AL SEPOLCRO MISSIONE AL FEMMINILE
Conosciamo tutti l’episodio dei discepoli di Èmmaus. Ha ispirato pittori, musicisti, artisti di ogni tempo: i discepoli che se ne vanno tristi, abbattuti dalla morte in croce di Gesù; il Risorto che si avvicina senza farsi riconoscere; le parole che scaldano il cuore e lo spezzare il pane che apre la mente. È un brano bello e famoso. Al mattino di quello stesso giorno, invece, era accaduto qualcosa di meno appariscente, un episodio che non ha attirato troppo i lettori: all’alba alcune donne si sono recate al sepolcro e l’hanno trovato vuoto; non hanno avuto il privilegio di incontrare Gesù – come i due di Èmmaus – eppure sono diventate le prime annunciatrici del Risorto. Leggiamo il brano che racconta la loro esperienza, perché secondo Luca è di vitale importanza (Lc 24,1-12).
La cronologia di quegli ultimi giorni non è difficile da ricostruire: alla sera del giovedì Gesù ha cenato per l’ultima volta con i suoi discepoli, poi sono andati a pregare al Getsèmani e qui Gesù è stato catturato dalle autorità giudaiche. Condotto prima davanti al sinedrio e poi davanti a Pilato, è stato condannato alla crocifissione. Morto alle tre del venerdì pomeriggio, è stato subito sepolto. Il sabato tutto si ferma, secondo la tradizione ebraica. Il giorno dopo il sabato, ecco che alcune donne vanno al sepolcro per onorare il corpo di Gesù.
UN FATTO INATTESO
Il brano inizia in modo molto veloce, portandoci subito nel luogo in cui Gesù era stato deposto venerdì pomeriggio:
Il primo giorno della settimana, al mattino presto esse si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù (vv. 1-3).
Protagoniste di questo inizio di racconto sono alcune donne; lo capiamo dal pronome femminile “esse”. Ma chi sono queste tali?
Per avere una risposta basta tornare indietro di qualche versetto: dopo la morte di Gesù, Giuseppe di Arimatea chiese a Pilato di poter prendere il suo corpo; “lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro […]. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù” (Lc 23,53-54).
Ecco di chi si tratta: un gruppo di donne che aveva seguito Gesù fin da quando era in Galilea; possiamo immaginare, dunque, che siano state con lui anche lungo tutto il viaggio verso Gerusalemme. Come per fugare ogni dubbio, al v. 10 l’evangelista fa anche un elenco: “Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro…”.
C’era già stato nel Vangelo secondo Luca un elenco di donne al seguito di Gesù; siamo proprio nel periodo della Galilea, quando l’evangelista annota che “c’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni” (Lc 8,1-3). In entrambi i casi Luca ci riporta alcuni nomi e poi aggiunge che però ce n’erano anche altre. Un bel gruppo, insomma.
Sono proprio loro, quelle che da mesi stavano con Gesù e con gli apostoli, che ora vanno al sepolcro. Che ci vanno a fare? C’è scritto che avevano con sé gli aromi per la sepoltura. In segno di rispetto per il defunto, infatti, gli ebrei usavano cospargere il corpo di oli profumati, prima di seppellirlo; poi lo avvolgevano in un sudario e lo ponevano nella tomba. Il venerdì santo Giuseppe di Arimatea non aveva avuto tempo di farlo, ma aveva frettolosamente avvolto Gesù in un telo; ora le donne vanno al sepolcro per completare l’opera.
Questa loro decisione ci fa pensare, perché significa che quando vanno al sepolcro non si aspettano minimamente che Gesù sia risorto. Sono andate lì per onorare il corpo di un caro defunto, non per incontrare una persona viva. Erano state con lui in Galilea e poi nel viaggio verso Gerusalemme; Gesù aveva detto più volte che il terzo giorno sarebbe risorto; eppure le donne se lo sono dimenticate completamente. Non giudichiamole: nemmeno gli apostoli se lo sono ricordati. Ovviamente la morte in croce ha avuto la capacità di azzerare la memoria; le donne e i discepoli sono stati schiacciati dal peso della croce.
L'IMPORTANZA DELLA MEMORIA
Proprio non se l’aspettavano di trovare la tomba vuota. E infatti rimangono di sasso, non sanno che cosa pensare; per fortuna che arrivano due angeli e spiegano il senso di quello che stanno vedendo:
Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”» (24,4-7).
Guardiamo alle parole degli angeli: prima usano l’indicativo, per dire che Gesù è risorto; e poi l’imperativo, per raccomandare: “Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea…”.
Le loro parole fanno eco a quelle pronunciate per tre volte da Gesù; leggiamo per esempio Lc 9,22: “Il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. In fin dei conti, gli angeli non dicono nulla di nuovo alle donne; semplicemente le invitano a ricordare.
E così, riattivando la memoria, spazzano via l’effetto della paura e riportano al clima più sereno della Galilea, quando Gesù diceva sì che sarebbe morto, ma anche che sarebbe poi risuscitato per vivere per sempre.
L'ANNUNCIO SPONTANEO
Dal ricordo nasce spontaneo l’annuncio; non serve neanche che gli angeli diano il mandato ufficiale: non appena ricordano, vanno di corsa a parlarne ai discepoli:
Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto (24,8-12).
Purtroppo il finale non è tra i più sereni: le donne annunciano, ma gli apostoli non credono! Pietro fa la mossa di andare al sepolcro a controllare, ma – come avevamo già visto per le donne – vedere il sepolcro vuoto non serve a nulla. Gli uomini non credono. Eppure anche loro avevano ascoltato l’annuncio di Gesù in Galilea; anche loro ora lo ricorderanno.
Ma, ciononostante, non credono. Prima o poi ci arriveranno anche i discepoli alla fede, su questo non c’è dubbio; capiterà poche ore dopo, quando i due di Èmmaus e tutti gli altri incontreranno il risorto e crederanno in lui. Però le donne ci hanno creduto pur senza averlo visto, e questo per Luca è importantissimo.
LE RELIQUIE DELLA RISURREZIONE
Quando Luca scrive, infatti, sono già passati almeno alcuni decenni dalla morte e risurrezione di Gesù. Nessuna delle persone a cui l’evangelista si rivolge ha mai visto il Signore di persona; nemmeno lui, nemmeno Luca: è un cristiano della seconda generazione, un discepolo dei discepoli di Gesù.
Luca non può portare prove; non ha reliquie da mostrare, per convincere i suoi; ha solo la sua parola: il Signore è risorto, come aveva detto. Proprio come le donne che, in quel mattino di luce, sono andate al sepolcro.
Non hanno incontrato Gesù, ma hanno creduto ricordando la sua parola e poi hanno annunciato questa loro fede. Proprio come noi, oggi.
Non abbiamo prove per convincere dell’esistenza di Dio, né della risurrezione di Gesù; possiamo solo dire: so che “mi ha amato, e ha consegnato se stesso per me”, e da quando l’ho scoperto “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
L’unica reliquia della risurrezione è la nostra parola, la nostra vita.






