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INTERVENTO SUL CLIMA: PRIORITÀ PER TUTTE LE FEDI

From the Editor’s Desk

“The Tablet” – 27 settembre 2014

Il cambiamento climatico spesso significa meno pioggia. Meno pioggia spesso significa mancati raccolti. È allora che la gente muore di fame. Questo l’allarme lanciato dall’arcivescovo Zacchaeus Okoth, presidente della Commissione giustizia e pace della Conferenza episcopale del Kenya, in occasione dell’incontro dei leader mondiali per discutere come proteggere l’ambiente dallo scempio causato dall’uomo. In altre parole, l’intervento per invertire la rotta attuale – il 2013 è stato l’anno più “sporco” di sempre del genere umano – è una questione di vita o di morte.

Ciò è particolarmente vero per i contadini poveri che vivono al margine della sussistenza in Africa e in altre economie in via di sviluppo.

Che sia a causa della guerra o dei mancati raccolti, sono sempre i poveri a portarne il peso.

Il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha ricordato alle Nazioni Unite un principio fondamentale, la “responsabilità di proteggere”, che rappresenta la loro ragion d’essere. A tale principio si fece riferimento essenzialmente in caso di genocidio o di altre violazioni dei diritti umani, come in Bosnia o in Ruanda. Esso afferma che, come ultima risorsa, uno Stato possa intervenire negli affari di un altro Stato senza il suo permesso, se quell’intervento è il solo modo per evitare una catastrofe umanitaria. Quasi sempre le vittime di tali eventi sono povere e impotenti, e devono dipendere dall’intervento di altri per la loro sicurezza e per la loro sopravvivenza. Analogamente, ciò è quanto può succedere in conseguenza del cambiamento climatico.

In tal caso, tuttavia, i responsabili del cambiamento non sono necessariamente estremisti, ma persone normali, che non hanno ancora adattato i loro principi morali alla necessità di protezione dell’ambiente e all’attenzione che questa richiede.

Oppure i responsabili potrebbero essere investitori istituzionali, che considerano i possibili utili derivanti da una partecipazione azionaria in una società petrolifera. Oppure governi, che esitano a imporre tasse impopolari. Tutte queste cose succedono.

Ma succede anche che chi acquista un’automobile rinunci a una di quelle che consumano molto, specialmente se diesel, in favore di alternative meno costose e più pulite, compresa la bicicletta; il governo britannico ha dichiarato che eliminerà i sussidi per i combustibili fossili e che commissionerà una nuova generazione di centrali nucleari per la produzione di energia elettrica. Negli Stati Uniti, in particolare, è in atto quasi una rivolta degli investitori contro le industrie dipendenti da combustibili fossili; le Università, le Chiese e gli enti di carità ritirano i loro soldi dai fondi d’investimento e li investono altrove. L’arcivescovo Desmond Tutu ha annunciato una campagna per rendere questo boicottaggio universale. Nel frattempo, i governi cinese e americano, che insieme sono responsabili quasi per la metà del totale delle emissioni globali di anidride carbonica, hanno raggiunto un accordo su un programma di azione comune contro il cambiamento climatico.

Niente di tutto questo è tuttavia sufficiente.

Come due noti scienziati hanno sostenuto sul periodico Science, uno dei modi più promettenti per accelerare la trasformazione verde dell’economia del pianeta sarebbe rappresentato dall’esempio, e dalla pressione ad agire che ne deriva, delle principali istituzioni religiose. Se essi avessero in mente il Vaticano, sfonderebbero una porta aperta, non da ultimo perché è noto che papa Francesco sta preparando una dura enciclica sul dovere dell’umanità nei confronti dell’ambiente. In effetti, si tratta di una questione religiosa, una materia di fede, perché il saccheggio dell’ambiente è una forma di sacrilegio, che danneggia intenzionalmente la gloria della creazione divina.


Traduzione italiana a cura di Federico Tagliaferri

pubblicata con il consenso dell’editore

© The Tablet Publishing Company Ltd.

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