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RAPPORTO DELLE NAZIONI UNITE

LA FUTURA FORMAZIONE DEI PRETI QUANDO LA TEOLOGIA SUPERA LA PSICOLOGIA

Jim Christie
“The Tablet” - 13 febbraio 2014

Il comitato delle Nazioni Unite ha riportato l’attenzione sulla preparazione dei preti al ministero. In questo articolo, un prete-psicoterapeuta sostiene che la gestione della crisi degli abusi sessuali è stata inibita dal concentrarsi sulla teologia anziché sulla comprensione della psiche umana.

Nei tardi anni ’60, le nostre scuole di teologia erano in fermento per l’influenza che su di esse esercitava il Concilio Vaticano II, ma ciò non aveva ancora inciso sulla nostra pratica del confessionale.

Tra l’altro, eravamo soliti assistere a “false confessioni”, in cui (davanti a tutti) coloro che dovevano essere ordinati facevano a turno i confessori, mentre Paul Brassell, il nostro formidabile professore, faceva la parte del penitente. La straordinaria padronanza di accenti e dialetti diversi da parte di p. Brassell e il realismo con cui diceva le cose, sia che provenissero da un uomo, sia da una donna, sia da un bambino, rendeva l’intero esercizio istruttivo e divertente.

Il recente articolo di Catherine Pepinster pubblicato su The Tablet il 4 gennaio 2014 circa alcune mancanze nella pratica del confessionale riguardanti il sesto comandamento solleva alcuni punti significativi, che ci portano ai problemi contemporanei degli abusi sessuali e su come questi vengono affrontati. Ricordo l’enfasi con cui Paul Brassell sottolineava che una menzione breve o vaga di un peccato poteva essere usata da un penitente per eludere l’attenzione di un prete stanco; e “violare il sesto comandamento” poteva essere utilizzato come eufemismo per varie azioni, fino allo stupro. Era previsto che il confessore facesse domande discrete per stabilire (almeno nella sua mente) se il peccato fosse mortale, così da poter calibrare il suo consiglio e la penitenza.

Era un principio chiaro che ogni peccato contro il sesto comandamento era mortale, perciò non vi era alcuna necessità di ribadirlo: nessun dubbio, con sollievo di alcuni confessori. Ma c’erano chiari avvertimenti contro le domande morbose.

Vi era anche la necessità di valutare la gravità o la colpevolezza del peccato, anche all’interno del principio che quelli erano tutti mortali. Così, se un marinaio aveva rapporti con una prostituta in un porto straniero, era colpevole in modo meno grave che se avesse avuto rapporti sessuali con – o sedotto intenzionalmente – ragazze minorenni e se ne avesse stuprata qualcuna. I peccati più atroci erano quelli commessi da un prete che avesse confessato di aver adescato un penitente nel confessionale, o di aver assolto una donna con cui aveva avuto rapporti. Il caso peggiore di tutti era quello dell’adescamento accompagnato dalla promessa dell’assoluzione.

Non abbiamo mai potuto stabilire quale fosse “il peggiore” aspetto di queste trasgressioni morali. Abusare della vulnerabilità della donna era già abbastanza, e ciò era ancora più grave se il confessore si era fatto l’opinione, alla luce di ciò che la donna aveva detto, che essa potesse essere una facile preda: quella era depravazione. Ma vi era anche la questione del sacrilegio, o dell’abuso del sacramento: ciò che si potrebbe definire un peccato teologico. Ciò era forse peggio di qualsiasi altro abuso su un altro essere umano? Non tutti lo pensavano.

L’opinione diffusa era che il peccato teologico non avesse conseguenze: una volta assolto, il peccatore era completamente rigenerato. Al contrario, l’abuso della donna poteva avere conseguenze profonde, durevoli e di vasta portata. Ma a ciò non si faceva mai riferimento nelle nostre lezioni; non vi era alcuna nozione che in tale circostanza il prete-penitente avesse inflitto un danno a qualcuno, e che dovesse tentare di ripararvi, almeno assicurandosi che essa ricevesse la cura pastorale di cui aveva bisogno.

Può valere la pena di aggiungere qui che durante le lezioni molta poca attenzione veniva riservata alle trasgressioni omosessuali, nemmeno nel caso in cui si fosse trattato di intento o comportamento seduttivo, mentre assolutamente nessuna attenzione era data all’abuso sessuale sui minori.

Dall’altra parte della via, durante le lezioni di diritto canonico, Theodore Davey osservava seccamente che nel diritto canonico le pene previste per i preti per i casi di adescamento nel confessionale ecc., non si applicavano nel contesto omosessuale (il che non rendeva tali comportamenti “non sbagliati”). Se stimolato su questo punto egli rispondeva che forse il diritto canonico, come la regina Vittoria, semplicemente non credeva che cose simili potessero accadere.

È facile osservare come una cultura improntata all’eccessiva reticenza (che avrebbe potuto soddisfare alcuni penitenti, ma anche alcuni preti poco sicuri o poco esperti) avrebbe potuto svilupparsi a partire da questa dinamica, anche alla presenza delle migliori intenzioni da parte di coloro che formavano i seminaristi. Per il penitente, soprattutto nel caso di una donna che fosse di fronte a un prete severo e fobico, c’era la vergogna; per il confessore ci poteva essere una sensazione, difficilmente riconosciuta, di non essere all’altezza.

Probabilmente la formazione che abbiamo ricevuto era inadeguata, specialmente nel campo della cura pastorale, anche se mi chiedo che tipo di preparazione ricevessero allora medici e avvocati per affrontare simili situazioni. La società all’epoca era quello che era, non vi era praticamente alcuna attenzione per questioni come l’abuso sessuale sui minori, e molto poca per lo sfruttamento sessuale delle donne. Allo stesso tempo, tutti gli approcci psicologici (e in particolare tutto ciò che proveniva da Freud) era visto dalla Chiesa con il massimo sospetto, in quanto essa riteneva che si trattasse di sciocchezze dannose e libertarie, non meritevoli di essere studiate.

In un tentativo di indagare su alcune di queste questioni, specialmente su come fosse potuto accadere che l’abuso sessuale abbia richiesto un tempo così lungo per essere identificato come un crimine contro i bambini, ho pubblicato con uno pseudonimo un articolo dal titolo “Abuso sessuale: che succede ora?” (in The Month, febbraio 1995). Nessuno ha risposto.

Cercavo di valutare l’idea secondo la quale, fino a non molto prima del momento in cui negli Stati Uniti si è levato il clamore per gli abusi sessuali commessi da preti e per il conseguente insabbiamento da parte dei loro superiori, era opinione comune (perfino tra la maggioranza degli psicologi) che gli abusi sessuali non causassero danni particolari alle vittime. La controprova che veniva citata di questo fatto era l’osservazione che esse non ricordavano di aver subito l’abuso.

Tuttavia, i progressi nella teoria e nella pratica della psicoterapia, specialmente per i bambini, hanno applicato il concetto dei processi inconsci, e della repressione in particolare, per provare al di là di ogni dubbio che i bambini subivano danni profondi a causa degli abusi di ogni tipo (non solamente sessuali). È stato dimostrato che le vite degli individui sono state danneggiate anche se le vittime non hanno mai ricordato l’abuso subito. È stato inoltre dimostrato che l’abuso può essere riportato alla memoria da una psicoterapia attenta e rispettosa, e che i suoi effetti negativi sulla persona possono essere gradualmente eliminati.

Probabilmente vi sono stati atteggiamenti (mai chiaramente espressi perché non reggono ad una verifica) che consideravano che i bambini non soffrono di alcun danno a lungo termine, anzi in effetti alcuni di essi sembravano “desiderarlo”: il prete aveva peccato ma quello è principalmente un peccato teologico contro il suo sacerdozio, e uno volta assolto non ha conseguenze.

Fino a quando, recentemente, i bambini hanno cominciato ad essere creduti dagli assistenti sociali e dagli psicoterapeuti quando lamentavano di subire abusi e gli adulti hanno cominciato a ricordare e a identificare le esperienze di abusi subiti nell’infanzia, allora questi atteggiamenti inesplorati e non identificati hanno potuto prevalere, almeno a breve termine. Ciò può rappresentare una sorta di spiegazione, anche se non una scusa, di come nella Chiesa la copertura degli abusi abbia potuto proseguire così a lungo e di come essa in alcuni ambienti venga ancora difesa. L’idea che la vittima avesse bisogno di aiuto non ha avuto origine nella Chiesa cattolica.

Sono rimasto colpito quando ho letto su The Tablet (Novembre 2010) alcune osservazioni di Benedetto XVI sulle risposte agli abusi sessuali. A un certo punto, in particolare, Benedetto afferma: “Che cosa pensa uno così quando va all’altare? Come può qualcuno cadere così in basso? Non lo sappiamo”.

Questo è un dettaglio notevole di per sé: esso mostra l’umiltà di Benedetto, che ammette di essere confuso. Insieme ad alcuni colleghi, ho cominciato a chiedermi se questa sia stata la prima volta nella storia che un Papa abbia pubblicamente ammesso che c’è qualcosa che egli non sa. Ma è evidente che, prima e dopo la domanda di Benedetto, vi sono state persone che hanno offerto risposte.

Così, alcuni pensieri del mio articolo del 1995 suggeriscono che “[i preti in questione]… vivono vite solitarie, prive di emozioni, con poche o nessuna relazione soddisfacenti… e con un elemento nel carattere emozionale che li spinge verso questo… sollievo della loro infelicità. Questo elemento… probabilmente li rende incapaci di considerare il danno che stanno procurando ad altri esseri umani che sono i loro bersagli”.

Non pretendo di affermare che queste riflessioni siano in alcun modo definitive, ma esse indicano un contrasto. Benedetto ricorre ad un approccio puramente teologico e non trova risposta alla sua domanda. La risposta si trova in generale nella psicologia, nella psicodinamica e nella teoria dell’attaccamento in particolare.

Lo stimolo finale per la scrittura del presente articolo mi è giunto dall’osservazione di Catherine Pepinster nella sua rubrica di gennaio secondo cui “l’eresia ha battuto il sesso” (con riferimento storico alle violazioni sessuali nella comunità di Sant’Ambrogio, in cui ora è stato rivelato che l’Inquisizione stava prendendo in considerazione la possibilità di processare i colpevoli per eresia). Il punto da lei sottolineato, piuttosto, è che i rapporti in questione furono inseriti nel fascicolo “eresia” invece che nel fascicolo “malvagi”, e che per tale motivo non furono classificati come “riservati” e così sopravvissero giungendo fino a noi, ma il risultato sembra indicare che l’originale rapporto psicologico (sessuale) sia stato comunque teologizzato.

L’osservazione della Pepinster può essere così riformulata: “la teologia supera la psicologia”; in questa forma fa luce su ciò che stiamo osservando. Può darsi che vi sia ancora una passione nella Chiesa (e non solo in Vaticano) per convertire, o ridurre, ogni problema in un problema teologico. Così a coloro che commettono abusi sessuali e alle loro vittime, allo stesso modo, viene detto di recitare più preghiere mentre la questione della buona qualità della psicoterapia rimane nel limbo (io stesso sto cadendo nella trappola).

Premesso che il Vaticano è un’istituzione umana, ne consegue che esso non è esente dalla comune dinamica umana: in questo caso, il desiderio (a volte inconscio) di convertire un problema da una sfera di cui non si sa nulla a una sfera che si crede di conoscere bene, così da poterlo trattare secondo idee preconcette. Come si vede, Benedetto ammette che (seguendo questa via – mia postilla) non trova risposta. Ma le risposte sono là, pronte per essere valutate e applicate, nella psicodinamica.

Una distinzione immediata è che non è un prete, in quanto persona ordinata e perciò consacrata, a commettere l’abuso: è un uomo che in questo caso è anche un prete. Che egli tragga un vantaggio illecito o meno dall’essere un prete allo scopo di raggiungere i suoi obiettivi, il dato di fatto è che a commettere l’abuso è un uomo.

Il peccato teologico non dà un’indicazione circa un rimedio, ma allora, come sopra osservato, in molti riterrebbero che esso non abbia conseguenze, e che non necessiti di altro che dell’assoluzione accompagnata da un fermo proposito di ravvedimento (e poiché le vittime non hanno commesso alcun peccato, esse non entrano nell’equazione). Per molti che erano in posizione di responsabilità, è stato forse questo l’intoppo che ha fatto sì che non potessero ammettere di aver sbagliato nel voltare la testa da un’altra parte o nel coprire gli abusi?

D’altro canto, la via psicologica è largamente sconosciuta: io credo che non vi sia ancora uno sportello di psicologia in Vaticano. I casi di abuso sessuale da parte del clero sono trattati dalla Congregazione per la dottrina della fede, che è una commissione teologica. Ma se vi aggiungete un atteggiamento che afferma che la teologia non può mai essere superata da alcun’altra disciplina, allora vi state chiudendo in un angolo, perché potreste essere incapaci di sentire cose che sarebbero vantaggiose proprio per voi, e potreste non sapere nemmeno dove rivolgervi per un consiglio qualificato.

Non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione per cui molto di ciò che è stato fatto finora nel campo delle risposte agli abusi sessuali soffra di un processo di teologizzazione. Sono state erette complesse strutture di salvaguardia in molti luoghi, ma è possibile che molte di queste misure siano lacunose nell’area della psicologia, e, nei comportamenti dei responsabili, essi, piuttosto che ricorrere alla psicologia, preferiscono teologizzare esplicitamente.

La tutela è basicamente prevenzione, e strettamente parlando essa è nettamente separata da ciò che avviene dopo il momento decisivo, lo spartiacque, del deposito di un atto di accusa; questo è definito “reazione”. Tuttavia sembra che essa consista perlopiù in precetti di comportamento – fa’ questo, non fare quest’altro – forse perché questi sono più facilmente controllabili, piuttosto che un approccio più psicologico o interiore, che, ad esempio, studierebbe la psicologia di chi commette l’abuso o l’eziologia dell’abuso, o favorirebbe lo sviluppo di comportamenti più sani e di una consapevolezza, che porterebbe a sua volta a una riduzione degli incidenti.

In alcuni ambienti (non dappertutto), è emerso un atteggiamento che vorrebbe supporre che il lavoro di prevenzione è stato più o meno fatto, che ogni caso di abuso commesso da membri della Chiesa sia storico, e che di conseguenza gli incaricati della sorveglianza abbiano poco da fare. Perciò, poiché essi sono in carica, e spesso si sentono sicuri di poter aiutare la “reazione”, essi possono essere coinvolti in ruoli nel settore della “reazione”, per la quale essi hanno poca o nessuna preparazione o formazione.

Nel contesto della tutela, “formazione” spesso significa un laboratorio di tre giorni, o anche meno. Non c’è consapevolezza dell’acuto contrasto tra quell’atteggiamento e il rigore, la lunga durata (di solito da quattro a sei anni) della formazione degli psicoterapeuti, che di solito comprende una continua supervisione professionale e una valutazione della loro competenza.

Perciò sembra che l’atteggiamento “teologizzante” che sto cercando di descrivere vada visto in un contesto ecclesiale portato a supporre, se non a dire: “Non abbiamo bisogno della psicologia, abbiamo la nostra teologia”. Ciò può riversarsi in settori come le residenze di cura in cui i preti che hanno commesso abusi vengono spesso sistemati.

Alcune di queste residenze sono gestite come monasteri o case per ritiri, in cui sono previste ore in cappella o in preghiera, e una ferma convinzione che la redenzione del prete a una piena e devota vita di preghiera (quale nessun sano prete è mai capace di condurre dopo l’ordinazione) è una parte fondamentale della riabilitazione. Nel frattempo, in molti casi gli elementi psicodinamici del loro programma (come la terapia di gruppo) sono condotti da lavoratori non qualificati.

Forse un esempio più pregnante della teologizzazione del processo sta nel fatto, ancora molto diffuso, che i preti autori di abusi sono raggruppati insieme in residenze di soli preti (perché sono preti) anziché sistemati in una residenza mista con vari altri individui (perché sono uomini), per proteggere l’immagine della Chiesa e perfino per proteggere il prete in questione dalla “vita reale” di una residenza mista.

Tali pratiche nei diversi possibili trattamenti possono scivolare nella collusione con il prete autore degli abusi, non per rendere la sua vita troppo difficile, ma per tenerlo in una piacevole atmosfera di casa per ritiri: ciò nonostante la realtà è che tali ghetti clericali in passato hanno portato a deplorevoli incidenti (usualmente legati all’utilizzo di personale non qualificato).

Questo atteggiamento teologizzante deve ancora riconoscere che i sacramenti non hanno qualità medicinali o psicoterapeutiche.


Traduzione italiana a cura di Federico Tagliaferri

pubblicata con il consenso dell’editore

© The Tablet Publishing Company Ltd.

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