PER UN SAHEL DISARMATO / IL GRIDO DEGLI INTELLETTUALI AFRICANI
Un gruppo di intellettuali africani, preoccupati dall’aggravarsi della crisi del Sahel, soprattutto dopo l’uccisione del presidente del Ciad Idriss Deby, ha scritto una lettera aperta al Presidente della Commissione dell’Ua, Moussa Faki Mahamat. Il gruppo chiede un impegno più vigoroso da parte dell’Ua per mettere fine alle violenze. I paesi del Sahel centrale – Mali, Burkina Faso e Niger –, oltre ad essere tra i più poveri del mondo, secondo gli indicatori di sviluppo umano, da alcuni mesi sono particolarmente colpiti dagli attacchi jihadisti.
Nella loro lettera gli intellettuali citano il Rapporto della Coalizione popolare per il Sahel, Il Sahel: cosa deve cambiare, dove una cinquantina di associazioni nazionali e internazionali delineano una nuova strategia incentrata sulla popolazione più che sulle forze armate per raggiungere la pace dopo otto anni di conflitto. Il 2020, infatti, è stato l’anno più violento, con 2440 vittime civili, da attribuire più alle forze di sicurezza dei vari Stati che ai gruppi islamisti. Circa due milioni di persone, di cui 1,2 milioni di bambini, hanno dovuto lasciare le loro case per salvare la vita. Inoltre, circa 13 milioni di studenti non hanno avuto accesso all’istruzione, mentre circa 15 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, ancora più urgente a causa della pandemia da Covid-19.
Gli intellettuali temono che le vulnerabilità che da tempo affliggono le popolazioni diventino croniche, irreversibili; che la coesione sociale perda vigore; che le comunità collassino e gli Stati si disintegrino. Le prime vittime di questa tragedia sono certamente le donne e i bambini che hanno poche opportunità per garantirsi un sostentamento. I giovani rischiano di veder svanire il loro futuro e di non intravedere altra via che l’ingresso in quei gruppi jihadisti che si nutrono della povertà e della mancanza di prospettive.
Gli intellettuali ribadiscono che il Sahel non può contare solo su soluzioni militari e che è necessario un approccio più integrato tra sicurezza, sviluppo e governi. L’opinione pubblica della regione dubita che la presenza delle forze armate francesi sia utile a questo nuovo approccio e vorrebbe un maggior impegno da parte dell’Ua, affinché ai problemi africani si risponda con soluzioni africane. Questo esige una maggiore implicazione delle forze politiche, della società civile, con una più equa ridistribuzione delle risorse economiche, un maggior rispetto dei diritti umani e una lotta senza quartiere alla corruzione. Per questo l’Ua dovrebbe sostenere un dialogo inclusivo con le forze in campo fornendo una leadership qualificata per garantire il ripristino della stabilità dei paesi del Sahel e garantire più fiducia nelle istituzioni dei vari paesi. La nomina di un Alto Rappresentante per il Mali e per il Sahel potrebbe essere l’inizio di un’uscita dalla crisi.
Questo è l’ennesimo grido di aiuto dal Sahel per trovare una soluzione alla grave crisi che stanno vivendo soprattutto i paesi del Sahel centrale. È sempre più urgente che i governanti ascoltino i bisogni della popolazione e che le istituzioni internazionali si prendano cura della situazione in modo più energico. Nella regione non si vede ancora una mobilitazione di energie per lo sviluppo e il benessere della popolazione così come invece si vede a proposito del dispiegamento delle forze armate. Se si vuole evitare un’ennesima tragedia, non basta più considerare il Sahel come la frontiera dove si devono fermare i flussi migratori e combattere il terrorismo jihadista. Le istituzioni nazionali e internazionali sapranno dare ascolto a questo grido di aiuto del Sahel o lasceranno ancora una volta la parola solo alle armi?







