Alle fonti dell’amore
L’ULTIMO DOCUMENTO DEL CONCILIO
Il fatto che il documento sull’attività missionaria della Chiesa Ad Gentes – avviato verso la fine del 1960 con l’istituzione della Commissione preparatoria –, sia stato approvato soltanto il 7 dicembre 1965, ultimo giorno del Concilio, lascia intuire la travagliata genesi del decreto, che ha conosciuto diversi schemi preparatori e numerose formulazioni prima di giungere alla redazione attuale. Durante la discussione sullo schema, numerosi Padri conciliari avevano chiesto che il documento chiarisse, prima di tutto, il fondamento teologico della missione e che i suoi orientamenti fossero in sintonia con la costituzione sulla Chiesa Lumen gentium.
I Padri sentivano, infatti, il bisogno di sottrarre, per così dire, l’attività missionaria ad un certo pragmatismo ampliandone gli orizzonti oltre la prospettiva delle cosiddette “missioni estere”, per radicarla nella missione della Chiesa in quanto tale. A queste richieste risponde il primo capitolo (AG 2- 9) il cui intento è appunto quello di chiarire la natura, il fine della missione e i suoi fondamenti teologici. Seguono, poi, altri cinque capitoli che trattano rispettivamente: L’opera missionaria in se stessa (cap. II), Le Chiese particolari (cap. III), I Missionari (cap. IV), L’organizzazione dell’attività missionaria (cap. V), La cooperazione (cap. VI).
Per cogliere in profondità la rinnovata prospettiva teologica, tuttavia, Ad Gentes dovrebbe essere letto sullo sfondo degli eventi che hanno segnato la missione degli ultimi secoli: la frammentazione dell’unità d’azione delle forze missionarie a seguito della questione dei riti cinesi (dal 1630 all’inizio del XVIII secolo), il declino delle potenze coloniali di Portogallo e Spagna, la soppressione della Compagnia di Gesù (1773), lo scioglimento degli Ordini religiosi e la battuta d’arresto dello slancio missionario causata dalla rivoluzione francese (1789-1799), la vigorosa ripresa missionaria del XIX e XX secolo, il processo di decolonizzazione di molti “paesi di missione” e, non ultimo, l’immenso sforzo di riflessione ecclesiologica e missiologica iniziato nel XIX secolo e confluito nel Vaticano II.
Ci basti tuttavia sostare sul primo capitolo, alla cui luce va letto e compreso tutto il decreto, anche in quei punti in cui – essendo stato adottato il metodo della giustapposizione – esso presenta discordanze non risolte.
L’“AMORE FONTALE” DI DIO PADRE
Dopo un breve preambolo, in cui è affermata l’urgenza e l’estensione universale del dovere missionario, il primo capitolo si apre con una chiara enunciazione della natura missionaria della Chiesa e del suo fondamento: “La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine” (AG 2).
In altre parole, la Chiesa è missionaria perché scaturisce dalla vita trinitaria di Dio e da essa fluisce come sua attuazione nella storia.
Già l’incipit recitava: “Inviata per mandato divino alle genti per essere «sacramento universale di salvezza», la Chiesa […] si sforza di portare l’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini” (AG 1) dove l’originale latino “divinitus missa” pone l’accento non tanto sul “mandato divino” quanto sulla “natura” di Dio, la cui essenza è amore, misericordia, benevolenza, volontà di salvezza per tutti. La Chiesa, di conseguenza, è “missionaria” perché è forgiata dalla stessa fornace incandescente dell’amore trinitario che vuole effondersi su tutto e tutti in modo storico, visibile, concreto, personale.
Per questa sua intima natura, che la costituisce “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1), la Chiesa è resa dimora dell’”amore fontale” (AG 2), ossia della carità di Dio Padre che nel suo “arcano disegno di sapienza e di bontà” (LG 2) vuole attrarre tutti a sé per rendere tutti partecipi della sua vita “procurando insieme la sua gloria e la nostra felicità” (AG 2).
E qui, Ad gentes tocca uno dei suoi vertici additando nella “felicità umana” associata alla “gloria di Dio”, e viceversa, il vero fine della missione (cf. Ireneo, Ad haer. IV. 20.7: “Gloria Dei vivens homo. Vita autem hominis, visio Dei”). Il dinamismo d’amore trinitario che attraverso la Chiesa trabocca sull’umanità, infatti, non ha altro scopo se non portare tutto e tutti a quella pienezza di vita, individuale e collettiva, che trova la sua massima attuazione nella comunione con Dio: “Piacque a Dio chiamare gli uomini a questa partecipazione della sua stessa vita non tanto in modo individuale e quasi senza alcun legame gli uni con gli altri, ma di riunirli in un popolo, nel quale i suoi figli dispersi si raccogliessero nell’unità” (AG 2).
LA MISSIONE DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO
Per realizzare questo progetto, Dio interviene trinitariamente inviando il Figlio nella carne ed effondendo lo Spirito, perché “entrambi collaborassero, sempre e dovunque, nell’opera della salvezza” (AG 4). In quest’interdipendenza trinitaria, la missione del Figlio si configura essenzialmente come movimento di discesa dal mondo di Dio al mondo dell’uomo, come condivisione e assunzione di tutto ciò che – eccetto il peccato – è proprio della condizione umana (cf. Fil 2,6-11) per elevarlo, redimerlo, e renderlo partecipe della natura divina.
Il realismo dell’incarnazione del Figlio, venuto a servire e non ad essere servito, è qui messo in evidenza dalla citazione di Lc 4, 18: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio”. Per contro, la missione dello Spirito si configura come movimento lievitante che “dal di dentro del piano di salvezza” (AG 4) muove e spinge progressivamente l’umanità verso la pienezza dell’incontro e della comunione con Dio in Cristo: prevenendo, accompagnando e dirigendo l’azione apostolica stessa, Egli stimola la Chiesa ad estendersi fino agli estremi confini della terra per la durata dei secoli.
Resa partecipe di questo dinamismo, la Chiesa condivide sia la missione del Figlio: annunciando a tutti la sua venuta nella carne e dando testimonianza della sua morte e risurrezione; sia la missione dello Spirito: facendo “opera di raccolta” (LG 13) di tutto ciò che di buono e santo Egli ha operato nel mondo “prima ancora che Cristo fosse glorificato” (AG 4), purificando ed elevando quegli elementi “di verità e grazia” (AG 9) presenti tra le genti, portando a maturazione i “semi del Verbo” da Dio immessi nelle culture prima ancora della predicazione del Vangelo (AG 18).
LA MISSIONE DELLA CHIESA
In questo suo andare, la Chiesa scopre anche la varietà di servizi che è chiamata a realizzare nella storia per portare a compimento il piano di Dio. Il paragrafo n. 6, in particolare, mentre dichiara uno e immutabile il compito missionario della Chiesa riconosce che la sua attuazione varia secondo i tempi, le situazioni e le circostanze dei popoli in mezzo ai quali essa è inviata. La missione conosce, infatti, inizi e gradi, battute d’arresto e riprese, ma anche variegate forme di annuncio e di servizio che vanno dalla testimonianza di vita al dialogo (AG 11), dalla presenza della carità (AG 12) alla evangelizzazione e conversione (AG 13), dalla formazione della comunità cristiana (AG 15) alla promozione della vita religiosa (AG 18).
A dare, tuttavia, unità e coesione a questi diversi momenti e fasi è il fine unico ed esclusivo della missione, quello di“servire l’uomo rivelandogli l’amore di Dio, che si è manifestato in Gesù Cristo”, come autorevolmente ribadirà Giovanni Paolo II nella sua enciclica missionaria Redemptoris missio (n. 2).
CONCLUSIONE
In un tempo in cui da più parti l’attività missionaria della Chiesa sembra essere messa in discussione – sia per il relativismo ideologico imperante sia per le derive antropologiche che l’attraversano, il richiamo al fine unico della missione e all’unità del piano di Dio, il quale ha nell’amore trinitario la sua fonte e il suo termine, può aiutare, non solo a ridare vigore, senso e slancio alle molteplici attività missionarie,
ma, soprattutto, a riscoprire la centralità del dono di Dio che è Cristo, l’Unigenito dato per la salvezza del mondo.






