Romano Guardini, La Rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 2024
Recensione di Mimmo Cortese
Romano Guardini, filosofo e teologo italo-tedesco, tenne, nel 1945 e poi nel 1958, due significativi discorsi di commemorazione per il gruppo della Rosa Bianca, fondato da alcuni giovani studenti tedeschi oppositori di Hitler e del nazismo, attivi tra il 1942 e il 1943 e trucidati dal regime dopo il loro arresto. I due importanti testi sono stati raccolti in un volumetto pubblicato dall’editrice Morcelliana e presentato a Brescia il 6 febbraio scorso alla presenza di Sara Bignotti, responsabile editoriale della casa editrice, di Fulvio De Giorgi, dell’Università di Modena e Reggio Emilia e copresidente della Rosa Bianca italiana, e di don Stefano Fontana, cappellano del carcere di Canton Mombello (Brescia). I due discorsi di Guardini sono corredati, nel volume, da un’introduzione del curatore Michele Nicoletti e da un’interessante appendice di Paolo Ghezzi, che ha a lungo studiato la storia del giovane gruppo di antinazisti.
Guardini tenne il primo discorso all’Università di Tubinga. In questo breve testo si sofferma su alcuni punti cardine del suo pensiero che vede inverarsi nei fratelli Scholl: il richiamo alla responsabilità e all’azione di chi “non confonde la chiamata con i desideri egoistici” essendo “pronto a prendere su di sé le angosce e i dolori del divenire”. Spinto dalla forza interiore, “che comincia in Dio”, dell'atto dell’amore. Nella “inquietudine provocata dall’inaudito”. Essendo certi che “nessuna grande azione, nessuna opera autentica, nessuna relazione umana sincera è possibile senza che l’uomo vi arrischi ciò che è suo”. Guardini infine, in questo suo primo discorso, tiene a sottolineare che La Rosa Bianca dispiegò la sua azione per “superare la sconfinata confusione dei concetti, il terribile travisamento e imbrattamento dei valori spirituali che si insinuava ovunque” proprio nell’Università, quel luogo nel quale durante il nazismo “è stato corrotto il suo rapporto con la verità e con ciò la sua essenza è stata distrutta”.
Il secondo discorso venne pronunciato da Guardini il 12 luglio 1958, nel giorno dell’inaugurazione di un monumento a “La Rosa Bianca” nell'Università di Monaco, dove il gruppo aveva lanciato i suoi ultimi volantini, gesto che sarebbe costato loro la vita. In questo testo l’attenzione si concentra principalmente sul tema della libertà, partendo dalle ultime parole di Hans Scholl prima della sua esecuzione: “Viva la Libertà!”. Guardini, con una stupefacente visione anticipatrice, già alcuni anni prima, in un testo fondamentale del 1952, Responsabilità. Riflessioni sulla questione ebraica, aveva colto il nesso in “qualcosa che fino allora non s'era mai dato: l'unione della ferocia e della macchina”, da cui era nata e sulla quale si era fondata l’organizzazione della "soluzione finale” dei nazisti per lo sterminio della popolazione ebraica. Era accaduto che “il calcolo politico dello Stato” si era unito alla tecnica oltrepassando “ogni confine tracciato dalla sovranità divina e dalla dignità umana" laddove “divengono inesistenti il diritto alla vita e la pretesa alla felicità dell'essere umano, la miseria e la sofferenza. L'uomo viene giudicato soltanto come qualcosa producente effetti, utili o dannosi, che acquista un senso suo proprio soltanto in questi effetti. In ciò consiste la terribile novità”.
Questa assunzione de “l'uomo come cosa” che può “collegarsi quindi con la funzionalità più oggettiva, ossia con la macchina”, la quale opera funzionalmente su di esso “come su un semplice oggetto” è ripresa nel discorso commemorativo del 1958 in relazione sia al tema della libertà, sia a quello – che Guardini vede con incredibile anticipo – della nascente rivoluzione cibernetica e digitale, in quegli anni assolutamente ai primi flebili vagiti. Guardini ci mette in guardia dal “pericolo dell’asservimento” ai frutti della nuova frontiera della tecnica, da un “tutto che incide in ogni sfera della realtà” e che nega “ogni tentativo della personalità di fare valere la propria essenza, la propria, volontà, la propria esperienza vitale”, espressione più evidente dello “Stato totalitario”, stando attenti che con i nuovi sistemi della tecnica “c’è un totalitarismo che viene dall’alto, ma anche un totalitarismo che viene dal di dentro”, fornendoci, in questo modo, non solo una nuova chiave di lettura della storia e dell’importanza di quelle ultima parole della Rosa Bianca ma soprattutto strappando profeticamente un velo su quanto sta accadendo, qui e ora, in questa smarrita e pavida Europa.







