BUSH E L'IDOLO DELLA GUERRA
Nel convegno del 2003 ( La pace come progetto, MO n.7, 2003) si parlò del tempo della guerra, come un tempo medio, non breve, in cui la guerra sostituisce la politica e porta ad unità e sintesi i valori, che attraversano la società occidentale. È vero che c'è stato un imponente movimento della pace, ma questo non ha cambiato nell'immediato l'orizzonte dei problemi, soprattutto negli Stati Uniti.
Davvero l'11 settembre ha rappresentato uno spartiacque e non solo per la società americana. In quella data Bush ha avuto come una nuova investitura, ben più forte di quella avuta, in modo incerto e confuso, nelle elezioni del 2000. Ha ricevuto come un'unzione dal paese, per guidarlo nella lotta del bene contro il male.
E oggi si può dire che “la guerra che si profila come nuova costante è la guerra per la paura.
Apparentemente per liberarsi dalla paura, ma in sostanza per alimentare la paura senza la quale nessuno darebbe un soldo o rischierebbe un'unghia”. Ma sembra anche che l'11 settembre abbia come dato una nuova vocazione e, potremmo dire, una vocazione religiosa al popolo americano: pensare alla sua salvezza come via per salvare il mondo.
Tutto questo sta dietro la vittoria di Bush e spiega il suo straordinario successo dentro i movimenti religiosi cristiani. Non si tratta solamente della polemica contro gli omosessuali o della questione dell'aborto, che pure hanno pesato in questa campagna elettorale. C'è un filo che unifica tutto, che mette in fila tutti i valori, ed è la guerra, che diventa come l'idolo, a cui tutto sacrificare : la guerra del bene contro il male, dei valori contro il disordine, della civiltà contro il terrorismo, degli Stati Uniti contro gli Stati canaglia.
In questa guerra totale e senza limiti si supera la soglia del numero di morti tollerabili.
Si era detto che gli Usa non avrebbero sopportato il superamento della quota mille morti in Iraq. In realtà questa soglia è stata superata, senza particolari drammi, se non quelli delle famiglie delle vittime . Ma morire in una crociata dà senso al dolore di un popolo. Si era pensato che la scarsità di successi militari, il modo pasticciato di condurre la guerra e i casi di tortura, subito dimenticati, avrebbero spinto l'opinione pubblica ad abbandonare il sostegno a Bush. In realtà è avvenuto esattamente il contrario. Il popolo americano ha riconosciuto con un successo senza precedenti che Bush è il comandante in capo di questa guerra per la vita e per la morte della nazione, per il bene e per il male del mondo.
In questa guerra continua, che si autoalimenta dall'impronta religiosa, nuovi obiettivi verranno . E l'Iran sembra il nuovo capitolo, già pronto per essere scritto, perché come tutte le crociate, si scelgono sempre i nemici da combattere.
Molti, giustamente, hanno osservato che il voto americano è stato un voto radicale, non moderato. Non si è votato per l'economia, lo stato sociale, il multilateralismo e una nuova politica internazionale. Si è votato prima di tutto per dare forza ad una prospettiva religiosa, capace di porre l'America al centro del mondo. La paura, alimentata dal terrorismo, si è rovesciata in un senso di onnipotenza assolutamente pericoloso, perché giustificato religiosamente. In realtà non c'è nessun messia da esaltare né terra promessa da conquistare, ma la convinzione degli elettori che hanno votato Bush, al contrario, domanda un'America vero soggetto messianico, capace di portare alla terra promessa , là dove non c'è più il male rappresentato dal terrore e dagli Stati canaglia.
Ma c'è un problema che è dinanzi a tutti. Nel tempo della guerra c'è la paura. Essa non va esorcizzata. Ad essa va data una risposta.
Non se ne può diventare ostaggi, ma non va sottovalutata. È necessaria una politica forte, che trasfiguri la paura nella speranza, la crociata in dialogo, la lotta del bene contro il male in atti politici che diano fiducia nel futuro, la cultura del nemico in riconoscimento dei diritti di ciascuno e la guerra in azioni di giustizia e di sviluppo. Questo è il compito e la sfida di chi oggi vuole costruire la pace.
Non si sconfigge la paura con le formule e con il politicismo, ma con una visione e un'azione di lungo periodo, che dia ai Paesi e ai popoli il senso di una missione e l'orizzonte del futuro.Tutto questo non vale solamente per gli Usa ma anche per l'Europa e il nostro Paese. Si esce dal tempo della guerra, che è anche il tempo della paura, con il coraggio di progetti vigorosi che sappiano interpretare la domanda di vita dei popoli, che si nasconde sempre nella paura di morire. L'Europa ha oggi questa responsabilità.
L'Italia, per la sua storia e la sua vocazione, ha un ruolo decisivo per costruire una nuova cultura e politica di pace, anche se chi ci governa sembra pensare ad altro.







