Abitare le soglie del nuovo
L e vecchie visioni della politica, dell’economia, della società ci hanno accecato, scrivono i filosofi della complessità Edgar Morin e Mauro Ceruti nel loro saggio a quattro mani: La nostra Europa (2013). Da qui la necessità di costruire nuove visioni per un continente che si sta spegnendo, anche demograficamente.
La crisi dell’Europa, continuano i due pensatori, è una “crisi di civiltà”, dei suoi valori e delle sue credenze, ma soprattutto una transizione fra un mondo antico e uno nuovo.
Viene da questa appassionata riflessione il sottotitolo del Convegno di Missione Oggi 2013: Sulla soglia di un nuovo mondo. Va in questa direzione anche l’analisi tracciata dal primo relatore, Mauro Ceruti, con particolare riguardo al vecchio mondo, più che mai bisognoso di abitare le soglie del nuovo a tutti i livelli: psichico, sociale, pedagogico, culturale, etico, economico, politico ecc.
In questa “crisi di civiltà” anche le Chiese e i cristiani, soprattutto in Europa e Nordamerica, stanno soffrendo una metamorfosi inedita, al punto che un teologo di fama internazionale, Jean Marie Tillard (1927-2000), è giunto a chiedersi, nella sua Lettera ai cristiani del Duemila (1999), se siamo gli ultimi cristiani. Viene da questo testo illuminante il titolo-domanda del nostro Convegno: Siamo gli ultimi cristiani?
Tillard accenna una risposta: “Siamo certamente gli ultimi di tutto uno stile di cristianesimo. Non siamo gli ultimi cristiani”.
L’esperienza cristiana, infatti, abita la soglia di una novità inesauribile, sicché potremmo essere gli ultimi testimoni di un certo modo di essere cristiani e i primi di un nuovo stile di Chiesa. In questi termini si esprime anche il secondo relatore, il teologo spagnolo Andrés Torres Queiruga, nella sua relazione sul Vangelo in tempo di pluralismo religioso. Egli avverte la necessità di tornare all’esperienza radicale della gratuità evangelica: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Perciò, la Chiesa non deve annullare la sua missione, ma semplicemente mutarne forma e senso. Anzi, essa dovrebbe valorizzare di più la missione – il Vangelo delle periferie e dei margini –, come impulso paradigmatico per quella riforma strutturale della Chiesa, più volte evocata dal Concilio Vaticano II (1962-1965) e mai compiuta.
Il Vangelo delle periferie e dei margini è ripreso sia dall’intervento di Francesco Marini, missionario saveriano, sulla sfida di essere cristiani in Asia, più precisamente nel paese con più musulmani al mondo, l’Indonesia, dove la Chiesa, grazie al “triplice dialogo”, si è messa in ascolto delle culture, delle religioni e dei poveri; sia da quello di Carlos Mendoza-Álvarez, teologo domenicano, sulla sfida di essere cristiani in America latina, dove la Chiesa, grazie alla “teologia della liberazione”, si è fatta povera con i poveri e serva delle vittime.
L’alternativa davanti alla quale ci pone questo Vangelo del dialogo (Asia) e delle vittime (America latina) è chiarissima: o andiamo nella logica dell’esclusione dell’altro – e sarà il declino di un continente e dei suoi valori etici, anche di matrice cristiana; oppure nella logica dell’inclusione – e allora potremo ancora sperare nel domani dell’Europa e dei cristiani in questo continente. Una cosa è certa, coinvolta nelle grandi mutazioni del mondo in cui essa si incarna, la Chiesa è destinata inevitabilmente a meticciare il suo volto.
Se saprà ascoltare il Vangelo del dialogo e delle vittime potrà anche abitare e varcare le soglie del nuovo.







