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Da tempo quella in Algeria è una Chiesa dell’incontro. L’esempio più noto è quello del monastero di Tibhirine, sulle montagne dell’Atlante a un centinaio di km a ovest di Algeri. Ricorrono quest’anno i 30 anni del rapimento (27 marzo) e uccisione (21 maggio) di sette monaci trappisti da parte di un gruppo terrorista islamico e di cui si sono ritrovati due giorni più tardi solo le teste, sepolte oggi nel cimitero del monastero.

Gli scritti dei monaci, e in modo particolare del priore Christian de Chergé, lasciano fortunatamente la memoria di una profonda spiritualità che continua oggi. Il concetto di “pace disarmata e disarmante” che papa Leone ha espresso nel giorno della sua elezione si può facilmente ricollegare al testamento spirituale di Christian de Chergé. Scrivendo a tre anni dalla visita di un gruppo terrorista al monastero, così ricorda i suoi sentimenti alla vista di un uomo armato: “Non posso chiedere al buon Dio: uccidilo. Ma posso chiedere: disarmalo. Poi mi sono detto: ho il diritto di chiedere: disarmalo, se non inizio chiedendo: disarmami e disarma noi comunità”.

Se quel tragico incontro alimenta questo profondo pensiero, il monastero è al centro di incontri proficui per la comunità e la regione. Il monastero ha una vocazione agricola per sostenersi, ha bisogno di collaborazioni che le persone del villaggio mettono a disposizione. Si lavora insieme ma si prega anche, musulmani e monaci ad orari diversi ma nei campi. Poi c’era fratel Luc, il medico che apriva il suo ambulatorio a chiunque ne avesse bisogno. Il monastero delimita insomma uno spazio di silenzio ma è aperto all’incontro con la società. Lo è ancora oggi. 

Dopo il tentativo di riportare una comunità trappista a Tibhirine, e di assicurare comunque una presenza religiosa permanente, la piccola comunità del Chemin Neuf si è stabilita nell’estate 2016 superando non poche difficoltà. La comunità di preghiera è formata oggi da due fratelli e tre suore, conserva la relazione con il villaggio, la cura del frutteto e dell’orto, la manutenzione del monastero, la realizzazione di momenti comuni. 

Il vero miracolo del monastero è però di essere diventato un luogo di memoria e simboli non solo per i cristiani, ma soprattutto per gli algerini. L’uccisione dei monaci, la memoria degli anni bui del terrorismo (il “decennio nero” degli anni ’90), l’incontro laborioso che continua tra musulmani e cristiani che questo luogo rappresentano, per gli algerini sono diventati altrettante speranze di pace di cui il paese ha un tremendo bisogno nella quotidianità ancora oggi. La “Pace dei cuori” che papa Leone ha evocato davanti al monumento di tutti i martiri della liberazione algerina si applica altrettanto bene a questo luogo di fraternità. Come dice il card. Jean-Paul Vesco, ci vuole dell’audacia per tenere unite queste fraternità molteplici che proprio a Tibhirine si incontrano e si sperimentano.



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