiore alle altre e ha pensato di dover “civilizzare” i popoli “inferiori”. È questa, per citare Edgar Morin, la “barbarie europea”. Scrive, infatti, che il volto oscuro dell’Europa, la sua concezione fondamentalista del potere e della religione che lo sosteneva, ha portato al fenomeno storico del colonialismo e prima ancora, al rapporto coloniale con i popoli indigeni e, in generale, con le culture non occidentali. La convinzione religiosa monoteista e intollerante ad ogni altra manifestazione aveva portato alla conversione forzata delle popolazioni africane e americane nella convinzione che gli indigeni dovessero essere condotti, anche con strumenti violenti, alla vera fede e alla civiltà. Nasce da qui, e dal sodalizio, ricordato da Morin, con un potere politico totalitarista e autoritario, l’infinita serie di soprusi, prepotenze e violenze, nei confronti dei popoli indigeni, che si sono prodotti in diversi paesi del mondo per lunghi secoli. 

IL CASO DELL’AUSTRALIA MA NON SOLO

Basterebbe ricordare, ad esempio, il trasferimento forzato dei “mezzosangue” aborigeni australiani dalle loro comunità alle scuole residenziali volute dal governo (il quale aveva istituito una figura apposita, il “protettore” degli indigeni), le Factory School, nelle quali si insegnava ai piccoli aborigeni a parlare l’inglese e li si preparava a professioni a servizio dei bianchi (domestiche, mandriani). Scuole che sono state soppresse solo agli inizi degli anni Settanta (senza peraltro che questo comportasse un’autocritica da parte del governo australiano). Né ciò si verificò solo nel lontano continente australiano: basterebbe ricordare che leggi discriminatorie (questa volta nei confronti dei Lapponi e dei Rom) che permettevano di allontanare i bambini dalle loro famiglie per essere educati e civilizzati, sono rimaste in vigore in Norvegia fino alla metà del Novecento. 

I CASI DEL NORDAMERICA

Questa era anche la situazione dei popoli indigeni del Nord America. È del 1 aprile 2022 l’incontro delle delegazioni dei popoli indigeni del Canada con papa Francesco. I trentadue delegati in rappresentanza delle “Prime Nazioni”, dei Métis e degli Inuit hanno raccontato le loro storie e ricevuto dal papa le scuse e l’espressione del sentimento di dolore e vergogna per i soprusi perpetrati, anche dalla Chiesa cattolica. Per un drammatico malinteso tra evangelizzazione e colonizzazione, anche in Canada e negli Stati Uniti sorsero le “scuole residenziali” che furono, per almeno un secolo, lo strumento di cancellazione delle culture native, della loro spiritualità e delle loro lingue: circa 150mila bambini delle First Nations (compresi gli Inuit) e dei mezzosangue, furono deportati nel corso degli anni in centinaia di scuole distribuite in tutto il Nord-America. Queste furono, purtroppo, luoghi di soprusi e violenze e, in casi non rari, anche di genocidi. Si stima che almeno 4mila bambini e adolescenti indigeni, siano morti a causa di malattie, fame, freddo o a seguito di abusi subiti. Come ricorda il quotidiano “Avvenire”, questa tremenda pagina della storia canadese è emersa “in tutta la sua tragedia lo scorso anno quando, a più riprese e in punti diversi, attorno a queste scuole, sono state rinvenute delle tombe, anonime purtroppo, con i resti dei corpi di questi bambini” (1 aprile 2022). 

IL PROGETTO DI “RIPARAZIONE”

Negli ultimi anni, questi temi hanno trovato spazio nell’opinione pubblica e nell’agenda dei governi e delle Chiese. Il progetto di “riparazione” non riguarda, ovviamente, solo la Chiesa cattolica, pur pesantemente coinvolta, e non si risolve in una questione interna agli Stati, ma assume rilevanza internazionale. Sono da segnalare alcuni eventi importanti: la Relazione delle Nazioni Unite per i diritti umani del 4 giugno 2021, nella quale viene chiesto al governo canadese e alla Chiesa cattolica di condurre indagini rapide sulla scuola residenziale della Columbia britannica dove è stata trovata una fosse comune con i resti dei bambini che lì furono sepolti; l’istanza presentata dal Congresso dei Popoli aborigeni alle Nazioni Unite nel settembre dello stesso anno, dove si lamenta il protrarsi delle discriminazioni; infine, gli importanti accordi raggiunti il 4 gennaio 2022 tra il Governo Canadese, l’Assemblea delle First Nations, l’Associazione di sostegno alla infanzia e alla famiglia delle nazioni indigene, i capi indigeni dell’Ontario e la nazione indigena Nishnawbe Aski. Questi accordi prevedono il risarcimento in denaro per i bambini nativi che negli ultimi decenni sono stati tolti alle famiglie, e l’impegno a riformare il sistema dei servizi all’infanzia, al fine di correggere le discriminazioni passate ed evitare di ripeterle nel futuro. Atti che costituiscono, quantomeno, l’avvio di un serio processo di riparazione.



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