A PESTE, FAME ET BELLO LIBERA NOS DOMINE…
Prima la pandemia, due anni di vita rubata, fra sofferenze, morti, solitudini, restrizioni della libertà, crisi economica, e ora la guerra, seminagione di violenze e odio, con le sue distruzioni, le masse dei profughi in fuga e la forsennata corsa verso il rischio nucleare. A peste fame et bello libera nos Domine… I cavalieri dell’Apocalisse sembrano lanciati in una carica micidiale su un’umanità frastornata, prigioniera di logiche insane che spingono a moltiplicare azioni e reazioni belliche, nell’ingannevole convinzione che solo la “ragione” delle armi possa mettere fine a questa tragica crisi. E quel che è peggio, i ragazzini che hanno riempito con scrupolosa precisione le bottiglie molotov, secondo le istruzioni degli adulti per “eroiche” gesta, non sanno quanto veleno hanno versato nei loro animi. Certo tutto questo è colpa di chi ha deciso la brutale invasione di un paese sovrano, ma non solo. Trionfa di nuovo la retorica militarista, mentre il termine pacifista è diventato quasi dispregiativo, come fosse la scelta della viltà.
Non era possibile opporre all’aggressione russa una forma di resistenza alternativa che evitasse i massacri e gli sventramenti delle città? Si, ma le lezioni storiche di chi si è rifiutato di rispondere alla violenza con la controviolenza per risparmiare il proprio popolo, come in Cecoslovacchia nel 1968 e persino in Polonia nel 1981, sono cadute in uno sciagurato oblio. Ancora una volta si sono sbeffeggiate la teoria e le tecniche della nonviolenza, mai abbastanza studiate, bollandole come utopistiche e inefficaci e di Gandhi si è citato l’unico passo in cui giustifica l’uccisione del folle, armato di scimitarra, che sta per far strage di fanciulli. E tutto il resto delle sue opere e dei suoi straordinari esempi di satyagraha che hanno steso l’impero coloniale inglese?
Si è messa la sordina anche al papa che più volte ha qualificato la guerra una “pazzia” e il conflitto un atto “crudele”, “mostruoso”, “ripugnante” e “sacrilego”. Non è stato preso in considerazione il suo profetico messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2017: “La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato… conduce nella migliore delle ipotesi a migrazioni forzate e a immani sofferenze… La nonviolenza attiva è... un programma e una sfida per i leaderpolitici e religiosi… Tutti possono essere artigiani di pace!”.
Chi viene decisamente accantonato o mistificato con ermeneutiche addomesticanti, anche dai cristiani, è il Cristo delle Beatitudini e del Discorso sulla montagna (cfr. Mt 5-7). Colui che ha dichiarato figli di Dio i costruttori di pace, superato la legge del taglione chiedendo di porgere l’altra guancia, individuato la perfezione nell’amore dei nemici, è ridotto a un predicatore di paradossi da non prendere sul serio. Del resto che Gesù sia inattuale è vero. Non perché sia vissuto duemila anni fa, ma perché è un evento escatologico, anzi l’eschaton, il compimento delle promesse, il futuro di Dio che ha fatto irruzione nella storia, ma che è “altro” rispetto al mondo e alle sue logiche. Insomma Cristo ci sta davanti, non dietro alle spalle. Uno dei primi polemisti anticristiani, Celso, chiedeva scandalizzato perché Gesù fosse venuto così tardi: “Cur tam sero?”. Come mai era venuto a salvare solo in quel momento? Oggi sarebbe più giusto domandarsi: “Cur tam cito?”: perché così presto? Perché siamo ancora così lontani dall’umanità nuova di Cristo e dal suo Vangelo? Viviamo un’epoca post-cristiana o non ancora cristiana?







